CHIAMATELO TA-XI JINPING – IL TOUR NOTTURNO DEL LEADER IMBARAZZA LA CINA

Guido Santevecchi per "Il Corriere della Sera"

Sembrava una storia del potere che si fa umano, vicino alla gente: il presidente della Repubblica popolare cinese che sale su un taxi, come un cittadino qualunque. La stampa locale, con la potente agenzia di Stato Xinhua, e quella internazionale (New York Times e Bloomberg) si sono rincorse nel pubblicarla sul web.

Ma poi l'escursione in incognito di Xi Jinping si è trasformata in una vicenda politica piena di smentite, dubbi e risvolti politici, complicata e oscura come un gioco di scatole cinesi. E su Twitter, tra i corrispondenti dei giornali occidentali, si è meritata l'hashtag #taxigate. Ha cominciato il quotidiano filocinese di Hong Kong Ta Kung Pao con un servizio dettagliato, con foto e cartina della sortita di Xi Jinping per le vie di Pechino: il presidente avrebbe fermato un taxi vicino alla Tienanmen, in incognito, per rendersi conto della realtà, come facevano gli imperatori di secoli fa uscendo in segreto dalla Città Proibita.

Si sarebbe seduto accanto al conducente, con un solo segretario-bodyguard dietro. Secondo questa versione il tassista, come in tutti i Paesi del mondo, si è messo a parlare, soprattutto dell'aria inquinata della capitale, tema di lamentela pubblica del momento. Il passeggero annuiva.

Poi ha (avrebbe) osservato: «Certo, è facile inquinare, con tutte le industrie nuove che nascono in Cina, ma per pulire ci vuole molto più tempo. È stato così anche nelle società capitaliste con la grande industrializzazione. E comunque alla fin fine, la vita media dei cinesi si è allungata con il benessere...».

Il tassista, sorpreso da questa spiegazione profonda, al semaforo si è (si sarebbe) girato e guardando meglio il passeggero: «Le hanno mai detto che somiglia al nostro presidente della Repubblica?». E Xi con una risata: «Per la verità sì, ma tu sei il primo tassista che mi riconosce».

L'autista ricorda ancora: «Sono rimasto senza parole per qualche minuto, tutto sudato... Una cosa enorme, il capo dello Stato sul mio taxi. Poi mi sono un po' ripreso e gli ho chiesto un ricordo, un autografo. Lui ha risposto di sì, ma prima mi ha detto di portarlo a destinazione». Dopo una corsa di 25 minuti, circa otto chilometri, Xi sarebbe sceso, avrebbe pagato il conto da 30 yuan (meno di quattro euro, mancia da 20 centesimi compresa), avrebbe scritto sul rovescio della ricevuta: «Guida col vento in poppa».

Il giornale di Hong Kong ha accompagnato il suo pezzo da Pechino con una serie di foto del tassista, della sua auto, della sua casa, della dedica. Quindi, ci ha lavorato. D'altra parte il Ta Kung Pao è vicino al partito comunista e il suo direttore Jia Xiping stava al Quotidiano del Popolo prima di trasferirsi a Hong Kong.

La Xinhua, megafono del regime, ha ripreso la storia sul suo blog di Weibo (il Twitter locale), assicurando: «Le autorità dei trasporti di Pechino l'hanno verificata e confermata».
Passata qualche ora, dopo la pubblicazione sul New York Times e decine di siti di giornali, una riga per smentire: «La notizia è falsa». Sono seguite le scuse del giornale di Hong Kong; dal sito della Xinhua è sparita la prima versione; la censura ha bloccato sul web ogni ricerca con taxi, Pechino, Xi Jinping.

Ma perché smentire così nettamente una notizia che oltretutto umanizzerebbe il presidente? Su Internet circolavano già migliaia di commenti favorevoli a Xi, che ricopre da pochi mesi tutti i poteri statali, da quello di segretario del partito a quello di capo della commissione militare. «Dovrebbero seguire il suo esempio tutti gli amministratori provinciali», ha scritto sul suo blog Xue Manzì, imprenditore con 11 milioni di followers. Pochi avevano dubitato: «Sembra una trovata della propaganda: impossibile che Xi sia uscito con un solo uomo di scorta».

Qualcuno aveva paragonato l'uscita in taxi al «weifu sifang», l'espressione in mandarino che descriveva «i viaggi in incognito» degli imperatori cinesi per scoprire la realtà.
E forse proprio questo paragone imperiale ha spinto il regime a intervenire, smentendo tutto: perché non si vuole un capo dello Stato troppo protagonista.

O forse, era un'esca per giustificare un'imminente stretta sulla stampa cinese. O una trappola per la stampa straniera (New York Times in testa con i suoi premi Pulitzer per le storie sugli scandali di Pechino). O magari, il tassista si è sognato tutto e i giornali si sono sbagliati davvero.

 

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