LEGA DA BAR - ORA CHE COMANDA MARONI, BOSSI VUOLE “PIÙ DEMOCRAZIA”

1 - PONTIDA, BOSSI ATTACCA MARONI: "NELLA LEGA MANCA DEMOCRAZIA"
Giovanni Cerruti per "La Stampa"

Non se le sono date, ma quante se ne son dette. O meglio quante ne ha dette Umberto Bossi, infagottato in una specie di eskimo troppo largo, una manica troppo lunga che gli copre la mano sinistra, la destra che mostra pollice e indice ben tesi, e si muovono a scatto: «Così non va»...

E Roberto Maroni che gli va incontro sul palco, e poi accanto, e lo abbraccia, lo mostra al pratone impantanato di Pontida, a militanti più vecchi che nuovi. Insieme, ancora una volta insieme. Per dire che la Lega è unita, si capisce. Per farsi vedere così, e non tradire quella scritta che sta proprio sotto il palco: «Bossi-Pontida-Maroni». E per smentire i «giornalisti lecchini della canaglia romana».

«Vieni Umberto», dice Maroni. Meglio accompagnare il vecchio Capo brontolone là in fondo a sinistra, alle scalette che portano giù dal palco. Meglio far salire la folla di consiglieri e assessori di Piemonte, Lombardia e Veneto. Che avanzi la Macroregione, «Noi siamo già Stato, siamo al 5°posto nelle classifiche dell'Unione Europea!».

Che si annuncino nuove tappe e nuove imprese: «Sul patto di stabilità e il 75% delle tasse al Nord tratteremo con Roma fino al 31 dicembre - dice Maroni -. E se serve la guerra a Roma e al governo faremo la guerra!». Che si mostri al pratone il malloppo del tesoriere Belsito: «Ecco i 13 diamanti, finiranno alle nostre sedi e ai nostri militanti!».

Ma non era più sul palco, Bossi. Quel che aveva da dire l'aveva detto, e non dev'essergli sfuggita una certa tensione dalle parti del palco, la stessa che ha accompagnato parecchi interventi, con i big della Lega che sbucano e scrutano questo pratone una volta sempre amico e questa volta un po' sì e un po' no.

Nessuna scazzottata, come qualcuno temeva dopo le esagerazioni su Facebook, «le esibizioni dei rivoluzionari da tastiera», secondo la definizione di Gianni Fava, neoassessore all'agricoltura di Lombardia. Però, e proprio sotto il palco, c'erano i tifosi di Bossi, quelli che si aspettavano almeno una scazzottata di parole. E il vecchio capo, già scontento di suo, non li poteva deludere.

«Qualcuno ha esagerato nel dire che va tutto bene», è il suo attacco. Perché per Bossi e i cinquanta tifosi sotto il palco va (quasi) tutto male. Per Roberto Calderoli sul pratone sono in 25 mila, e dunque i cinquanta sono un niente. Però è a nome loro che sta parlando Bossi. «Se non mettiamo a posto la democrazia nella Lega...».

«Non ci possono essere cariche eterne». «Chi ha detto che va tutto bene è un leccaculo». «Sappiamo che ci sono dirigenti che non si sono comportati bene». «Un minimo di rispetto lo dovete avere». «Speriamo che i cosiddetti "bossiani", cioè il 50% della Lega, vengano ascoltati». «Il Veneto è tutto commissariato, non c'è una provincia intatta, ci vuole un congresso».

Frasi brevi, pause lunghe, applausi scarsi. Ma il vecchio Capo, da questo palco che una volta era tutto suo, ha finalmente detto quel che da mesi va brontolando. E né lui né Maroni potranno dire che sono invenzioni dei «lecchini della canaglia romana».

Bossi («Ogni anno i dirigenti dovranno sottoporsi al giudizio della base») sogna un nuovo congresso, vorrebbe riprendersi la Lega, riprendersi il suo ruolo. Si è mostrato prudente, cauto e furbo. Non esplicito e brutale come a metà marzo, da un divano di Montecitorio: «Maroni non è di parola. Per diventare governatore della Lombardia ci ha fatto perdere un milione e 600 mila voti. Aveva detto che si dimetteva da segretario ed è ancora lì».

Ma Bossi non se ne va, non se ne andrà dalla Lega. «Io l'ho fatta non per romperla», dice. Non se ne andrà perché la Lega è casa e lavoro, stipendio compreso, e con l'aggiunta degli extra per la famiglia e la scuola privata della signora Bossi. «La Lega non si divide, non c'è niente di perso, ma la base deve contare di più, c'è da migliorare. Chi è incazzato sappia che abbiamo capito...».

Nel senso che lui, Bossi, da questo momento, da questo pratone pieno di fango, parlerà per loro. Sarà il Brontolone della Macroregione. Che non se ne va perché non se ne può andare. E s'inventa Portavoce di chi non saprebbe dove andare.

2. RISSA SUL PRATONE PER LA CONTESTAZIONE A BOBO-PINOCCHIO
G.Cer per "La Stampa"

La vendetta si vede da lontano, in fondo al pratone. «Umberto Bossi la Lega sei tu», grida lo striscione tutto in maiuscole. Oppure si sente sotto il palco, tra la tuta mimetica dell'ex deputato ligure Giacomo Chiappori, il cappellino verde del consigliere regionale veneto Santino Bozza, la blusa dello stesso colore dell'ex deputata padovana Paola Goisis. Qui, con un'aria da carbonari, si prepara «la Festa della Concordia», come la chiamerà Umberto Bossi. «Te lo sei messo?», si domandano.

Uno, due, dieci. Spuntano fotomontaggi di Maroni con il naso lungo e rosso da Pinocchio. Gli elastici sono agganciati. Il pissipissi dice che se lo metteranno sulle spalle, per poi voltarle al Nemico.

Ma non succede. Bastano un paio di spintoni, un altro paio di robusti padani e i Maroni impinoccchiati finiranno nel pantano. «Ma noi restiamo qui», giura Paola Goisis aggrappata alla sua bandiera bianca con la scritta Bossi. A fischiare. A gridare «traditore».

A sperare che altri si aggiungano al gruppetto del rancore. Che si aggiungano, almeno, quelli che su Facebook avevano promesso sfracelli. Di fischietti ce n'è, e tutti verdi. Sta parlando Sonia Viale, segretaria di quel niente di Lega che è rimasto in Liguria: «Alle elezioni abbiamo stravinto sul piano identitario...». Fischi. Lei dal palco forse sente, di certo vede, e subito risponde: «Chi non ce l'ha più duro se ne deve andare!».

Non se ne andranno, aspettano Flavio Tosi sindaco di Verona e segretario dei leghisti veneti. «Un democristiano, come Maroni», dice Bozza. Che da Tosi è appena stato espulso, colpevole d'aver annunciato il voto per il Pdl alla Camera e al Pd al Senato.

«Sono qui e lo aspetto», dice tra vendetta e rancore. Eccolo, Tosi. Ed ecco uno striscione che durerà dieci minuti: «Veneto congresso subito», con l'intenzione di destituire Tosi. «Fuori, fuori!», urlano dalle parti di Bozza, di Goisis e degli altri che non sono stati ricandidati. Al microfono, Tosi guarda dall'altra parte, li ignora. Ma gli altri del palco guardano qui. Si affaccia Salvini, si affaccia Calderoli. Non sembrano facce allegre.

«Gufi, ma andate tutti a quel paese!», dirà alla fine Roberto Maroni, convinto che questa sua prima Pontida da segretario abbia dimostrato quanto la Lega sia unita e i giornalisti dediti a scrivere «stronzate».

E' vero che non è successo nulla di grave, è vero che il Club Vendetta & Rancore sul pratone non ne ha portati più di una cinquantina. Però mai a Pontida si erano sentiti fischi. Mai s'era sentito questo venticello di tensione, di contestazione, di stranezze. Nemmeno due anni fa, quando in fondo al pratone c'era lo striscione «Maroni premier subito», e già si avvertiva l'ingloriosa fine del «Cerchio Magico» e sul palco impazzavano il tesoriere Belsito e Rosi Mauro.

Che poi, a far la conta dei fischi, ce ne sarebbe anche per Bossi. Che se ne prende quando dice che «ogni anno bisogna dare un giudizio sui dirigenti», e dalla prima fila parte un grido beffardo: «W il Trota!». Ma questo è il passato, ormai. Il presente è questa Lega sul pantano di Pontida che quasi si stupisce di essere ancora qui. «Ci davano per morti...», ripetono dal microfono.

Con tre governatori al Nord sono ben vivi, anche se poco vivaci nei voti. E il futuro è sempre radioso, annuncia Roberto Calderoli: «Il nostro slogan sarà dalle parole ai fatti». Il Club dei fischi si dev'esser distratto. Vorrà mica dire che questi 23 anni di Lega e Pontida sono stati un gioco?

 

maroni sul palco con bossi a pontida contestazione a bobo pinocchio BOSSI MARONI E LA SCOPA PADANA BOSSI E MARONI jpegBOSSI E MARONI AL CONGRESSO DELLA LEGA jpegBENNY SU BOSSI CHE SPIA MARONI VIGNETTA BENNY MARONI E BOSSI SI CONTENDONO LA LEGA FRANCESCO BELSITO BOSSI IN LACRIMA CONSOLATO DA MANUELA DAL LAGOUMBERTO BOSSI CON MANUELA MARRONE jpegRENZO BOSSI - TROTAFLAVIO TOSI MATTEO SALVINI ROBERTO MARONIROBERTO CALDEROLI jpegBELSITO ROSI MAURO c b c d afc c e ea

Ultimi Dagoreport

attentato sigfrido ranucci bomba valter lavitola clesio gomes tavares pellegrino d’avino davino antonio passariello saverio mutone

DAGOREPORT- PECCATO CHE SIANO SCOMPARSI I POLIZIOTTESCHI DEGLI ANNI ’70, TIPO: “LA CAMORRA SFIDA, NAPOLI RISPONDE’’. DAVANTI AI COLPI DI SCENA DEL GASTRO-CRIMINAL-SHOW, STARRING LAVITOLA E RANUCCI, AVREBBERO SCODELLATO UN BEL FILMONE, INTITOLATO: “LA CAMORRA INDAGA, LA LEGGE RINGRAZIA” – QUANDO RANUCCI INDIRIZZA LE INDAGINI SULLA PISTA DELLA CAMORRA, IL CLAN CAVA, STORICA ORGANIZZAZIONE IRPINA DI QUINDICI, NON HA PRESO PER NIENTE BENE DI FINIRE SOTTO PRESSIONE PER IL LAVORO INVESTIGATIVO DEI CARABINIERI – INDAGANO E SCOPRONO CHE ANTONIO PASSARIELLO, L’UNICO LORO AFFILIATO DEL QUARTETTO BOMBAROLO (GLI ALTRI TRE NON ERANO ORGANICI AL CLAN), NON SI ERA PREOCCUPATO DI INFORMARE IL VERTICE DEL CLAN, NÉ DI RICEVERE IL VIA LIBERA PER COMPIERE L’ATTENTATO - I CAMORRISTI DECIDONO ALLORA DI INDIRIZZARE GLI INQUIRENTI SULLA PISTA GIUSTA, INVIANDO UNA MAIL AL PM: “SE CE LO AVREBBE DETTO NON GLIELO AVREMMO MAI PERMESSO PERCHÉ RANUCCI A NOI NON CI HA FATTO NIENTE E QUESTO SONO GUAI CHE NON VOGLIAMO, ALLORA PRIMA CHE SI MISCHIANO LE CARTE, LE COSE STANNO COSI…”. E GIÙ UN NUMERO DI TELEFONO INTESTATO A UN’ALTRA PERSONA MA UTILIZZATO DA PASSARIELLO, CHE GLI INVESTIGATORI NON AVEVANO ANCORA SCOPERTO. DA LÌ, INTERCETTANDO INTERCETTANDO, SI È FINITI A TAVARES E LAVITOLA… - VIDEO

giorgia meloni sigfrido ranucci giampaolo rossi giovambattista fazzolari patrizia scurti antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT – GIORGIA MELONI È IN MODALITÀ “CATTIVISSIMA ME”: DOPO QUATTRO ANNI DI LUNA DI MIELE, PER LA DUCETTA È ARRIVATA LA TEMPESTA PERFETTA: LO STOP AL PREMIERATO, LA BATOSTA AL REFERENDUM, LE RAFFICHE DI “VAFFA” DI TRUMP, L'ESPLOSIONE DEL FENOMENO VANNACCI, IL CROLLO DELLA LEGA, FORZA ITALIA ALLA BERLUSCONINA, IL CAOS INTORNO ALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE, L'AUTOGOL SULLA SOSTITUZIONE DI RANUCCI - PIU' IRRIDUCIBILE DELLA MALASORTE, ANZICHE' ASCOLTARE I CO-FONDATORI DI FDI, LA RUSSA E CROSETTO, L'UNDERDOG PREFERISCE CIRCONDARSI DALL'AFFETTO DEL SUO CIRCOLETTO DELLA GARBATELLA - DOMANI DA BARI, DOVE FESTEGGIA IL RECORD DI DURATA DEL SUO GOVERNO, L'UNDERDOG LANCERÀ IL SUO GRIDO DI RISCOSSA ELETTORALE - SA CHE L'ARMATA BRANCA-MELONI NON PUO' REGGERE FINO A OTTOBRE 2027, OCCORRE ANTICIPARE IL VOTO AD APRILE, LASCIANDO LE COMUNALI A GIUGNO - MA MATTARELLA VUOLE L’ELECTION-DAY A CUI SI OPPONE LA MELONI, TERRORIZZATA DALL’EFFETTO TRAINO DI UN FILOTTO DEL CENTROSINISTRA: CHE DECIDERA' IL COLLE? AH, SAPERLO...

crosetto calenda vannacci monti de bortoli forum ambrosetti cernobbio

DAGOREPORT - MENTRE LA PROCURA MILITARE DI ROMA AVVIA UN’INDAGINE SUGLI UFFICIALI CHE HANNO ADERITO ALLA "SPORCA DOZZINA" DI ROBERTO VANNACCI, IL RE-DUX DI FUTURO NAZIONALE MARCIA SU CERNOBBIO: SABATO È ATTESO IN POMPA MAGNA AL FORUM AMBROSETTI PER DIBATTERE CON L’EX PREMIER MARIO MONTI - DALL'IDEOLOGO DEL POPULISMO GRILLINO, GIAN ROBERTO CASALEGGIO AL LEADER SOVRANISTA OLANDESE, IL RAZZISTA GEERT WILDERS, LE PRESENZE PROVOCATORIE E ACCHIAPPA-TITOLI NON SONO UNA NOVITA' A VILLA D'ESTE - SDEGNATI PER LA PRESENZA E "TRATTAMENTO PREFERENZIALE" DEDICATO ALL’EX PARÀ(CULO) DELLA FOLGORE, CARLO CALENDA E GUIDO CROSETTO NON METTERANNO PIEDE A CERNOBBIO – ANCHE FERRUCCIO DE BORTOLI RIFIUTA DI DUETTARE CON L’EX GENERALE NOSTALGICO DEL MANGANELLO E DELL’OLIO DI RICINO - NON SOLO: E' L’EX DIRETTORE DEL “CORRIERE” IL PRIMO CHE SPARA LA NOTIZIA: “PURTROPPO A CERNOBBIO CI SARÀ VANNACCI'' (IL CAUTO DIRETTORE FONTANA È STATO BEN ATTENTO A NON PUBBLICARLA SUBITO SUL CARTACEO)...

rai via teulada paolo corsini giulia innocenzi presutti daniele piervincenzi danilo procaccianti report sigfrido ranucci

DAGOREPORT – RIUNIONE INTERLOCUTORIA MA CON QUALCHE PICCOLA APERTURA TRA IL DIRETTORE DELL'APPROFONDIMENTO RAI, PAOLO CORSINI, E I MEMBRI DELLA SQUADRA DI “REPORT”: I GIORNALISTI HANNO RIBADITO IL “NO” ALLA CONDUZIONE DI GIULIA PRESUTTI E DANIELE PIERVINCENZI, MA SU QUEST’ULTIMO LA POSIZIONE SAREBBE PIÙ MORBIDA: POTREBBE AVERE UN VIA LIBERA MAGARI COME CONDUTTORE DEL “REPORT LAB”, CON LA CONDUZIONE VERA E PROPRIA DA AFFIDARE A DUE “STORICI” (CHE DIVENTEREBBERO TRE NEL CASO DI UN REINTEGRO DI RANUCCI DA PARTE DEL TRIBUNALE).  SULLA PRESUTTI IL MURO RESTA GRANITICO – PALAZZO CHIGI, INVECE, SAREBBE IRREMOVIBILE SUI DUE NOMI – EPISODIO PITTORESCO NEL MEZZO DELLA RIUNIONE: UN GIORNALISTA DI UNA PRESTIGIOSA TESTATA DELLA RAI SAREBBE STATO BECCATO A ORIGLIARE DA UN BAGNO VICINO ALLA SALA…

trump modi xi jinping putin

DAGOREPORT – GRAZIE A TRUMP, IL DOLLARO RISCHIA DI DIVENTARE CARTA STRACCIA – IL PIATTO FORTE AL SUMMIT IN KIRGHIZISTAN DI XI JINPING, VLADIMIR PUTIN E NARENDRA MODI, HA FATTO STRA-INCAZZARE IL CALIGOLA DELLA CASA BIANCA: SUL TAVOLO, IL PROGETTO DEI ''BRICS'' (BRASILE, RUSSIA, INDIA, CINA, SUDAFRICA) DI DAR VITA A UNA “MONETA UNICA'', PER FAR FUORI IL DOLLARO NEGLI SCAMBI INTERNAZIONALI - CON UN DEBITO PUBBLICO MONSTRE DI 40MILA MILIARDI, LA DE-DOLLARIZZAZIONE SAREBBE LA FINE DELL'IMPERO AMERICANO: IL VERDONE" VIENE UTILIZZATO IN OLTRE L'80% DELLE TRANSAZIONI COMMERCIALI E IN PIÙ DELLA METÀ DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI DELLE MATERIE PRIME, COME IL PETROLIO - LA DECISIONE E' NELLE MANI DELLA CINA: RINUNCERA' ALLO MONETA NAZIONALE, LO YUAN, PER DIVENTARE LA LOCOMOTIVA DEI ''BRICS''? - SUL MAGGIORE IMPEGNO A FAVORE DELL’IRAN, PESANO I DUBBI DI MODI (GLI USA SONO IL PRIMO PARTNER COMMERCIALE DELL’INDIA) - PROSSIMO ROUND: IL VERTICE DI XI JIN PING DEL 24 SETTEMBRE CON IL "DERAGLIATO MENTALE" DELLA CASA BIANCA...