ALLONS ALFAN DE LA PATRIE – DOPO IL BERLUSCONICIDIO PERFETTO ANGELINO DEVE ACCERCHIARE I FALCHI, PRENDERSI IL PDL E TENERE A BADA Il CAV (MA È RISCHIOSO ESSERE DELFINO DI UN PESCECANE, D’ALEMA DIXIT)

Salvatore Merlo per "Il Foglio"
Ha rivisto Silvio Berlusconi, con distacco, come si incontra un estraneo; o nella contrizione che si deve ai moribondi. E' entrato a Palazzo Grazioli di buon mattino come già nella sua vita ha fatto per centinaia di volte, la guardiola dei carabinieri, la macchina che si ferma nel cortile e oscura i lampeggianti, poi il portiere che lo raggiunge affannato con le chiavi per l'ascensore privato, quello che porta agli appartamenti di Lui, e poi su, fino al primo piano. Eppure l'incontro con il Cavaliere, il giorno dopo il voto del Senato, per Angelino Alfano, come per Berlusconi, poteva non essere facile, un fatto neutro, business as usual.
Negli occhi di entrambi, alle nove del mattino, sono ancora vive le emozioni del giorno precedente, il parapiglia nella riunione dei gruppi parlamentari, le urla con Niccolò Ghedini ("sei tu la rovina del Dottore"), l'aritmetica gladiatoria della conta interna, la prova di forza con Denis Verdini su ogni testa e nome di senatore, e ancora le lacrime, e infine i titoli dei giornali che vanno di traverso assieme al caffè, quello del Corriere della Sera ("La resa di Berlusconi"), della Repubblica ("La sconfitta di Berlusconi") e infine del Giornale ("Il tradimento ha pagato").
"Alfano è stato bravissimo", confessa Daniela Santanchè, con un tremito nervoso nella voce, "ha fatto tutto... e senza versare una sola goccia di sangue". E dunque, nella dissipazione del Transatlantico, il giorno dopo, tra i capannelli dove si consuma il negozio delle poltrone, c'è chi ha battezzato la manovra di Alfano con "il berlusconicidio perfetto", neanche uno spruzzo di pomodoro, ma soltanto uno strepitare contenuto; persino il Cavaliere è sembrato non accorgersi di nulla.

Di fronte ai suoi deputati, riuniti attorno a lui, mercoledì a Montecitorio, mentre qualcuno gli gridava, "presidente ti hanno tradito", Berlusconi ha alzato faticosamente le mani, ha osservato i (pochi) deputati rimasti con lui, sessanta, e poi: "Calma", "Angelino? Angelino sta sempre con me".

E dunque, sprofondato in una di quelle ampie poltrone nel salotto del Castello, una di quelle sulle quali di solito, prima, restava in bilico deferente, ieri Alfano ha esposto al suo caro leader i brutali termini della questione. Con garbo, ma senza soggezione, ha tratteggiato i caratteri "della svolta di cui tutti noi necessitiamo", "tu sei il nostro presidente", il padre nobile e amatissimo, ma il partito, "che deve restare unito", ha bisogno d'un nuovo gruppo dirigente, d'una diversa "plancia di comando", di una nuova organizzazione...

E insomma quello che il segretario, e vicepremier vincente, ha esposto a un Cavaliere sempre capace di dissimulare, occultare ed esorcizzare la sconfitta dietro una facezia o un motto di spirito, "non muoio neanche se mi ammazzano", è il progetto della sua personale presa del potere.
Ed è lecito pensare che in questo strano day after, a Palazzo Grazioli, poco prima di volare verso Lampedusa e la sua tragedia, Angelino Alfano si sia rivolto a Silvio Berlusconi con l'attitudine, e lo sguardo, che si deve alla maestà malinconica delle rovine. "Resto segretario", gli ha detto, "resto nel Pdl", "lo devo anche a te", ma vanno cambiati i coordinatori, va distribuita diversamente l'autorità nel compilare le liste elettorali.

E insomma, lentamente, di piega in piega, il Delfino bianco, un democristiano nato, lui che quando si toglie la grisaglia pare spretarsi, ha esposto al Cavaliere nero un piano di marcia che lui ha discusso per ore, negli ultimi giorni, con i diversamente berlusconiani, gli altri cavalli imbizzarriti nel serraglio del Cavaliere, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Sacconi, Andrea Augello. "Angelino, tu il partito lo devi prendere da dentro", gli hanno consigliato, "sono gli altri che, se vogliono, possono andarsene. Noi stiamo con Berlusconi".

Ed è quanto pensa anche Enrico Letta, l'abile e ambizioso presidente del Consiglio, lui che s'immagina un Merkel italiano, e che dunque, accanto a sé, non ha bisogno d'un manipolo di sbandati, d'un drappello di straccioni di Valmy, d'un gruppo di nuovi, affamati e raccogliticci "responsabili".

Letta vuole un grande gruppo, solido, un partito vero, ma guidato dal suo socio, compare e coetaneo Alfano. E' in cerca dei numeri, Letta, "per durare fino al 2015"; desidera ogni singolo voto del Pdl in Parlamento per poter lanciare le riforme di rango costituzionale che ha nel cassetto, per intrappolare la tracotanza mocciosa di Matteo Renzi e poi chissà, anche per nuovi, impensabili orizzonti, diverse aggregazioni politiche, la Terza Repubblica dei quarantenni.

E per ottenere tutto questo, per durare, sia Letta sia Giorgio Napolitano sono persino disposti ad accettare che ci sia Berlusconi da qualche parte, purché monumentalizzato, "padre nobile", rinchiuso in una teca con le manette, incaramellato come la vela d'una barca nel pieno della tempesta. Nelle festanti ore che mercoledì hanno seguìto la vittoria in Senato, tra Letta, Alfano e Napolitano è stata tutta una giostra di telefonate, di colloqui diretti, o con le rispettive diplomazie, trilli di telefono simili a nitriti d'apocalisse: "Attenti, state attenti, nessuna scissione", nessuno vuole un Berlusconi corsaro, messo all'opposizione, nel ruolo che più preferisce, lì dove vuole essere, un Cavaliere capace di menare fendenti, di agitare con Grillo un periglioso marasma politico.
Dunque Alfano deve restare nel Pdl, o meglio, "se lo deve prendere", da dentro, come un tarlo paziente. E questo, in pratica, significa che Denis Verdini e Sandro Bondi, i falchi, non possono restare al loro posto di potere, ma vanno ridimensionati, ricollocati, assieme alla Pitonessa, l'avvolgente e passionale Daniela Santanchè. Ciò che conta davvero sono le liste elettorali, conta chi le compila, conta chi determina l'elezione dei parlamentari, è quello il potere vero.

Dunque, "vanno modificati tutti i vertici", rivisti tutti i posti chiave. Ma lo si deve fare, ancora una volta, senza versare una sola goccia di sangue, malgrado nel Pdl, dove ciascuno continua a censire le proprie truppe, ci sia sempre una rancorosa golosità di lite. Ma nel gruppo dei vincitori, tra le colombe, vorrebbero lasciarsi la guerra alle spalle, muoversi nella penombra di complici omertà, con un ordine nei pensieri, e il sangue in pace, finalmente. "C'è spazio per tutti", dunque, si tratta di ricombinare, scambiare le sedie, riposizionare le tessere del Pdl impazzito.
Ed è senza quella deferenza sibilante, quella danza grottesca di passettini, di inchini, di porte tenute spalancate, che Alfano a un certo punto guarda negli occhi l'uomo che fu il suo padrino politico, il Cavaliere, e gli dice che "Denis potrebbe fare il capogruppo invece del coordinatore. E' un grande uomo di macchina, starebbe benissimo anche lì". Al posto di Verdini, lui che aveva sottovalutato la presa di Alfano sui gruppi parlamentari (e per questo adesso Fabrizio Cicchitto dice che "Denis ama i numeri, ma non è riamato"), al posto di Bondi e di Daniele Capezzone, che per adesso è il portavoce del Pdl, "potrebbero andare uomini a te fedelissimi", come Paolo Romani, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna... "o chi vuoi tu".

E sembra passata un'eternità, eppure Massimo D'Alema, appena due anni fa, sintentizzò la maledizione di Alfano con una delle sue battute, "è rischioso essere il Delfino d'un pescecane". E sotto i baffi, D'Alema alludeva alle stigmate della designazione, al sospetto di scarsa autonomia che fra gli antipatizzanti di Alfano, tra le frequentazioni di Stefania Prestigiacomo e gli amici di Gianfranco Micciché, diventava contumelia: Alfan prodige, è alto, dritto e garbato come un maggiordomo, il colpevole per antonomasia, quello destinato a pagare anche le colpe degli altri (quelle del leader?). Ecco, non è più così. Tutto cancellato, d'un tratto.

L'assistente particolare di Berlusconi messo al governo di grande coalizione dal Padrone e Signore di Arcore è adesso davvero il vicepremier di Enrico Letta, autosufficiente, adulto, padrone di mezzo Pdl, l'ex delfino che, come dilaniato tra la continuità e l'avventura, tra l'obbedienza e l'autonomia, adesso offre al suo caro leader i termini d'un armistizio incruento, gli versa nelle orecchie le parole da incidere sul testamento politico.

E così Berlusconi ha annullato la manifestazione che oggi avrebbe dovuto accompagnare, muscolosa e rutilante, tra spasmi e contrazioni di piazza, la procedura d'espulsione dal Parlamento, la riunione della giunta per le elezioni del Senato che sancirà il primo passaggio nella defenestrazione parlamentare del Cavaliere, il giorno del giudizio, il sinedrio, che si consumerà tra appena dieci giorni nell'Aula di Palazzo Madama.

Ma quella di Berlusconi, fra salti di sinistro umore e inerzie di sasso, è forse una capitolazione che rinvia a una nuova Italia. "Nessuno ha orecchio a capire la musica della propria esistenza, e a fermarla al momento giusto. Ma chissà che Berlusconi non faccia eccezione", dice Pier Ferdinando Casini, che osserva con interesse tutto questo disfacimento che germoglia in nuova vita.
"Se Berlusconi sta con i traditori, se per lui va bene, sta bene anche a me", s'abbandona Daniela Santanchè, la Pitonessa che recita, enfatizza, affetta distacco, distanza e rassegnazione, mentre, per la verità, ancora tesse le sue trame e passa da una riunione all'altra, trafelata, e chissà cosa starà davvero preparando... Ma il Cavaliere appare incline a lasciare che le cose accadano, accetta questo 25 luglio e 8 settembre che gli capita di vivere, "è flessibile davanti alla sorte", dice Andrea Augello, il senatore del Pdl che mercoledì ha fatto da uomo dei numeri, architetto della vittoria parlamentare di Alfano a Palazzo Madama.
Berlusconi, attento e serio, a Palazzo Grazioli ha ascoltato molto il suo Alfano, e ha parlato, poco. Non ha ancora dato nessuna risposta certa, ma palindrome espressioni rassicuranti, di amicizia e prudenza. Sa di essere indispensabile, il Cavaliere, e sa pure che il suo mondo d'origine, l'azienda, è ancora un serbatoio formidabile, necessario, di forza e di finanziamenti per quell'impresa politica che si chiama Pdl. Ridotto nei consensi dentro e fuori del suo partito, più povero dei 500 milioni di euro pagati a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori, con un piede già nella fossa giudiziaria, il Cavaliere ha ancora molta forza contrattuale.

Fedele Confalonieri, il presidente di Mediaset, lui che rappresenta la roba, la mobilia, era per la pace, per la stabilità, favorevole al governo di Enrico Letta, una super colomba, un avversario indomito di quei falchi crisaioli di cui sempre ha diffidato. Ma Confalonieri - e non è un dettaglio - non si fida nemmeno delle colombe di Alfano, malgrado conservi in tasca una remota simpatia per Gaetano Quagliariello.

Potrà Alfano muoversi nella continuità, reggerà al grande gioco del casato dopo di Lui, dopo il Cavaliere, che di quel casato è stato e resta ancora il padrone? Come Ennio Doris, il banchiere di famiglia, Confalonieri teme che il ragazzotto sia un po' troppo di Agrigento per sapersi muovere, per tutelare gli interessi veri. Ed è per questo che l'ultima parola spetta sempre, ancora, a Lui.

 

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