UN CIRINO ACCESO SULLE PRIVATIZZAZIONI AD MINCHIAM DEGLI ANNI ’90: “CON LA SCUSA DI DOVER RIDURRE IL DEBITO PUBBLICO, HANNO PRODOTTO I DISASTRI STILE TELECOM”


Paolo Cirino Pomicino per "Il Foglio"

Al direttore - L'indignazione è forte, fortissima. Né ci può confortare il fatto di averlo anticipato e denunciato da almeno 15 anni a questa parte. Ci riferiamo al passaggio di mano del controllo di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica, ultima tappa di una spoliazione del sistema produttivo italiano iniziato con la fine della Prima Repubblica.

Da domani potremo essere l'unica grande democrazia europea priva di un'azienda nazionale di telecomunicazioni. Francia e Germania mantengono un saldo controllo nazionale pubblico mentre la Spagna come nel caso di Telefonica, mantiene una presenza nazionale forte (Banco di Bilbao e la Caixa) in una public company. E così accade anche per la Gran Bretagna nella quale British Telecom e Vodafone costituiscono campioni nazionali e internazionali in un paese che pure ha scelto di essere una piazza di riferimento della finanza internazionale.

Nelle polemiche degli anni Novanta fummo tacciati di antica vocazione statalista allorquando contrastavamo lo sciagurato disegno delle privatizzazioni purchessia con la scusa di dover ridurre il debito pubblico. In vent'anni abbiamo venduto aziende o quote di maggioranza di aziende strategiche per circa 160 miliardi di euro e il nostro debito pubblico è aumentato di ben 1.200 mld di euro a fronte degli 839 mld lasciati in eredità da quella Prima Repubblica che pure aveva trasformato il nostro paese da nazione prevalentemente agricola in uno dei paesi più industrializzati del mondo battendo nel contempo il più grande Partito comunista dell'occidente, le Brigate rosse e il terrorismo stragista di destra.

Tutto questo poteva avvenire grazie anche all'apporto delle vituperate partecipazioni statali che consentirono all'Italia di entrare nei grandi settori a tecnologia avanzata, dalle telecomunicazioni all'energia, dall'avionica al settore spaziale, dai sistemi di armamenti alla chimica fine e via di questo passo facendo crescere una classe manageriale di grande qualità.

Invano abbiamo tentato di convincere che il tema vero per il nostro paese era quello di internazionalizzare il suo sistema produttivo e finanziario senza immaginare, come è invece accaduto negli ultimi vent'anni, che l'internazionalizzazione fosse la vendita in blocco del migliore patrimonio tecnologico del paese tenuto sino al '92 in mano pubblica.

L'obiettivo dell'internazionalizzazione cui pensavamo era quello di rendere il nostro capitalismo uno dei protagonisti del riassetto del capitalismo europeo come peraltro hanno fatto Germania e Francia mantenendo in mani pubbliche alcuni asset produttivi di valore strategico tra cui, appunto, quello delle telecomunicazioni. Una linea essenziale per un paese come l'Italia che stava perdendo il suo ruolo geopolitico.

Dopo anni di polemiche contro quel pensiero unico che riteneva la modernità sinonimo di privatizzazioni purchessia, una valutazione politica finale di un ventennio sciagurato sotto tutti gli aspetti va pure fatta. Non sappiamo ancora se per inadeguatezza politica e culturale o per complicità remunerata, certo è che l'Italia di oggi, impoverita economicamente e socialmente, non ha più nelle proprie mani quegli strumenti finanziari, produttivi e tecnologicamente innovativi che avrebbero potuto garantire quel ruolo strategico negli equilibri internazionali.

Quel che è più grave è il fatto che nel percorso delle privatizzazioni vi siano stati scandali e plusvalenze private da capogiro che solo la nostra flebile voce ha denunciato negli anni, dalla Seat pagine gialle alla Avio, per finire alla stessa Telecom. E pensare che dopo sollecitazioni infinite il paese si era convinto a utilizzare in maniera più moderna la nostra Cassa depositi e prestiti come strumento di politica industriale ed economica. Addirittura era stato creato un apposito fondo strategico affidato a tal Tamagnini che si è limitato a entrare nei supermercati, nelle assicurazioni generali, in una azienda farmaceutica e nella Metroweb, l'azienda milanese che gestisce la banda larga del capoluogo lombardo.

Questo fondo ha visto passare ultimamente sotto i propri occhi la società Avio e la vicenda Telecom senza che muovesse un dito probabilmente per indicazione di una politica sciatta e forse compromessa. Non vogliamo tirare in ballo il Britannia o ipotesi complottarde di "spectre" internazionali, ma colpisce che a destra come a sinistra negli ultimi vent'anni parte rilevante della nostra classe dirigente è stata sul libro paga di banche d'affari come la Goldman Sachs molto spesso al centro di indagini e di sanzioni internazionali.

Senza andare oltre per amor di patria vogliamo dire al governo che su questa vicenda ha ancora a disposizione gli strumenti per intervenire interrompendo questo folle passaggio di mano nel controllo di Telecom.

Ci riferiamo alla Cdp e al suo fondo strategico che, peraltro, ha fatto una joint-venture con il fondo sovrano del Qatar per investimenti di rilievo. A chi poco capisce o fa finta di capire poco vogliamo dire che non è senza conseguenze per l'Italia privarsi del controllo di grandi aziende a tecnologia avanzata perché mai come oggi l'equilibrio tra paesi si regge sulla finanza, la ricerca e la formazione del capitale umano.

Un paese come il nostro che ha il 95 per cento del suo sistema produttivo fatto di piccole e medie imprese ha bisogno di grandi società internazionalizzate capaci di attivare cospicui investimenti a redditività differita nei settori della ricerca e della innovazione distribuendone, poi, i risultati nell'universo mondo delle piccole imprese. Ci pensino Letta e i responsabili della maggioranza perché la storia li giudicherà prima di quando si pensi proprio sul terreno dell'interesse nazionale e della prosperità dell'intera società italiana.

 

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