RIVOLTA DI CARTA NELLA “PICCOLA ATENE” - IL PREMIO LETTERARIO “CAPALBIO” POTREBBE ARRIVARE IN TRIBUNALE - IL COMUNE NON VUOLE PIÙ DARE IL PATROCINIO, MENTRE GLI ALBERGATORI E I RISTORATORI LOCALI ACCUSANO: “HANNO MANGIATO E DORMITO PER ANNI. DI QUEI SOLDI NON ABBIAMO VISTO TRACCIA. C’È UN AMMANCO DI 11.000 EURO” - IL PATRON DELL’EVENTO ARINGOLI, CARO A PAOLO MIELI, RISPONDE: “I DEBITI SONO MENZOGNE. SE SARÀ NECESSARIO, OCCUPEREMO CAPALBIO”…

Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"

"Ci porti vino bianco, un coccetto di lenticchie e gamberetti, il vostro fiore di zucca ripieno di orata e il polpo in galera". Ora che la prigione è meno di un espediente letterario e in luogo delle argentee targhe del "Premio Capalbio", si minaccia l'arrivo di quelle della Polizia, ragionare sull'allegra occupazione militare del ristorante Lupacante di Orbetello, più che all'estate, fa pensare alla corte marziale.

Giungevano a frotte. Agosto maremmano, mare, cultura, appetito. Giornalisti, scrittori, saggisti. Mangiavano in venti e poi felici, nella scia di Gianni Aringoli, patron della manifestazione fondata da Paolo Mieli, prendevano la via dei tanti resort della zona. Ora il Premio Capalbio e i suoi intellettuali, strozzati dai contenziosi economico-burocratici tra la fondazione presieduta da Aringoli, Epoké, l'amministrazione comunale e gli imprenditori del posto rischia di emigrare.

Si lamentano in tanti. Tassisti, osti, fornitori. Manca un mese e "Uno scrittore/un'estate" rischia di non assistere all'alba del 16° anno. Il sindaco di Capalbio, Luigi Bellumori del Pd (percentuali bulgare per lui nel borgo di 2.700 anime) è secco: "La manifestazione è stata importante, ma i tempi sono cambiati. Quel che in termini finanziari il comune faceva negli scorsi anni, non è più possibile. Non ho intenzione di farmi fotografare con la fascia tricolore vicino a personaggi su cui a torto o a ragione, albergatori e ristoratori mi hanno fatto pervenire dettagliate doglianze".

E se Aringoli, derubrica i debiti a "pure invenzioni, menzogne, bugie di cui chiederemo conto nelle sedi competenti", definisce gli imprenditori "eterodiretti", adombra il complotto ("ma non sono dietrologo") e minaccia di occupare comunque Capalbio, "in nome della democrazia. Mi vogliono strappare il premio perché ha successo. C'è una manovra losca e sleale. Il Sindaco non è il caudillo delle piazze e della libertà", Bellumori sceglie una buttera ironia: "Aringoli faccia il padrone a casa sua. Se vuole premiare, non ha che da chiedere un giardino privato in prestito, lì potrà omaggiare tutti gli scrittori che desidera".

Nell'attesa che l'aura di nera sfiga abbandoni il prescelto di quest'anno, Emanuele Trevi, scippato dello Strega per due soli voti e che i nomi nobili del comitato direttivo come Giacomo Marramao, abbiano le sicurezze che il ruolo richiede:

"Abbiamo chiesto ad Aringoli e alla fondazione chiarezza documentale e trasparenza senza le quali, per me Mirella Serri e Nicola Caracciolo, membri della giuria e consulenti della giuria che percepiscono quella cifra che romani e greci non conoscevano poi introdotta dagli arabi, cioè zero, l'esperienza, pur molto importante, si chiuderà qui. Non siamo disposti a occupare alcunché, né a guerre con il comune. Sarebbe sciocco oltreché illegale. Non so chi abbia ragione, ma tra le ombre mi trovo a disagio", il territorio parla.

Dell'ex sessantottino Aringoli (sosia pingue di Gianni Bisiach, già trafitto da un memorabile affresco di Marianna Rizzini sul Foglio) e della gestione "allegra" delle pendenze del Premio, nella bassa Toscana si discuteva da anni. C'è chi come Francesco Ceravolo, proprietario del "Villaggio Capalbio" optò per la lungimiranza: "Ho visto una volta un suo emissario, non mi piacque, c'erano tante chiacchiere su di lui e nessuna caparra, così preferii non avere nulla a che fare con il Premio", e chi come Franco Bistazzoni, titolare del Lupacante, si fidò e oggi affoga nel rimpianto: "Mi pagarono con assegni scoperti e mi devono ancora 15.000 euro. Temo che non li vedrò mai e per adesso non ho neanche denunciato Aringoli".

Alla reception de "Le Guardiole", rosso villone in stile palladiano con laghi artificiali e parchi da Versailles, ricordano bene la truppa del "Capalbio". Ministri, imprenditori, banchieri e presidenti. Napolitano, Tronchetti Provera, Geronzi e Monti. Auto blu all'Ultima spiaggia (la Polverini tentò di parcheggiare fin quasi sull'arenile), tv e fotografi in Piazza Magenta per il Premio, perfettamente connaturati a una gauche discretamente snob già ampiamente esplorata dalla pubblicistica, in cui l'espadrillas lisa convolava laicamente a nozze con le feste a casa Agnelli.

"Hanno mangiato e dormito per anni" dice Francesco Guerreschi, gestore de "Le Guardiole": "Prima in pochi, nel 2008, saldando dopo quattro mesi e poi in numero esponenziale nel 2009 e nel 2010. Di quei soldi non abbiamo visto traccia. C'è un ammanco di 11.000 euro oltre agli interessi e alle spese legali". Guerreschi è tra il desolato e l'incazzatissimo: "Aringoli gioca a rimpiattino. Il sito internet della fondazione che cura il premio, Epokè, riporta in calce un indirizzo inesistente. Le raccomandate sono tornate tutte indietro".

Destino simile per il successivo tentativo di conciliazione. "Quando ha cercato il gentleman agreement per il recupero del credito, Aringoli si è presentato a Grosseto proponendo l'emissione di ricevute bancarie con scadenze prefissate. Risultato? Le ha restituite insolute".

A detta di Guerreschi, la fondazione Epoké "è stata sapientemente depauperata, utilizzata per fini personali e truffaldini" e non si salvano neanche gli storici patrocinanti del Premio (Provincia di Grosseto e comune di Capalbio) "responsabili di non aver vigilato sulla solvibilità del soggetto, inducendo tutti noi a fidarsi della serietà di Aringoli, erogando servizi a prezzi a dir poco agevolati. Oggi Aringoli mi ha chiamato, ma voleva vedermi non pagarmi. Poi, stranamente, è caduta la linea".

Aringoli nega, parla di "miserabili azioni di disturbo" e si prepara alla guerra. Giovanna Nuvoletti, in un feroce libello di qualche stagione fa: "L'era del cinghiale rosso" pittava il Premio in stile impressionista: "Gli intellettuali capalbiesi si presentano l'un l'altro i loro libri e a fine estate si consegnano il Premio Capalbio". Descrizione con qualche tinta di livore, comunque superata dagli eventi. Maremmamara si è smarrita nell'acqua cotta e nel cinghiale. Buche profonde. Conti rossi come la terra. Se non è il funerale del Premio, non somiglia a una resurrezione.

 

GIANNI ARINGOLIPAOLO MIELI Emma Marcegaglia e il sindaco di Capalbio Bellumoriclm08 emanuele treviMIRELLA SERRI NICOLA CARACCIOLO RENATA POLVERINI

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