FALCHI SPENNATI, PITONESSA SCUOIATA VIVA: IL CREPUSCOLO DI SILVIO TRASCINA NELLA POLVERE I PASDARAN DEL RITORNO A FORZA ITALIA

Gian Antonio Stella per "Il Corriere della Sera"

L'ombra del «Re Sole», quello che per Claudio Scajola era così luminoso «che tutti gli si facevano intorno per potersi scaldare», vive quello che pare essere il suo crepuscolo con lo sguardo impietrito e la mascella serrata. Non è così che aveva sognato l'uscita di scena. Non con un umiliante rattoppo doroteo cucito sullo strappo che aveva deciso con irruenza baldanzosa.

E potete scommettere che tutti quei sorrisi di comprensione, quelle spagnolesche cortesie, quei sospiri di solidarietà, gli danno più fastidio che un calcio in bocca. Perdere va bene, ma così! Così no! Dopo essere sceso in campo giurando di voler distruggere «il teatrino della politica» come può accettare il tira e molla che gli viene imposto (a lui, Gallo Supremo!) da quei galletti che per anni gli avevano pigolato intorno?

È già nero quando arriva a Palazzo Madama, l'ex Cavaliere Azzurro. Dopo i famosi «55 giorni di insonnia» ha passato un'altra brutta notte. Agitata forse da quel richiamo all'appuntamento fatale in Senato come Cesare coi congiurati. Angelino Alfano, che lui aveva adottato come un figlio, lo ha implorato fino all'ultimo di cambiare idea sulla sfiducia giurandogli che nessuno voleva far la parte di Bruto. Ma vai a sapere... E tutti gli altri? «Sono stato come la fata Smemorina di Cenerentola: erano delle zucche e li ho trasformati in principi». Traditori...

Sono le dieci meno cinque, quando arriva. Ha il passo affaticato. Si appoggia alla parete della balconata che regge la presidenza. Un lungo sguardo su e giù, su e giù sui banchi della destra della quale per vent'anni è stato il dominus. Chi c'è? Chi manca? Va a sedersi in terza fila all'estrema destra, quasi volesse marcare: ecco, è qui che mi vorreste schiacciare. Pianta il gomito sul leggio e adagia la guancia nel cavo della mano. Il nipote del suo consigliere più antico e più fedele, quell'Enrico Letta dal quale si sente pugnalato, parla già da una ventina di minuti.

Ogni parola che dice la sente affondare direttamente nelle sue carni. L'appello a tener conto degli italiani che «ci urlano che non possono più delle messe in scena da "sangue e arena" e del "si scannano su tutto, ma poi non cambia niente"». L'appunto che «solo chi ha un'identità debole teme il confronto con le ragioni altrui». La sottolineatura, maliziosa, che lui non è un cesarista annoiato dai riti parlamentari ma a differenza dei suoi predecessori è «venuto in Parlamento 15 volte in 150 giorni» e ha «ripristinato il question time alla Camera dopo anni e anni di assenza».

Mimmo Scilipoti parte dei banchi dove stava e si fionda verso l'amato leader per rendere ossequio e giurare fedeltà dopo le indiscrezioni uscite sui giornali dalle quali forse, chissà, non si sa mai, il caro Silvio potrebbe aver capito che lui insomma... Antonio Razzi, che col suo voto fu determinante per salvare Berlusconi il 14 dicembre 2010 (ricordate? «Io per dieci giorni non pigliavo la pensione. Ho detto: ché, se c'ho 63 anni, giustamente, dove vado a lavorare io? Mi spiego? Ho pensato anche ai cazzi miei») ha la chioma da Flamingo Road più cotonata del solito. Il destino lo ha posto lì, oggi, proprio accanto al capo. Qualunque cosa quello dica, lui annuisce. Pensosamente.

Ogni tanto passa uno dei ministri «diversamente berlusconiani». Il Cavaliere non li degna d'uno sguardo. Solo Nunzia Di Girolamo si avvicina, gli posa affettuosa una mano sulla spalla, gli dice qualcosa all'orecchio. Sospira. Ha in mano un foglio. I fotografi con il tele riescono a ingrandirlo. Due numeri: di qua i fedeli, di là gli ammutinati.

Letta va avanti spiegando quanto sia importante per l'Italia il semestre di presidenza Ue e come il nostro turno vada sfruttato perché «la prossima volta sarà tra quindici anni». Michaela Biancofiore, la bionda valchiria altoatesina, se lo sbranerebbe. Lui e tutti i traditori. E lancia occhiate dardeggianti buttando continuamente indietro i capelli come negli spot degli shampoo.

Ugo Sposetti, il custode dei beni diessini, ridacchia. Secondo lui Berlusconi «ha tentato di forzare la mano perché voleva chiudere con una grande campagna elettorale sperando magari di farselo lui il semestre europeo e se non porta a casa il voto subito per lui è un disastro».

Manco il tempo d'aprire il dibattito e Pier Ferdinando Casini paventa («poiché capisco la politica e sono un po' esperto di quest'Aula») che finisca con un «sì» così corale da mischiare i voti convinti e quegli estorti, quelli di fiducia vera e quelli di fiducia finta... Esce e scommette coi cronisti: «Andrà come dico io». «Oh Madonna», sbotta Benedetto Della Vedova, «A quel punto dovrei passare all'opposizione io!».

Mentre in aula parlano i peones, il Cavaliere convoca i suoi. Pareri discordi. C'è chi vorrebbe votare a favore per guadagnare tempo e ricucire coi rivoltosi, chi vorrebbe chiudere di netto con la sfiducia, chi propone di restare in aula, chi di uscire... Berlusconi ascolta. E quando pare già passata l'ipotesi di abbandonare l'aula, taglia netto: «Non credo che la gente capirebbe». Meglio la sfiducia.

Un istante dopo Renato Brunetta detta: «Dopo una lunga e convinta discussione la proposta di votare la sfiducia è stata approvata all'unanimità dalla stragrande maggioranza del Pdl. Una scelta di coerenza». Daniele Capezzone rincara: «Da Letta sono venute parole pilatesche nella forma e giustizialiste nella sostanza. La sfiducia mi pare sacrosanta».

Innestata la baionetta, il soldato Bondi si lancia dunque in aula all'assalto dei sinistrorsi e dell'odiato Enrico. E dopo averlo interrotto gridandogli «Vergognatevi! Vergognatevi!» lo accusa di avere un «linguaggio ipocrita e falso» e a proposito dei successi vantati chiede: «Ma lei dove vive, onorevole Letta? Su quale pianeta vive?».

Ma fermi tutti: contrordine pidiellini! La dichiarazione di sfiducia non sarà più letta da Schifani ma direttamente da lui, il presidente. Berlusconi rientra giusto in tempo per prendere la parola. Si saprà poi che anche il fido Renato gli aveva detto un «no»: non essendo d'accordo sulla sfiducia. L'anziano leader sembra ammaccato. Sofferente. La responsabilità però se la prende come sempre lui.

Poche parole: dopo le elezioni aveva atteso «con pazienza i due mesi, chiamiamoli in questo modo, di riflessioni del centrosinistra», si era rassegnato anche ad avere solo cinque ministri e inutilmente aveva sperato in un clima diverso eppure... Eppure? Sorpresa! «Abbiamo deciso, non senza interno travaglio, di esprimere un voto di fiducia».

«Grande!», sbotta ironico Enrico Letta, intercettato dal labiale. Tutti spiazzati. Ancora una volta. Come tante altre nel passato. «Gliel'ho suggerito io», gongola Roberto Calderoli, «Gli ho detto: svuoti la ribellione, annacqui i contrasti interni e con la lista dei traditori in mano hai tutto il tempo per fargliela pagare a uno a uno...».

Ma è così? È stato lui, il Cavaliere, a condurre il gioco o al contrario stavolta è stato costretto a rassegnarsi alla fine della monarchia assoluta per concedere una specie di «statuto silvino»? Certo è che all'appuntamento successivo, alla Camera, la riunione coi parlamentari non è meno tesa.

Anzi. Daniele Capezzone è così furioso contro i ribelli da essere sedato dal Capo: «No, Daniele, così no...». Renato Brunetta è seccatissimo: come hanno potuto esporlo a fare quelle dichiarazioni subito smentite? Ma il più inviperito è Raffaele Fitto, che venendo dal mondo gommoso della dicì pugliese tutto sembra meno che un falco ma essendo stato tagliato fuori in primavera dal governo ha ancora gli artigli avvelenati.

E Daniela Santanchè? Per ore e ore, incredibile ma vero, tace. Manco due righe d'agenzia. Muta e furente mentre crescono gli interrogativi sui passi successivi degli ammutinati. Finché la Pitonessa detta: «Voterò la fiducia a Silvio Berlusconi e non a Letta». I suoi nemici interni ammiccano maligni: «Non vede l'ora di far la vedova del martire...».

 

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