COOP ROSSE, DI VERGOGNA - TRA INCHIESTE, SCANDALI E LOTTE SINDACALI, L’INDAGINE DI MILANO FOTOGRAFA UN MONDO ALLO SBANDO, ORFANO DELA POLITICA E OSTAGGIO DI PADRI PADRONI - I FENDENTI DI CAMUSSO VERSO POLETTI

Giorgio Meletti per il "Fatto quotidiano"

Altro che magistrati. L'attacco più duro alle coop cosiddette rosse è venuto dal capo della Cgil, Susanna Camusso. La settimana scorsa, chiudendo il congresso di Rimini, il segretario generale del primo sindacato italiano ha riservato alle cooperative parole al vetriolo: "Sappiamo bene che veniamo dalle stesse radici, ma proprio per questo ci indigniamo di più quando non si riesce a dare risposta al tema della falsa cooperazione, quando si usano appalti alla qualunque e non si firmano i contratti, quando si disdettano gli accordi come una qualunque catena straniera della grande distribuzione. Ci indigniamo non per la presenza di soci lavoratori, ma se sono tali solo per non applicare i contratti, che lo si faccia nella cooperazione industriale o in quella sociale, non va bene".

I fendenti di Camusso sono in parte strumentali, giusto per castigare un po' il ministro del Lavoro Giuliano Poletti che ha appena lasciato la presidenza di Legacoop per farsi interprete del verbo renziano sul mercato del lavoro. Ma non nuovi. Negli anni 90 il suo predecessore Sergio Cofferati già parlava di cooperative "che considerano il lavoro come occasione di profitto sulla pelle dei giovani".

Insomma, è da almeno vent'anni che le coop hanno scoperto il mercatismo e sciolto ogni legame con i valori laburisti e solidaristi. Rivendicano di essere aziende come le altre, e si comportano di conseguenza. Non solo calpestando quando serve i diritti dei loro dipendenti - che molto spesso non sono nemmeno soci, cosicché la cooperative che li assume più che di lavoratori si potrebbe definire di datori di lavoro.

Ma anche infischiandosene del codice penale nella stessa misura delle normali imprese private, sebbene pretendano di vedersi ancora riconosciuta una superiorità morale.
Il coinvolgimento del gigante Manutencoop e del suo presidente Claudio Levorato nell'inchiesta sulle tangenti per l'Expo milanese non sorprende.

La presunzione d'innocenza è fuori discussione, naturalmente, ma l'interessato deve invocarla anche per lo scandalo degli appalti della Asl di Brindisi, per il quale proprio la settimana scorsa sono state chiuse le indagini, e Levorato è uno dei 51 indagati.

Il referente locale di Manutencoop, Mauro De Feudis è finito ai domiciliari e, secondo la procura di Brindisi, citata dalla Gazzetta del Mezzogiorno "candidamente afferma di aver richiesto l'intervento del legale rappresentante della Manutencoop Facility Management spa per risolvere la problematica relativa alla mancata assunzione di soggetti segnalati dal consigliere regionale De Leonardis che nel frattempo garantiva loro l'aggiudicazione illecita di appalti in tutto il territorio pugliese".

Il gigante delle costruzioni Cmc di Ravenna, che oggi deve la sua fama all'appalto per il tunnel di servizio dell'alta velocità in Val di Susa, è all'onore delle cronache per il caso del "porto fantasma" di Molfetta, cantiere aperto - secondo l'ipotesi accusatoria della procura di Trani - per incassare i contributi pubblici poi stornati verso altri impieghi. Il costruttore Enrico Maltauro e il faccendiere Sergio Cattozzo, intercettati prima di essere arrestati dai magistrati milanesi per l'Expo, mostrano di conoscere bene la vicenda.

Dice Maltauro: "Il casino di Molfetta, non è solo un fatto di corruzione, ma c'è un fatto di truffa ai danni dello Stato". Specifica Cattozzo: "Per cui i soldi per fare il porto li hanno utilizzati per altre cose". A fine 2013 la Cmc è stata coinvolta nell'inchiesta sulla bonifica dell'area Rho-Pero, che fa parte dell'operazione Expo, con l'accusa a un suo esponente di aver corrotto il direttore tecnico del cantiere perché non ostacolasse il sereno dispiegarsi del lavoro della cooperativa.

C'erano di mezzo questioni di rispetto dell'ambiente anche nell'inchiesta sul tunnel dell'alta velocità di Firenze, per la quale l'anno scorso fu arrestata la presidente di Italferr (gruppo Fs) Maria Rita Lorenzetti, ex presidente della regione Umbria. In quel caso i magistrati hanno ipotizzato un'associazione a delinquere il cui scopo principale era soccorrere una coop con i conti in difficoltà:

"Pianificavano una serie di interventi a vasto raggio per influire e determinare le varie amministrazioni coinvolte, in maniera da superare ogni possibile ostacolo e intralcio agli obiettivi dell'associazione: ovverosia favorire al massimo in termini economici Nodavia e tramite essa Coopsette (di cui si teme la prossima insolvenza) a scapito dei costi dell'appalto e a danno delle casse dello Stato".

In effetti la Coopsette e la Unieco, due giganti del mattone cooperativo emiliano, hanno attraversato l'inferno del concordato preventivo e adesso si preparano a fondersi nella nuova Unisette per salvarsi. Evidentemente il ricorso al doping della corruzione, abbastanza tipico per le imprese italiane, è un vizietto che non risparmia le coop, soprattutto adesso che gli affari non vanno per niente bene.

Storia antica anche qui. L'idea che esista un blocco compatto chiamato "coop rosse" e unito ai partiti della sinistra è superata nei fatti da un ventennio. Dopo la svolta della Bolognina è scomparso dalla scena il Pci che garantiva alle coop le loro quote di mercato al tavolo della spartizione degli appalti pubblici.

I boiardi rossi hanno allora imparato ad arrangiarsi da soli, al grido di "ognuno per sé e tangenti per tutti". Già il pool Mani pulite, indagando su Tangentopoli, scoprì con una certa sorpresa che era in corso una guerra feroce tra le coop emiliane e quelle lombarde per l'accesso al mercato della Lombardia, che le seconde impedivano alle prime. In uno scenario del genere la Legacoop si è trasformata da holding di fatto, quale era ai tempi del Pci a una pressoché inutile Confindustria delle coop.

Poletti, per esempio, è stato tenuto rigorosamente all'oscuro dei traffici in corso tra le grandi coop del consumo per organizzare la scalata alla Fonsai da parte dell'Unipol di cui sono azioniste. E Poletti, come il suo successore Mauro Lusetti, si limitano a minimizzare come "casi isolati" gli scandali che coinvolgono grandi e piccole imprese cooperative.

Non sorprende quindi che il risultato della "balcanizzazione" sia stato il consolidamento dei padri-padroni delle singole coop. Personaggi che già vent'anni fa l'allora presidente di Legacoop Lanfranco Turci, poco prima di essere fatto fuori, accusò di "spinte cesaristiche". Gente come Levo-rato, presidente di Manutencoop da trent'anni, o come Turiddo Campaini, alla testa di Unicoop Firenze dal 1973, due anni prima della nascita di Matteo Renzi, o come Pier Luigi Stefanini, presidente di Unipol da otto anni dopo una vita alla Coop Adriatica.

Logica conseguenza di questa parabola e di queste logiche spietate è ciò che rileva Ca-musso. Le coop si stanno sempre più spesso qualificando come datori di lavoro efferati. Sul Fatto del 16 marzo scorso Marco Palombi ha raccolto un florilegio di casi incredibili: "Sulla scheda di valutazione di un dipendente abbiamo letto che l'interessato non può essere promosso. Motivo? Fa il sindacalista. Non manca nemmeno l'ordinario marchionnismo: dal delegato Rsu trasferito o demansionato fino alla schedatura fotografica degli scioperanti".

 

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