1- IL MESTO TRAMONTO DI BOSSI: IL “VAFFANCULO” SPUTATO AI GIORNALISTI IN ATTESA. “PICCHIALI, INVESTILI” HA GRIDATO AGLI UOMINI DELLA SUA SCORTA. ALLA DOMANDA: “DOVE SONO FINITI I SOLDI?” BOSSI HA RISPOSTO “VIENI QUI CHE TE LI FACCIO VEDERE” (VIDEO) 2- E DIRE CHE BOSSI ERA UNO CHE FONDEVA IL SACRO GRAAL CON GUERRE STELLARI, CHE UNIVA I MANGA GIAPPONESI ALL’ESOTERISMO AUTOCRATICO, LA LETTERATURA AL RUTTO 3- SE BOSSI FOSSE USCITO DI SCENA QUANDO IL SUO MALE LO AVEVA MESSO AL TAPPETO, LA SUA GUARIGIONE LO AVREBBE RESO UN PADRE DELLA PATRIA. MA IN QUESTO PAESE IN CUI POCHI RIESCONO AD ARRIVARE ALLA GRANDEZZA, NESSUNO CONOSCE IL SEGRETO DI CINCINNATO E NESSUNO SA USCIRE DI SCENA. MALATO E VECCHIO, SARÀ UN EPILOGO TRISTE: ANCHE QUESTO - PURTROPPO PER LUI - A SUA INSAPUTA

1- IL VIDEO DI BOSSI CHE INSULTA L'INVIATO DI LA7 GUY CHIAPPAVENTI:
http://video.corriere.it/bossi-inviato-la7-vaffa/45b7a048-7e8b-11e1-b61a-22df94744509

2- BOSSI INSULTA I GIORNALISTI FUORI DALLA VILLA
Da "La Stampa"
- Al'uscita dalla villa di Gemonio, Umberto Bossi ha insultato con un «vaffa...» i giornalisti de «La7» che lo attendevano. «Picchiali, investili» ha gridato il Senatùr agli uomini della sua scorta. Alla domanda: «Dove sono finiti i soldi?» Bossi ha risposto «vieni qui che te li faccio vedere».

3- BOSSI MALATO E GLI AFFARI "A SUA INSAPUTA"
Luca Telese per il "Fatto quotidiano"

Di nuovo a sua insaputa. E così dal "familismo amorale" tanto caro a Paul Ginsborg e al "Tengo famiglia" di Leo Longanesi - li ricordava ieri Filippo Ceccarelli su Repubblica - Umberto Bossi è passato all'ennesima mutazione genetica, alla dissipazione di se stesso, alla sublimazione di un mito appannato nello spietato tritacarne di un familismo tutto particolare, il "Familismo senile".

E dire che Umberto Bossi era sempre stato un contaminatore di stili, di generi, di idee oltre l'iperbole, uno che fondeva il Sacro Graal con Guerre Stellari, che univa i manga giapponesi all'esoterismo autocratico, la letteratura al rutto. A noi giornalisti a Montecitorio, nel 1995 diceva ispirato ma serio: "La Lega arriverà al massimo storico perché questo è l'anno del Samurai!". Uno che inveiva sprezzante contro l'ex amico Gianfranco Miglio dicendo: "È una scoreggia nello spazio".

Uno che coltivava l'idea del capo guerriero ambientando il suo immaginario fra le cornamuse hollywoodiane di Braveheart, gli spadoni di cartapesta, gli elmi di Asterix e la fisicità ruvida delle camicie verdi. Uno che prima della malattia se (rarissimamente) citava la propria famiglia diceva: "Quando un capo guerriero va in battaglia sua moglie lo segue dietro il suo cavallo".

Era insomma l'orgoglio neobarbarico che si opponeva al più antico dei vizi italici. Non c'era lessico familiare, non c'erano first ladies, non c'erano case e giacigli, perché il Senatùr era sempre in battaglia per il Carroccio, dormiva in macchina e la sua famiglia era confusa nel suo popolo. La prima moglie di Bossi diceva di aver visto dissipato tutto per la causa del marito (e senza volerlo), di aver subito la beffa del finto medico che andava al lavoro.

Quel Bossi i soldi li disprezzava, da ragazzo quando sognava di vincere Castrocaro con il memorabile nome d'arte di "Donato" cesellava versi immortali come questi: "Noi siam venuti dall'Italy / Abbiamo un piano / per far la lira / Entriamo in banca col caterpillar / e ci prendiamo il grano". Da ragazzo quando aveva la tessera del Pci raccoglieva firme contro il golpe in Cile. Eppure, l'ultimo paradosso di questo nuovo pasticciaccio padano è che su un solo punto il senatùr ha ragione. È lui l'unico politico italiano che può fregiarsi dell'immunità dell'inconsapevolezza, o - meglio - dell'"insaputezza".

L'unico, cioè, che può dire a pieno titolo "Mi hanno ristrutturato la casa a mia insaputa", perché da tempo non è più in grado di capire, controllare, discernere il filo degli investimenti spregiudicati, le speculazioni pataccone della Lega Nord ("per l'indipendenza della Tanzania").

Così bisognerà approfittare del "Caso Belsito", per trovare il coraggio di prendere atto anche in questo paese gerontoiatrico che le cose finiscono e che la leadership di Bossi era evaporata nel 2004, dopo il malore che ne aveva lesionato il corpo, la resistenza, la tenuta. Il Bossi di questi ultimi otto anni avrebbe avuto diritto al riposo, alla pensione e non essere costretto a inscenare la parodia del Bossi che fu, della sua caricatura. Invece la virilità è diventata senilità: il leone spelacchiato costretto a saltare nel cerchio di fuoco, il leader che bisbiglia costretto ad alzare il dito medio.

Era come una condanna: più il mito superomistico si indeboliva, più lui era costretto ad alzare i toni del doping testosteronico. L'invettiva un tempo grottesca e carnevalesca si era ormai fatta malinconica, la satiriasi della Lega "armata di manico", era diventato il tic del semi-infermo che prometteva di "Spaccare la faccia" ai giornalisti o che profetizzava per Mario Monti l'impossibilità di "uscire vivo" dal Nord. Sempre più truce, sempre più crepuscolare, ma sempre senza ferocia e senza consapevolezza.

Anche in questo tramonto, infatti, Bossi non è pienamente consapevole del proprio dissparsi. Incredulo davanti ai fischi di Pontida, incapace di cogliere voci e contestazioni su cui un tempo surfava come un semidìo, attonito come lo fu Nicolae Ceaucescu nel suo ultimo comizio a Bucarest. Ci voleva la vulcanica e fervida inventiva di Roberto D'Agostino per coniare un'espressione che oggi pare l'epitaffio di una vita, quella micidiale immagine dei "Bossi di seppia" che occhieggiano a Eugenio Montale, e all'idea stessa del carisma svaporato.

Adesso il Senatùr convoca il suo consiglio federale senza sapere che fine farà, senza poterne scrivere il copione, avendo già provato sulla pelle in molte sedi della Lega l'onta della contestazione, appesantito come un eroe shakespeariano dagli acciacchi e dagli sberleffi, macchiato da tutti i commissariamenti che ha dovuto sottoscrivere per mantenere in vita il fragile equilibrio del suo patetico "Cerchio magico", e per consentire all'ex autista improvvisatosi tesoriere la spregiudicata implausibilità delle speculazioni gratta-e-vinci.

Il Bossi-guerriero che aveva fondato la Lega era stato un profeta dell'antifamilismo, il Bossi-di-seppia che (salvo detronizzazioni) sta seppellendo la Lega ha fatto del familismo il suo programma sanitario, la sua incerta stampella, la sua ultima grottesca suggestione, quella del Re che designa un successore esangue, del "Delfino" che diventa "Trota".

Se Bossi fosse uscito di scena quando il suo male lo aveva messo al tappeto, la sua guarigione lo avrebbe reso un padre della patria. Ma in questo paese in cui pochi riescono ad arrivare alla grandezza, nessuno conosce il segreto di Cincinnato e nessuno sa uscire di scena. Sarà un epilogo triste: anche questo - purtroppo per lui - a sua insaputa.

 

UMBERTO BOSSI E ROSY MAUROUMBERTO BOSSI SUONA LA TROMBA jpegFRANCESCO BELSITO CON UMBERTO BOSSIUMBERTO BOSSI CON I SUOI Bossi e il trota sul monvisoIl trota e Bossi - copyright Pizzi per Ultracafonal

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