NEI SECOLI FIDEL - CONFALONIERI: “BERLUSCONI AVRÀ MOLTI DIFETTI, MA LA SENTENZA MEDIASET È ABERRANTE: IO CHE FIRMAVO I BILANCI SONO STATO ASSOLTO, LUI CHE ALL’EPOCA ERA PREMIER, CONDANNATO A 4 ANNI”

Da "il Giornale"

Per gentile concessione di «Magna Carta» pub­blichiamo ampli stralci dell'intervista a Fedele Confalonieri realizzata per la summer school della Fondazione.

Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, nasce a Milano nel 1937. Voleva fare il pianista, dicono peraltro che sia molto bravo, ma alla fine diventa uno dei manager di maggiore successo in Italia.

Come si costruisce da zero una biografia come la sua?

«Tanta fortuna. Intanto cominciamo a dire questo, prima di tutto. Perché io, finita l'università, ho provato a lavorare un po' per conto mio, poi, avendo un amico molto bravo, molto più bravo di me a fare l'imprenditore, sono andato a lavorare con lui. E ho fatto tante cose, ho lavorato per 40 anni in Fininvest, prima ancora in Edilnord quando Berlusconi si occupava di edilizia, poi nelle varie attività, televisione, eccetera occupandomi soprattutto di rapporti istituzionali e così via, e tante altre cose.

Quando eravamo nel '73, quindi 40 anni fa, c'erano 100 persone con Berlusconi e si facevano tante cose, sono stato capo del personale, poi le pubbliche relazioni, i consigli, e così via. Infine ci siamo specializzati, diversificati. Segreti, mi creda... è la fortuna. E poi certo l'impegno, lavorare, lavorare, darsi da fare. Io ricordo, le vacanze erano poche, quest'anno ne ho fatte tante per quelli che erano gli standard di allora. Le vacanze erano magari una settimana, dieci giorni. Il piacere di lavorare, poi essere in un settore che ti riempie. Ma formule non credo ce ne siano».

Lei ha collaborato insieme a Silvio Berlusconi alla nascita in Italia della tv commerciale, dunque per l'avvento della concorrenza in una settore prima monopolizzato dal pubblico. In una società moderna quale ritiene sia il giusto equilibrio tra l'iniziativa privata e l'intervento dello Stato?

«L'intervento dello Stato dovrebbe essere quello classico: i servizi, le strutture e poi il resto affidato ai privati. Certo un welfare ci deve essere. Ci sono dei Paesi troppo liberali e per cui se svieni per strada e non hai in tasca la carta di credito non ti ricevono all'ospedale. Questa è un'aberrazione, sotto il profilo liberale. Però non ci deve essere neanche l'aberrazione che tutto ti viene dallo Stato, o quasi tutto. Un giusto equilibrio tra le due cose»

Nel 2012 lei è stato ospite della fondazione Magna Carta in in particolare alla lettura annuale con una lectio magistralis dal titolo «La tv commerciale fattore di sviluppo e di democrazia». Con l'avvento della tecnologia di internet oggi si parla tanto invece di democrazia della rete. Qual è la sua interpretazione di questo fenomeno?

«Mutatis mutandis è un po' la stessa cosa. In quel periodo c'è stata la vera rivoluzione liberale nel nostro settore. E questo è uno dei meriti di Berlusconi, un merito politico anche quando non era ancora politico, perché quella è stata veramente una ventata di libertà portata nel nostro Paese. Internet è per definizione libero. Forse va regolamentato un poco laddove si tratta di calpestare i diritti di altri, per esempio il copyright, la produzione culturale e così via. Se uno può scaricare tutto quanto... Certamente è un fattore di maggior democrazia, vediamo gli esempi qui in italia. Poi ritorniamo ai valori fondamentali di sempre che valgono in una società arcaica, moderna o addirittura futuribile. Però quando la tecnologia aiuta la libertà ben venga».

Lei ha vissuto tante stagioni e tanti momenti difficili della storia d'Italia. Quello che stiamo vivendo sembra un tornate particolarmente critico e insuperabile per il nostro Paese. Come ne uscirà secondo lei l'Italia e il centrodestra?

«Il centrodestra... Tutto dipende da Berlusconi, da come se la cava proprio in queste ore, direi più che ancora in questi giorni. Perché mi sembra che centrodestra voglia dire soprattutto Berlusconi. Il Paese ha le risorse, tutti sappiamo quanto sono intraprendenti gli italiani, quanto sono vivaci, quanto sono anche pazienti, forse certe volte anche troppo pazienti, però non è facile uscirne. O si tagliano, li abbiamo chiamati lacci e lacciuoli in onore del primo che ha parlato di queste cose, se no è veramente difficile. Sappiamo tutti che se vai in certi Paesi i costi del lavoro diminuiscono enormemente.

Ci sono dei Paesi in cui un operaio guadagna un dollaro o due dollari l'ora, non è detto che lavorino meglio però uno può delocalizzare. Ma al di là di queste cose, ci sono anche delle restrizioni, delle difficoltà, degli ostacoli che vengono dalla troppa burocrazia. Sappiamo tutti che in certi Paesi ci vogliono addirittura pochi giorni o poche settimane per aprire una fabbrica o una nuova attività. Qui ci sono delle volte che uno impazzisce prima di poter aprire un qualche cosa che non inquina, e dà solo lavoro. E quindi sono tutte bardature che andrebbero veramente rotte».

Restiamo sulla politica. Nella costruzione di una proposta politica che guardi al futuro, quali fattori pesano di più secondo lei e che peso ha la cultura nella costruzione di questa proposta?

«In politica ci sono i valori di sempre: rispetto della democrazia, delle istituzioni, un legislativo che faccia delle leggi. Soprattutto un mondo politico oggi meno astioso. Sono stati 20 anni di guerra sempre. C'è sempre stato un conflitto. Un Paese non può litigare tutti i giorni. Ci vogliono dei principi comuni e poi ci vogliono delle riforme fondamentali, una riforma come quella della giustizia è ineludibile, una riforma del sistema del lavoro, dei costi del lavoro, una riforma anche del welfare è ineludibile. Detti così sono i dieci punti di qualsiasi politico che si presenta sull'agone elettorale, però tutti sanno che cosa vuol dire. Poi il peso della cultura va da sé. Pensare alla scuola, bisogna partire dalla scuola, adesso non voglio fare il trombone all'eccesso e mettermi nei panni del politico che non sono».

Lei conosce molto bene la Seconda Repubblica che ha visto nascere a partire da Mani Pulite e poi dalla discesa in campo nel '94 di Silvio Berlusconi. Quali sono a suo avviso i punti di forza della Seconda Repubblica e quali i punti di debolezza da riformare?

«La Seconda Repubblica ha avuto tanti difetti e lo sappiamo non è riuscita a fare molte cose... Poi, ripeto, Berlusconi dice sempre che non le ha fatte perché non aveva il 51 per cento, c'è stato un momento che aveva una grande maggioranza. La vicenda Berlusconi sembra stia per chiudersi per un intervento della magistratura, cioè di un ordine dello Stato che ha sentito Berlusconi come un intruso, come un usurpatore nel mondo della politica, nella convivenza e l'ha messo nel mirino: 40 processi, procedimenti, è inutile stare a ripetere delle cifre che conoscono tutti quanti, le duemila ispezioni finché sono arrivati a una sentenza che è aberrante. La prova che questa sentenza sia aberrante è che io, che sono quello che firma i bilanci di Mediaset, sono stato assolto due volte.

Quello che faceva il presidente del Consiglio nel 2003 è condannato a quattro anni per frode fiscale. Non stiamo parlando di altre cose, la frode fiscale è una cosa ben precisa. E poi questa frode fiscale per un gruppo che ha pagato miliardi: Fininvest 9 miliardi, Mediaset ha dato 6 miliardi all'erario da che c'è, 7 milioni e rotti avremmo frodato. E in un anno dove poi tra l'altro avevamo pagato 560 milioni di tasse, pagarne 567 non era... Però questa è la giustizia, e a un certo punto la giustizia diventa una player nella competizione. Quindi questa è una riforma che andrebbe fatta non soltanto, ripeto, nel penale ma anche nel civile e così via».

Che consiglio dà ai giovani studenti della summer school della fondazione Magna Carta?

«Il consiglio ai giovani è quello di impegnarsi. E poi è bene che si divertano, che facciano tutto quello che i giovani fanno, si innamorino, si disinnamorino, che si divertano, facciano sport. Però impegnarsi. Ecco la cosa che sento. Insomma, io avevo 8 anni quando è finita la guerra, in guerra si mangiava quel che si poteva. E poi c'era una disciplina normale nei confronti del tuo maestro, poi del tuo professore, poi del tuo professore dell'università, questo senso del dovere, che è un dovere nei confronti di te stesso.

Adesso non scomodiamo Kant col principio kantiano: fai, agisci in modo che il tuo agire serva da paradigma per tutti quanti. Però un qualche cosa del genere, cioè non prendere le cose alla leggera: se devi studiare studia, e poi impegnati a fare anche qualcos'altro. Cioè datti da fare. Datti da fare anche su cose che possono sembrare umili per un certo periodo, ma che servono. Il vecchio «impara l'arte e mettila da parte» serve per tutte le cose. Siamo partiti dal suonare il piano.

Andare a suonare il piano anche nei night club serviva, era un'esperienza che ti facevi in più, a parte che ti prendevi qualche soldino che non guastava. Poi è chiaro, c'è chi è privilegiato perché può fare la scuola migliore, può frequentare all'estero i corsi dei master o di lingue, ma al di là della preparazione che hai avuto conta tanto l'impegno. D'altra parte lo si vede anche nelle cose più futili. Vogliamo parlare di calcio? Il grande talento se non ha anche concentrazione, volontà, disciplina si perde. Vale per il calciatore, per il pianista, per il musicista, per il letterato. Per cui: impegnarsi».

 

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