L'ECUADOR È DISPOSTO A CONTINUARE I NEGOZIATI SUL DESTINO DI JULIAN ASSANGE E IN PARTICOLARE A CONSENTIRNE L'ESTRADIZIONE IN SVEZIA SE SVEZIA E GRAN BRETAGNA SI IMPEGNERANNO A NON PERMETTERE CHE L'AUSTRALIANO SIA A SUA VOLTA ESTRADATO NEGLI STATI UNITI – DOVE SU ASSANGE PENDE L’ACCUSA DI SPIONAGGIO. PUNIBILE CON LA PENA DI MORTE - ASCESA E CADUTA DI UN RANGER DELLA NUOVA ERA INFORMATICA….

1- ECUADOR A GB E SVEZIA 'NON DATE ASSANGE A USA'
Ansa.it

"Incoraggiato" dalla telefonata tra un alto esponente del Foreign Office e l'ambasciatore ecuadoriano a Londra l'Ecuador è disposto a continuare i negoziati sul destino di Julian Assange e in particolare a consentirne l'estradizione in Svezia se Svezia e Gran Bretagna si impegneranno a non permettere che l'australiano sia a sua volta estradato in altri paesi e in particolare gli Stati Uniti.

La disponibilità di Quito, trapelata da fonti diplomatiche ecuadoriane, è stata data nonostante la "minaccia" del Foreign Office di arrestare il padre di Wikileaks mentre si trova in ambasciata a Londra e la presenza "intimidatoria" di una cinquantina di agenti della polizia britannica attorno alla sede diplomatica di Knightsbridge.

"Il Foreign Office ha chiamato l'ambasciatore per confermare che ha ancora la volontà di negoziare, così parliamo", ha detto la fonte al Guardian: "Nei negoziati l'Ecuador si è detto pronto ad accettare un impegno britannico e svedese che, una volta che Assange avrà incontrato la magistratura svedese, non sarà estradato in un paese terzo, e nello specifico gli Stati Uniti".

Questa, secondo la fonte diplomatica "potrebbe essere una via di uscita". Ieri il Foreign Office aveva contattato l'ambasciata dell'Ecuador chiedendo di "smorzare i toni della retorica", una richiesta che aveva fatto seguito all'invito analogo rivolto al ministro degli esteri britannico William Hague dal primo ministro David Cameron in vacanza in Spagna.

3- ASCESA E CADUTA DI UN RANGER DELLA NUOVA ERA INFORMATICA
Andrea Scanzi per Il Fatto Quotidiano

Il camaleonte che voleva cambiare il mondo è inciampato nel soprannome della giovinezza. "Mendax", da Orazio. "Magnificamente mendace". Adesso che l'orizzonte è un asilo politico, di magnifico non c'è molto e la bugia non riecheggia nobile. Julian Assange, 41 anni. Ascesa e caduta di un ranger della nuova era informatica.

Nato a Townsville, Queensland, nord est dell'Australia. Fino al dicembre 2010 era uno degli uomini più potenti del mondo, in odore di Nobel per la pace. Ora è accusato di stupro e molestie. Ripete, cambiando pettinatura come uno Zelig alieno, che i rapporti con Anna Ardin e Sofia Wilèn erano consensuali. Che il preservativo si è rotto. Che è vittima di vendette personali (delle donne) e congiure (degli Stati Uniti).

Ieri citava Aleksandr Isaevič Solženicyn, martire dei Gulag: "Al momento giusto una parola di verità peserà più del mondo intero". Oggi grida al complotto. A differenza di altri, qualche motivo ce l'ha. L'accusa è "sex by surprise", rapporto consensuale ma senza protezione, aggravato da essersi rifiutato di sottoporsi ai test per le malattie sessuali trasmissibili.

La Ardin, nota femminista, sarebbe stata sobillata da una poliziotta molto amica, e forse sua amante, così super partes da scrivere in quei giorni sulla bacheca Facebook: «È ora di sgonfiare quel pallone gonfiato ed esageratamente osannato di Julian Assange». La tempistica è sospetta: 20 novembre 2010 il mandato d'arresto, 28 novembre il Cablegate, 7 dicembre l'arresto a Scotland Yard dopo essersi presentato spontaneamente, 14 dicembre la scarcerazione.

Non occorre avere visto Homeland o 24, serie - peraltro - che dopo Wikileaks sono immediatamente sembrate dei maestosi esempi di post-realismo verghiano, per ipotizzare che una tale accusa infamante sia l'escamotage per portare all'estradizione in Svezia e quindi negli Stati Uniti. Dove, dagli editorialisti del Washington Post alla destra più conservatrice, si esige per Assange e soci l'accusa di spionaggio. Punibile con la pena di morte.

La vicenda, per il ranger Assange, non è più solo giuridica. E' piuttosto morale e mediatica. Non è un'anomalia che il giudizio su di lui sia schizofrenico, santo o stupratore. Il ribelle, così come l'intellettuale, suscita reazioni veementi: se Assange piacesse a tutti, non sarebbe Assange. E non avrebbe vissuto come ha sempre fatto. Genitori idealisti e attori, 37 scuole cambiate da bambino. Via di casa a 17 anni, sposo e padre a 18, subito divorziato. Hacker negli Ottanta, oraziano e mendace. A 20 anni si infiltrava nel Dipartimento della Difesa Americano mentre i coetanei credevano che i computer fossero la casa di Pacman.

Accusato e condannato (24 capi di imputazione) nel 1992, rilasciato per buona condotta, studioso di fisica e matematica - ma pure filosofia e neuroscienze - guardandosi bene dal laurearsi. Anarchico, visionario, egotico. Assange credeva con Wikileaks, nato sei anni fa e di cui si definisce "editore in capo", di cortocircuitare il mondo. Tempestando i potenti di rivelazioni secretatissime e portando le democrazie presunte al default informatico (più che economico).

Alla formattazione liberatoria. Al resettaggio catartico. Il lessico era da profeta: "Noi diamo degli esempi", "Questa rivelazione riguarda la verità", "Ho capito l'importanza della divulgazione". Giugno, novembre, dicembre 2010. Guerra in Afghanistan, in Iraq, Cablegate. Torture, storture, segreti. Titoli e prime pagine, ovunque. Qualcuno, dentro Wikileaks, avrebbe preferito una tattica più dilatata nel tempo. Come Daniel Domscheit-Berg, che si è staccato da Assange fondando Openleaks.

Altra storia già vista: il paladino della democrazia liquida, nonché totale, accusato di individualismo. Affinità e divergenze dei nuovi ribelli.
Assange si era trasferito nell'estate 2010 in Svezia. "Ha le leggi più estese in materia di libertà di stampa". Poco dopo, per mano della giustizia svedese, l'accusa di stupro. Errore di sottovalutazione. Non l'unico. Desiderava dimostrare che pochi attivisti potevano più di milioni di giornalisti. Il mito della "stampa senza stampa", però, è ancora una chimera.

Assange ha sempre saputo che i cablo, per quanto deflagranti, non avrebbero comportato esplosioni rimarchevoli senza l'appoggio di testate rivali. Indesiderate. Superate. Epperò funzionali. Da una parte le ha usate e spremute abilmente (New York Times, The Guardian, El Pais, Le Monde, Der Spiegel). Dall'altra ha ammesso che di loro aveva bisogno. Il nuovo gulag di Assange è l'ambasciata ecuadoregna a Londra, da cui dovrà uscire come una valigia diplomatica.

Poco eroica, come exit strategy. Poco immaginifica, come stazione del calvario 2.0 di Don Chisciotte. Probabilmente il Magnificamente Mendace è vittima di un complotto. Sicuramente ha sopravvalutato se stesso. E sottovalutato l'assuefazione di chi, con o senza cabli, non prova poi così attrazione nell'essere informato. L'opinione pubblica dimentica Guantanamo, ma un preservativo rotto no.

 

ASSANGE E PATINOASSANGE- AMBASCIATA ECUADOR A LONDRECUADOR PROTESTE CONTRO GBASSANGE- AMBASCIATA ECUADORUN SOSTENITORE DI ASSANGE DAVANTI ALLALTA CORTE DI LONDRA JULIAN ASSANGEJULIAN ASSANGEassange cover assange2Assange Hope assange

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