UN DELIRIO CHIAMATO VILIPENDIO - SPERNACCHIA TUTTI, PAPA COMPRESO, MA LASCIA STARE IL QUIRINALE

Filippo Ceccarelli per "la Repubblica"

C'era una volta il reato di lesa maestà. Ecco: c'è ancora, ma si chiama vilipendio, nel senso di «offese all'onore e al prestigio del Presidente della Repubblica», articolo 278 del Codice Penale.

Si può aggiungere che da anni gli stessi capi di Stato, oltre a parlamentari, giuristi, operatori dell'informazione e della satira volteggiano su questo fuggevole delitto per alleggerirlo a addirittura toglierlo di mezzo, ma in definitiva tutti hanno finito per affezionarvisi e così dagli albori della Prima Repubblica ai blog della Terza, la casistica degli oltraggi e dei presidenti più o meno oltraggiati appare senz'altro vasta, giudiziariamente complessa e opportunamente stralunata.

Si parte dunque con una vignetta, anzi con una serie di vignette di Carletto Manzoni via via pubblicate nel 1950 sul Candido di Giovannino Guareschi. Quella che fa scoppiare il caso s'intitola «Al Quirinale» e raffigura Luigi Einaudi, senatore e produttore di vini, che passa in rassegna due schiere di bottiglie del suo Nebiolo come se fossero corazzieri. Guareschi si becca otto mesi, che quando pubblica dei documenti (falsi) su De Gasperi si sommano alla seconda condanna e quindi finisce dentro per più di un anno.

Da allora con i presidenti non si scherza - almeno per un po'. A partire dagli anni 90, infatti, parte una sarabanda di presunti vilipendi entro cui è difficile anche solo orientarsi per via delle procedure bizantine, delle configurazioni incerte, delle segnalazioni annunciate e/o archiviate, delle autorizzazioni date o negate, dei procedimenti che svaniscono nelle pieghe del sistema mediatico.

E comunque, per sommi capi. Le esternazioni e poi le picconate di Cossiga gli attirano diverse offese. Lui, come già Pertini, fa lo sportivo e dice che non fa niente, oppure - quando nel 1991 in una trasmissione di Santoro va in onda un beffardo Blob - addirittura difende gli autori per potersela prendere meglio con i politici.

A Scalfaro, specie dopo il ribaltone, tocca il primato dei vilipendi. La prima insolenza a finire sub judice è di Bossi, che platealmente butta nel cestino l'avviso di garanzia davanti a un giornalista del Financial Times. Sgarbi, in tv, ne colleziona un paio e ha così poche remore che in studio devono mettergli i bip appena accenna al Quirinale. Su denuncia del professor Passigli, in un colpo solo finiscono indagati Berlusconi, Fini, Previti, Ferrara e Pannella.

A quel punto il senatore di An Misserville, che peraltro ha già polemicamente battezzato il suo cane con il nome di Oscar Luigi, arriva ad autodenunciarsi fornendo le prove del suo stesso vilipendio, un articolo e un filmato di tg, e in seguito incorniciando l'atto di notifica da parte della Procura. Verranno tutti archivati.

Ma indagini atte a verificare tale fattispecie toccano anche a Luca Josi, che a proposito del presidente ha parlato di «ipocrisia siderale», a Vittorio Feltri, ancora a Pannella e a Rita Bernardini, un giorno le forze dell'ordine irrompono a Radio radicale e la perquisiscono. Di nuovo il senatore e professore Passigli, denuncia Giulianone Ferrara. Ma l'unico di quella stagione che sarà condannato, a otto mesi (come Guareschi) è Licio Gelli che ha firmato un articolo sul mensile Il Piave dal titolo: «Ma Scalfaro è davvero cattolico?».

Il settennato di Ciampi risulta felicemente esonerato da episodi e controversie sul vilipendio. Non lo stesso si può dire del periodo Napolitano. Ricco e variegato è l'elenco dei denigratori che in varie forme e misure, con esiti diversi e differente notorietà incappano in questo reato così legato alle pastoie del momento politico e altrettanto scivoloso da dimostrare.

Si va dagli Schuetzen a un irrispettoso Storace, che prima viene «salvato» dai colleghi senatori, poi si scusa con Napolitano, è perdonato, quindi finisce di nuovo nei guai, ma il Quirinale considera il caso chiuso; da Di Pietro, per un paio di comizi, ma sempre senza seguito, a Belpietro per una vignetta di Benny (titolo: «Assedio ai Papponi di Stato»), poi premiata alla kermesse di Forte dei marmi e per un articolo legato a una visita del presidente in Giappone e al funerale di alcuni caduti in Afganistan.

Per gli stessi motivi è accusato Peppino Ciarrapico. Già nel maggio del 2012 attivisti del M5S avevano infine sentito risuonare l'articolo 278 cp per quanto scritto sui loro blog. Non sarebbe male se questa storia finisse qui per sempre.

 

COSSIGA E NAPOLITANO jpegLuigi Einaudinapolitano pertiniSANDRO PERTINI COSSIGAOSCAR LUIGI SCALFARO E CARLO AZEGLIO CIAMPI napolitano giorgio

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