1. SEPPELLITA L’ERA DEI “SALOTTI BUONI” (E DISCRETI), BENVENUTI NELLA LAVANDERIA DEI POTERI MARCI DOVE LA NUOVA REGOLA E’ DI SPUTTANARE L’AVVERSARIO A MEZZO STAMPA 2. DALLA RISSA DELLA VALLE-ELKANN SUL CORRIERONE CHE RISCHIA DI FAR SALTARE LA POLTRONA FERRARI A MONTEZEMOLO ALLE VENDETTE TRASVERSALI DE “LA REPUBBLICA” DELL’INGEGNERE-PENSIONATO CARLO DEBENEDETTI PRO RENZI E CONTRO SCALFARI-QUIRINALE 3. A TRIESTE SI REPLICA LA NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI CHE PORTO’ ALL’USCITA VIOLENTA DI CESARE GERONZI DALLE GENERALI. STAVOLTA SOTT’ACCUSA SONO I “PUGNALATORI” PERISSINOTTO E AGRUSTI TRASCINATI IN TRIBUNALE DAL NUOVO AD MARIO GRECO

di Tina a. Commotrix per Dagospia

Nel regno malato dei Poteri marci oggi avvengono fatti e misfatti che nemmeno l'intuizione politica del grande William Shakespeare sarebbe in grado di rappresentare al meglio attraverso la sua acuta e raffinata drammaturgia.

Dopo la fine dei "salotti buoni" della finanza personificati per oltre mezzo secolo dallo Gnomo Enrico Cuccia e dopo l'uscita di scena dei "banchieri di sistema" per effetto della fine della prima Repubblica (gli "arzilli vecchietti" Bazoli e Geronzi), ora la scena sembra popolata soltanto dai Bruto della finanza o della politica con qualche Cesare da assassinare alle spalle per raggiungere il potere.

Ma anche il Bruto shakespeariano aveva l'accortezza di suggerire all'altro congiurato Cassio che c'era pur sempre uno stile nel far fuori il rivale: "Dobbiamo essere sacrificatori ma non Macellai, Caio Cassio. Noi tutti combattiamo lo spirito di Cesare, e nello spirito di degli uomini non c'è sangue (...) saremo chiamati purificatori non assassini".

Naturalmente anche allora le cose andarono diversamente e Cesare fu ucciso dalle "vili spade" di chi come schiavi, prima della congiura, gli avevano baciato i piedi.

I "purificatori" del terzo millennio si fanno passare per "rottamatori" anziché per macellai e il loro leader, Matteo Renzi, è riuscito a conquistare il palazzo d'inverno non senza aver tradito il mite Enrico Letta che l'occupava da qualche mese. Dopo avergli promesso, ovviamente, lealtà fino all'approvazione di una nuova legge elettorale (l'Italicum o Bastardellum).

Tanto per fare un patto (semi-occulto) pure con quel diavolo di Berlusconi. Diventando così Renzi l'''amorazzo'' di Giulianone Ferrara.
Sì, proprio quel Cavaliere nero destinato da un voto solenne del Senato a lasciare lo scranno parlamentare e destinato ai servizi sociali per aver più volte infranto la legge e risorto al Quirinale nel giorno delle consultazioni per il nuovo esecutivo.

Del resto, a dare ascolto allo scrittore Elias Canetti, non si conosce uomo "che abbia attaccato il potere senza volerlo". E Superbone Renzi ne è l'ultimo esempio evidente.
Le guerre di Palazzo tra le forze politiche assomigliano però più alle battaglie bonaccione disegnate da Attalo sul "Travaso" d'antan rispetto alla macelleria che sembrano offrire al mercato delle notizie quelli che una volta erano chiamati i Lor signori del capitalismo italiano.

Le liti nell'aia berlusconiana tra "colombe" e "falchi" o le contese del Nazareno tra i Pd in rotta e uniti nell'abbraccio anti-renziano (Bersani-Letta) fanno sorridere. Almeno se paragonate, per esempio, alla Cavalleria rusticana inscenata sotto le finestre del "Corriere della Sera" dal ribaldo Diego Della Valle e dal suo giovane contendente, Yaky Elkann.

Un'opera sanguigna dentro la quale s'incrociano e si spezzano, come vedremo, i destini di un "patto di sindacato" che ha portato l'ex quotidiano della borghesia milanese sull'orlo del fallimento.

In attesa di un nuovo miracolo di Abramo Bazoli (Banca Intesa), Luchino Montezemolo si ritrova così stretto in una morsa micidiale che, dicono a Torino tendenza Marpionne, potrebbe costargli la presidenza della Ferrari per far spazio al cugino Andrea Agnelli. Montezemolo rischia di essere vittima così innocente anche di una vendetta trasversale firmata Marchionne.

L'ex ragazzo spazzola dell'Avvocato, infatti, non soltanto è un ricco dipendente della Fiat, ma ha visto nascere, e non solo professionalmente, suo nipote Yaky. Al tempo stesso, però, è in affari (i treni "Italo") con il suo comparuzzo di merende Della Valle.

Del vecchio "Club di Berlino" (lobby di direttori) organizzato dallo "scarparo" di Casette d'Ete faceva parte anche Paolino Mieli che del duo caprese "‘Anema e ‘core", appunto Della Valle&Montezemolo, è considerato un fidato "consigliore" sulle questioni editoriali.

Lo storico senza storia (presidente della Rizzoli libri) che al povero (non incolpevole) Flebuccio de Bortoli ha rifilato da smerciare a doppia pagina sul giornale il Gattopardo spennacchiato di Alan Friedman sulla nascita del gabinetto Monti che ha avuto l'effetto di un colpo basso sull'inquilino del Colle più alto.

Un ruolo altrettanto incisivo sulla tormentata vicenda Corriere potrebbe averlo un altro socio canterino del club, Enrico Mentana, oggi alla direzione dell'informazione de La7 di Urbano Cairo, altro azionista dissidente dell'Rcs.

Se a alla fine della rusticana messinscena a Milano c'è il rischio che qualcuno si affacci dal balcone di via Solferino a gridare "hanno ammazzato il Corriere" invece di compare Turiddu, a Trieste si assiste a una replica del losco thriller la notte dei lunghi coltelli.
E le vittime eccellenti stavolta sono gli stessi "pugnalatori" di Cesarone Geronzi alle Generali.

I ribaldi Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti, che il nuovo amministratore delegato, Mario Greco, ha trascinato in tribunale per i danni che avrebbero provocato all'azienda assicuratrice negli anni in cui - in combutta alla Mediobanca targata dagli impuniti Nagel&Pagliaro, dettavano legge e, secondo il nuovo padrone, facevano danni nella storica compagnia.

Le regole del silenzio (anche complice) e della discrezione non sono allora più il segno distintivo dei Poteri marci e della gazzette che accompagnano le loro imprese brancalonesche.

Fottere l'avversario sputtanandolo è diventata la regola fuori da ogni pudore.
Nel giro di pochi anni si è passati dai salotti discreti e riservati alle vecchie e care lavanderie di una volta dove i panni sporchi erano esposti sulla pubblica strada. E a dargli gomito (sputtanare) non è soltanto Della Valle che si azzuffa beceramente con il giovane Elkann.

Non passa giorno che il pensionato Carlo De Benedetti non manifesti tutto il suo livore nei confronti dell'ex collaboratore Corrado Passera. Tant'è che l'ex ministro Airone per fargli dispetto si butta in politica con un proprio partito.

Per sostenere la leadership di Renzi e far mangiare altri bocconi amari al sommo fondatore de "la Repubblica" Eugenio Scalfari, l'Ingegnare richiama in servizio una sua vecchia conoscenza ai tempi della guerra con la Fiat targata Agnelli-Romiti, il pubblicista Alan Friedman, per raccontargli che aveva saputo mesi prima e dallo stesso interessato Mario Monti che sarebbe diventato primo ministro con il placet preventivo di Napolitano.

E il prossimo rinnovo dei vertici delle principali imprese pubbliche (Eni, Enel, Fimneccanica, Poste e Terna) è destinato a regalarci altre perle (ai porci). Promette scintille soprattutto il duello a distanza tra l'amministratore dell'Eni, Paolo Scaroni che si è sentito tirato per la giacca dal solito rude "scarparo" Della Valle. Per adesso siamo alle solite schermaglie.

Intanto con una lettera all'"Espresso" l'ex giornalista Massimo Mucchetti, oggi senatore del Pd, chiede che si adottino nuovi criteri per "misurare" le capacità dei manager fuori dalla logica politica fin qui avuta dai power broker alla Letta o alla Bisignani.

E, a scoppio un tantino ritardato, aggiunge che andrebbero monitorate le spese pubblicitarie per ottenere il consenso da parte soprattutto dei manager uscenti. Il che significa, in pratica, assegnare un forte ruolo di power broker ai direttori delle testate e di "prezzolare" i media dei Poteri marci a corto di pubblicità. Soldi con cui era pagato in gran parte anche lo stipendio di Mucchetti al Corrierone. O no?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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