AMBASCIATA, ULTIMA SPES - QUELLO DI ASSANGE, RIFUGIATO NELLA SEDE DIPLOMATICA DELL’ECUADOR A LONDRA, NON È CERTO IL PRIMO CASO - L’ITALIA EBBE UN RUOLO CENTRALE IN CILE NEL ’73, QUANDO CENTINAIA DI PERSONE SI RIVERSARONO NELL’AMBASCIATA TRICOLORE PER SFUGGIRE A PINOCHET - STESSA COSA ACCADDE A BUENOS AIRES CON IL COLPO DI STATO DI VIDELA NEL ’76 - IL CASO PIÙ RECENTE È QUELLO DEL DISSIDENTE CIECO CINESE, CHEN GUANGCHENG, ACCOLTO DALL’AMBASCIATA USA…

Sergio Romano per "Corriere della Sera"

Da Mindszenty a Perlasca a Noriega, dai rifugiati cubani fino ai casi più recenti dei dissidenti cinesi: sono tante le sfide politiche e intellettuali che hanno trasformato le ambasciate in una improvvisa prima linea della Storia.
Per gli amici di Julian Assange che manifestano contro il governo britannico di fronte all'ambasciata dell'Ecuador a Londra, il fondatore di WikiLeaks ha un nobile antenato nella persona di József Mindszenty, primate d'Ungheria, «ospite» dell'ambasciata degli Stati Uniti a Budapest dal 1956 al 1971. Il cardinale era stato processato dal regime comunista nel 1948 e condannato all'ergastolo da un tribunale del regime per avere «congiurato contro il governo».

Liberato dagli insorti durante i moti del 1956, aveva pronunciato un fiero discorso nell'Aula del Parlamento nazionale, ma l'invasione sovietica, qualche giorno dopo, lo aveva costretto a cercare rifugio nell'ambasciata degli Stati Uniti. Non fu il solo. Imre Nagy e altri membri del governo provvisorio, costituito durante la rivoluzione, chiesero asilo all'ambasciata di Jugoslavia e ne uscirono soltanto quando sembrò che il governo di Belgrado avesse ottenuto dai sovietici un salvacondotto. Ma vennero arrestati e, qualche mese dopo, processati e condannati a morte.

Gli americani, invece, si rifiutarono di consegnare Mindszenty e lo ospitarono in un piccolo appartamento della cancelleria. Per Washington, probabilmente, fu una decisione scomoda. Mindszenty era un personaggio altero, spigoloso, testardo, deciso a fare di se stesso e del proprio caso il simbolo della repressione sovietica e della resistenza ungherese.

Quando Agostino Casaroli, sottosegretario della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, ottenne dagli americani il permesso di visitarlo, il primate lo accolse freddamente. Sospettava, con ragione, che il prelato vaticano avesse l'incarico, conferitogli da Giovanni XXIII, di aprire un dialogo con le autorità comuniste ed era deciso a scoraggiarlo. Fu liberato nel 1971 e trasportato a Roma, ma non accettò mai di collaborare con la politica conciliante della Santa Sede e dovette rinunciare alla sua dignità di primate ungherese soltanto quando Paolo VI lo sollevò dall'incarico.

Non sempre le ambasciate possono o vogliono dare rifugio a un fuggiasco. Ma vi sono altri modi per concedere aiuto e asilo. Nel 1943, quando l'Italia ruppe il «patto d'acciaio» con la Germania di Hitler, il cittadino italiano Giorgio Perlasca rappresentava a Budapest una ditta triestina. Era stato fascista e aveva combattuto con i franchisti durante la guerra civile spagnola, ma rifiutò di aderire alla Repubblica sociale di Mussolini e, dopo l'occupazione tedesca dell'Ungheria, cercò rifugio nell'ambasciata di Spagna dove i suoi trascorsi franchisti gli assicurarono un passaporto spagnolo e l'amicizia dell'ambasciatore. Il suo ufficio divenne una fabbrica di salvacondotti per tutti quegli ebrei della capitale ungherese che potevano rivendicare o pretendere una lontana ascendenza iberica.

Mentre Perlasca distribuiva passaporti spagnoli, un diplomatico svedese, Raoul Wallenberg, approfittò delle sue funzioni per distribuire migliaia di documenti svedesi agli ebrei che Adolf Eichmann, giunto in Ungheria nel 1944, stava inviando nei lager tedeschi. A Salonicco, qualche mese prima, il console generale Guelfo Zamboni aveva salvato dalla deportazione, grazie alla concessione di un passaporto italiano, più di trecento ebrei greci.

Torniamo alle ambasciate e al diritto d'asilo. Le tre vicende più clamorose degli ultimi decenni ebbero luogo in tre capitali latinoamericane: Santiago, Buenos Aires e L'Avana. Nel caso cileno la storia risale al colpo di Stato contro Allende nel settembre 1973 quando molte ambasciate occidentali furono invase da persone che cercavano di sottrarsi ai militari di Pinochet. Per molti mesi la meta preferita fu l'ambasciata d'Italia, allora diretta da un coraggioso ambasciatore, Tomaso de Vergottini.

La storia è stata raccontata da un altro diplomatico, Emilio Barbarani, in un libro apparso recentemente presso Mursia («Chi ha ucciso Lumi Videla?»). Quando l'ultimo dei rifugiati abbandonò l'ambasciata, Barbarani poté tirare le somme: «Avevamo ospitato un gran numero di persone, circa 750, uomini e donne, giovani e meno giovani, bambini, alcune personalità politiche, diversi intellettuali, moltissima gente in difficoltà economiche, parecchi delinquenti, forse qualche infiltrato dei Servizi.

Erano stati tutti spediti verso Paesi terzi, l'Italia in testa, dove erano stati accolti con braccia aperte come martiri del regime». Una situazione analoga per certi aspetti fu quella dell'ambasciata d'Italia a Buenos Aires dopo il colpo di Stato del generale Jorge Videla nel 1976. Qui un altro giovane diplomatico, Enrico Calamai, riuscì a salvare qualche centinaio di persone concedendo passaporti italiani sotto gli occhi preoccupati della Farnesina.

Nel caso cubano la storia cominciò nell'aprile del 1980 quando cinque dissidenti, a bordo di un autobus, sfondarono i cancelli dell'ambasciata del Perù all'Avana e chiesero asilo. Fidel Castro chiese perentoriamente la consegna dei «traditori». Il Perù rifiutò e Fidel, incollerito, punì l'ambasciata peruviana privandola dei poliziotti che ne garantivano la sicurezza. La decisione fu un boomerang: qualche migliaio di cubani approfittarono dell'assenza della polizia per accamparsi nel parco della sede diplomatica. Alla fine il leader cubano dovette cedere e preferì sbarazzarsi dei dissidenti autorizzando un esodo in massa verso le coste della Florida.

I casi più recenti sono accaduti in Cina e rispecchiano tutte le contraddizioni del regime. Il protagonista del primo è un dissidente cieco, Chen Guangcheng. Era agli arresti domiciliari nell'aprile di quest'anno, quando riuscì a raggiungere perigliosamente l'ambasciata degli Stati Uniti. Chiese asilo e vi fu un battibecco polemico sinoamericano. Ma all'inizio di maggio Chen fu autorizzato a trasferirsi negli Stati Uniti, con la famiglia, per un periodo di studi. Un giorno i documenti diplomatici ci diranno forse come l'America e la Cina siano riuscite a evitare che il caso del dissidente cieco guastasse i rapporti di due Paesi uniti, economicamente e finanziariamente, come fratelli siamesi.

Un caso ancora più misterioso è quello di Wang Lijun, capo della polizia nella città-provincia di Chongqing, e della sua misteriosa visita al consolato generale americano di Chengdu il 6 febbraio di quest'anno. Voleva chiedere asilo per sottrarsi alle minacce di Bo Xilai, governatore della provincia e marito di Gu Kailai, recentemente processata per l'assassinio di un uomo d'affari inglese, Neil Heywood. Per ora sappiamo soltanto che Wang rimase nel consolato un paio di giorni, che fu preso in custodia da un vice ministro cinese, e che di lui non si hanno, da quel momento, altre notizie.

Questa lista di «asili politici», concessi o rifiutati, è certamente incompleta. Ma lo sarebbe ancora di più se non ricordassi rapidamente il caso di Manuel Noriega, presidente di Panama, fuggito nella nunziatura della Santa Sede dopo l'invasione americana del dicembre 1989. Era stato agente della Cia, ma aveva accumulato una considerevole fortuna grazie al traffico della droga.

Per il nunzio apostolico a Panama quello dovette essere il momento più imbarazzante della sua carriera. Quando Noriega lasciò la sede della nunziatura e si arrese agli americani il 3 gennaio 1990, tirò certamente un sospiro di sollievo.

 

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