NONNA PINA L’HA CAPITO CHE UNA PARTE DELLA MAGISTRATURA NON LA VUOLE A VIA ARENULA E URLA AL COMPLOTTO (“VOGLIONO COSTRINGERMI A LASCIARE”) E ATTACCA LIGRESTI: “VUOLE VENDICARSI”

Liana Milella per "La Repubblica"

«Nooo...ditemi che non è vero...ditemi che state scherzando... ditemi che non sta cominciando tutto di nuovo...vi prego...non ce la faccio più». Alle 15 e otto minuti Annamaria Cancellieri è in auto diretta a villa Madama per il vertice italo-francese. È fisicamente provata. Ha già mangiato, altro che dieta, l'ennesimo Pocket coffee, la sua fonte di energia primaria in questi giorni terribili.

Nemmeno un'ora prima, alla buvette di Montecitorio, mentre addentava affamata un toast prosciutto e formaggio - in piedi, il braccio sinistro operato penosamente appeso al collo, e pure una pochette Bottega veneta a tracolla sull'altro - aveva detto tirando un sospiro di sollievo: «Certo, è stata la giornata più lunga della mia vita». Pensava che fosse finita lì, ma si sbagliava. Se n'è accorta quando le hanno letto l'agenzia con le rivelazioni di Ligresti. «Incredibile tempismo - commentano dal suo staff - una fiducia chiusa alle 14 e 55 e il nuovo verbale che spunta alle 15 e 08. E poi voi andate dicendo che non è un complotto?».

Cancellieri, che per temperamento e storia personale non è una dietrologa, stavolta non ci sta. «Eh no, adesso basta, questo non solo è accanimento allo stato puro, ma anche un'aggressione pianificata nei tempi e nei modi». Ancora: «Troppe coincidenze fanno un sospetto». Poi: «Vogliono distruggermi. Vogliono che me ne vada. Vogliono costringermi a tutti i costi al passo indietro». Ha ancora ore di lavoro davanti, dovrà parlare con la collega Guardasigilli francese («Una gran donna, che ha fatto molto per le carceri »), alla fine pure una cena di rappresentanza al Quirinale. Da Napolitano, l'unico che considera veramente sincero e fiducioso nei suoi confronti.

La berlina di rappresentanza è arrivata a destinazione. C'è tempo per gli ultimi contatti prima di un pomeriggio di black out. Impiega il tempo per smentire la ricostruzione di Ligresti, per indignarsi. Poi, sconsolata: «L'ho già detto, contro il metodo Boffo non c'è niente da fare, se vogliono ti attaccano.

Ma io resisterò fino all'ultimo, continuerò a puntualizzare e a ribadire la mia verità». Perché Ligresti parla di raccomandazioni? Con i suoi collaboratori si apre più che con i giornalisti. «Sono balle, non è vero niente. Sicuramente Salvatore Ligresti ha un animo cattivo contro la mia famiglia, vuol far male a me, ma soprattutto a mio figlio». Ecco, è detta, vendetta e complotto diventano i due perni su cui starebbe ruotando il caso Cancellieri.

Gli effetti si cominciano a vedere, l'erosione di consenso evidente. Questo spiega la mestizia del ministro. Quando ascolta i distinguo di Epifani, quando s'indigna per le accuse violente dei grillini, quei cartelli - "Cancellieri a casa" - che la feriscono, quel chiosare ironico il suo discorso («Amica di Antonino Ligresti» dice lei, «e bravaaaa» ritmano loro). No, non è andata come una settimana fa, quando tra Senato e Camera furono decine i parlamentari che venivano a stringerle la mano.

Adesso il distacco è fisicamente visibile. Stretta tra Letta, Franceschini e Alfano, blindata, ma palesemente indebolita. E tutto questo prima della nuova bordata di Ligresti...
Una carriera onorata sta finendo nella polvere. Lei ne ha piena coscienza. E deciso fastidio. Adesso pure con il marchio della raccomandazione di Berlusconi. «Proprio a una come me, il cui punto di forza è sempre stato quello di non avere padrini...sembra un brutto sogno ». Non è un sogno, ma è brutto, questo è certo. Lei cerca di esorcizzarlo. Come quando, appena uscita dall'aula, a chi le chiede se si sente un ministro dimezzato risponde: «Sono convinta di quello che ho fatto finora e dimostrerò con i fatti, se mi daranno la possibilità di farlo, che è stato un bene darmi fiducia».

Anche la fiducia fredda, che suona più come presa di distanza che come pieno sostegno che le ha dato Epifani? Lei ripete pari pari: «Se mi permettono di farlo, dimostrerò che è stato un voto positivo». Ha già dei progetti? «Lavorerò senza cedimenti, andrò fino in fondo. Io ci credo a questo lavoro, l'ho fatto e lo farò ancora con passione». «Il dibattito, complessivamente, è stato sereno». E i pesanti malumori del Pd? «Questi sono fatti che attengono alla politica».

Ma c'è uno iato tra le dichiarazioni e le confidenze con i suoi. Come questa: «Lo sapete, io andrò avanti comunque perché l'autorevolezza si misura sulle cose, ma la preoccupazione è che qualunque cosa faccia ci possano vedere un retroscena negativo, dalla visita in un carcere a una misura sui codici». Già, tutti cercheranno una norma ad personam. Come quando le chiedono se metterà il telefono verde per i detenuti. Lei risponde subito di sì, ma poi si fa prendere dai dubbi, «perché poi, magari, diranno che l'ho fatto solo per coprire il caso Ligresti».

È la sindrome della presunzione di colpevolezza che la sta acchiappando alla gola. «La Severino mi aveva avvertito: stai attenta, è un ministero difficile». Non sarebbe stato meglio dimettersi? «Nemmeno per sogno, sarebbe stata un'ammissione di colpa, e io non sono colpevole».

 

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