ALLA CIA INTERESSAVA PIÙ L’ECONOMIA DELLA SOCIALDEMOCRAZIA – IN UN RAPPORTO DELLA CIA ALL’ALLORA PRESIDENTE USA, GERALD FORD, IL 22 GIUGNO 1976, SI COMMENTAVA IL VOTO ALLE POLITICHE IN CUI IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO AVEVA RAGGIUNTO IL SUO MASSIMO STORICO, IL 34,37% (LA DC ERA AL 38,7%). MA A PREOCCUPARE L’INTELLIGENCE USA ERA SOPRATTUTTO LA SITUAZIONE FINANZIARIA, “PEGGIORATA DA ANNI DI NEGLIGENZA” – “CON I COMUNISTI ESCLUSI DALLE CARICHE MINISTERIALI CHIAVE, GLI UOMINI D’AFFARI STRANIERI E LOCALI SI SENTIREBBERO RASSICURATI CHE SARANNO IMPROBABILI NAZIONALIZZAZIONI O RIGIDE LINEE GUIDA DI PIANIFICAZIONE. MOLTI VEDREBBERO IL SOSTEGNO COMUNISTA DALL’ESTERNO DEL GOVERNO COME UN MEZZO PER RAFFORZARE LA CREDIBILITÀ DELLA COALIZIONE…”
Estratto dell'articolo di Maurizio Caprara per “Sette – Corriere della Sera”
Fu una giornata intensa il 22 giugno 1976 per Gerald Ford, presidente degli Stati Uniti, repubblicano, subentrato nel 1974 nella carica di Richard Nixon, costretto alle dimissioni. […]
L’agenda di Ford e altri documenti non più segreti consultati da chi scrive queste righe non specificano se sia stato in volo o in ufficio che il presidente lesse The President’s daily brief, il rapporto quotidiano preparatogli dalla Cia, Central intelligence agency. Di certo, in quelle pagine a lungo “top secret” il successore di Nixon trovò analisi accurate su ciò che sarebbe accaduto in estate nel nostro Paese.
[…] Era sulle elezioni italiane il capitolo di apertura del rapporto per Ford datato 22 giugno 1976. Si era votato domenica 20 e lunedì 21. L’argomento veniva prima di informazioni su scontri in Libano tra forze siriane e palestinesi.
«I comunisti sono stati l’unico partito ad avanzare significativamente sia al Senato sia alla Camera rispetto alle precedenti votazioni del 1972», riferiva sull’Italia la Cia al presidente. «Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive, è probabile che sia difficile, se non impossibile, isolare del tutto i comunisti dal processo di governo nazionale.
Con la posizione largamente rafforzata in Parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per far approvare e applicare ogni progetto importante proposto da un governo nel quale non partecipino direttamente», prevedeva il rapporto.
aldo moro ed enrico berlinguer
Sull’Italia la Cia aveva aggiornato Ford dal lunedì 21: «Il governo post-elettorale erediterà una situazione economica peggiorata da anni di negligenza». Tra i difetti elencati, «un sistema fiscale ingombrante e inefficiente», «inflazione media al 17% nel 1975».
Nelle analisi era l’economia, più che i legami del Pci con l’Unione Sovietica, a preoccupare: «Con i comunisti esclusi dalle cariche ministeriali chiave, gli uomini d’affari stranieri e locali si sentirebbero rassicurati che saranno improbabili nazionalizzazioni o rigide linee guida di pianificazione.
Molti vedrebbero il sostegno comunista dall’esterno del governo come un mezzo per rafforzare la credibilità della coalizione. In queste circostanze, la fuga di capitali probabilmente avrebbe vita breve».
Osservava, la Cia, che con una «parziale responsabilità» per atti di governo i comunisti avrebbero potuto «convincere i sindacati ad accettare qualche tipo di limitazione volontaria dei salari».
Fughe di capitali all’estero ve ne erano state. L’avanzata del Pci nelle amministrative del 15 giugno 1975 aveva indotto a ipotizzare un sorpasso del simbolo con falce, martello e tricolore sullo scudocrociato della Democrazia cristiana. Imprenditori italiani e cancellerie europee lo temevano.
Anche se il sorpasso non vi fu, segnarono un cambiamento di fase storica le elezioni del giugno 1976. La Dc resse. Dalla sede comunista di Botteghe Oscure toccò al segretario Enrico Berlinguer smorzare le aspettative dei militanti. Ma per la prima volta dalla rottura della coalizione di unità nazionale, 1947, il partito comunista più grande dell’Occidente venne proiettato dagli scrutini nei paraggi di una maggioranza governativa.
Altra novità, a eleggere i deputati, allora 630, avevano contribuito i diciottenni. Affluenza alle urne superiore al 93%. Il Pci per la Camera balzò dal 27,5% di cinque anni prima al 34,37% dei voti: 12.614.650 elettori. Oltre tre milioni e mezzo in più. Seggi: 228, un aumento di 49.
Confermata primo partito con il 38,71%, grazie a 14.209.519 voti, la Dc di seggi ne ebbe 262. Persi, solo quattro. Terza forza, il Psi: 9,64%, deputati diminuiti da 61 a 57. In calo socialdemocratici, repubblicani, liberali.
enrico berlinguer
BIANCA BERLINGUER CON IL PADRE ENRICO
ENRICO BERLINGUER 5
enrico berlinguer fiat
enrico e letizia berlinguer
letizia berlinguer ai funerali di enrico
ENRICO E LETIZIA BERLINGUER
enrico berlinguer fiat
ENRICO BERLINGUER
enrico berlinguer achille occhetto
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