1. DOPO TRENT’ANNI QUESTA È LA PRIMA ESTATE DA ESODATI PER MOLTI EX BOSS POLITICI 2. FINI E IL MAGO DALEMIX, WALTERLOO E BOCCHINO, DI PIETRO E ALE-DANNO: TUTTI ROTTAMATI SULL’ALTARE DEL NUOVISMO SENZA LIMITISIMO DI GRILLO-MAO E RENZI-FONZIE 3. UNO È TORNATO A FARE IL SUB, L’ALTRO SOGNA ANCORA DI ESSERE LO STRATEGA DEL PD, UN ALTRO VOLA A BANGKOK DA BETTINI E UN ALTRO ANCORA ZAPPA L’ORTO TRA LE CAPRE. DESTINI BARBINI CON UN UNICO, INCONFESSABILE SOGNO PERVERSO: TORNARE IN PISTA 4. LA STRADA PER RISORGERE SONO LE ELEZIONI EUROPEE: UNA VERA DISCARICA DELLA POLITICA (BERLUSCONI PROVÒ A SISTEMARE COSÌ IL SUO “CIARPAME”), MA UTILE PER TORNARE NEI TG, NEI TALK, MONITARE E RILASCIARE INTERVISTE CHE NESSUNO LEGGE

Susanna Turco per "l'Espresso"

Misurano le novità della loro vita tra il lettino e la battigia, oppure volando dall'altra parte del mondo. Proclamano gioia per la ritrovata quiete, o lasciano intendere che nulla è cambiato. Loro stessi, a parte qualche estrosità, cercano di cambiare il meno possibile. E se hanno momenti di sconforto, stile «siamo moneta scaduta» come ebbe a dire uno di loro tempo fa, li nascondono accuratamente.

Di certo un'estate così, da persone diciamo normali, non gli capitava da un quarto di secolo almeno. Un'estate senza parlamento o governo, senza decreti da approvare sull'orlo di Ferragosto, senza il telefono che squilla ogni minuto. Quattro dei cavalieri dell'apocalisse della seconda Repubblica, Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, hanno finito malgrado le biografie e le appartenenze per condividere anche questo: l'uscita dal Palazzo. Volontaria o no, definitiva o meno, di certo questa estate ha segnato il picco minimo di politica nella loro vita, per loro come per tanti altri colleghi di minor corso, che pure le ultime elezioni hanno riportato a casa.

Era luglio 1983, trent'anni fa precisi, quando l'allora missino Gianfranco Fini varcava per la prima volta la soglia di Montecitorio, sei anni dopo essere diventato segretario del Fronte della Gioventù appena venticinquenne.

Sei lustri dopo, rimasto fuori per insufficienza di voti dopo la disastrosa esperienza di Futuro e libertà, non stupisce che tenti di passare le giornate dell'estate 2013 nel modo più ordinato possibile (lo faceva anche a Roma, trascorrendo la mattinata nel suo ufficio di ex presidente e tornando a casa a pranzo puntualissimo, in mancanza di altri impegni), come se non fosse accaduto nulla e senza cambiare abitudini: in vacanza ad Ansedonia - così come nella rocambolesca estate dell'affaire Montecarlo - appresso alle due figlie piccole, molte immersioni da sub, qualche gita in barca, una limatina al libro che ha voluto scrivere tutto da solo e che uscirà in autunno.

Chi lo frequenta ancora - giusto a fugare le voci di sue tristezze - giura che sta «benissimo»: pare però che non abbia nemmeno messo mano al fascicolo del se e come rientrare nell'agone. E chissà se lo farà.

Coevo a Fini quanto a entrata in Parlamento (ma con qualche salto di legislatura, avendo fatto il sindaco), un altro ex enfant prodige della politica, quel Francesco Rutelli che nel 1983 entrò alla Camera a 29 anni da segretario dei Radicali e a gennaio 2013 ne è uscito annunciando, unitamente al proprio ritiro, l'imminente arrivo di «qualcosa di personale non politico che sorprenderà molti» (e che si suppone non essere la conduzione di "Forum").

Umanamente (e politicamente) provato dal caso Lusi sui rimborsi trafugati alla Margherita, anche quest'estate Rutelli ha continuato a navigare placido a margine di tutto. Tra la presidenza al partito democratico europeo che divide con Bayrou, entusiasti tweet sull'ultimo Consiglio nazionale dell'Api, tag sulle foto di alcuni tra gli ottanta partecipanti («Siamo pronti a presentarci alle europee»), gentilissime precisazioni alla rubrica di lettere di Mario Giordano, auspici in tema di sostegno alla cultura e al turismo. Chissà se è ancora convinto che "un sabbatico" possa far bene.

Pare invece non aver mai abbandonato la plancia di comando Massimo D'Alema. Il suo «piccolo mondo» sarà pure «scoppiato», come ha spiegato il già dalemiano Peppino Caldarola, ma lui resta dominus del Pd - criticato, come sempre. Lasciato il Parlamento dopo ventisei anni di servizio da onorevole (entrò nell'87 come Veltroni), ha giusto cambiato ufficio, e ora in stile fortino cannoneggia su Renzi dalla nuova sede della sua fondazione ItalianiEuropei, appena traslocata da un civico all'altro di piazza Farnese, in un palazzo assai più prestigioso: come a dire almeno per suggestione che ospitando in via stabile il lider maximo ora serve aumentare i carati.

D'Alema, comunque, continua a muoversi come fosse il presidente del Pd, e anzi è arrivato a rilasciare la classica intervista sotto l'ombrellone, quella di Ferragosto, più preziosa delle altre perché il giorno appresso i giornali non escono.

Firmata da Roma, e con un titolo peraltro paurosamente simile a quello di un altro malato della politica, Paolo Cirino Pomicino, di anni 74 - «Berlusconi lasci il Parlamento e guidi il partito dall'esterno. Faccia come Kohl», era il consiglio del democristianone. «Berlusconi lasci il parlamento e faccia il leader come Grillo», l'invito di D'Alema. L'unica vera differenza è, al limite, essersi concesso di mollare gli ormeggi a fine luglio, senza aspettare (non ce n'era più motivo) la chiusura estiva dei lavori parlamentari.

Il suo esatto opposto psico-politico, Walter Veltroni, l'ha presa diversamente. Mentre la politica ballava la rumba intorno alla condanna in Cassazione di Berlusconi, l'ex democratico segretario del "ma anche" ha interpretato quella che forse è la preferita tra le sue vite parallele: il cultore di cinema. È finito infatti a Bangkok, per partecipare al Moviemov Italian Film Festival, direttore artistico Goffredo Bettini (che in Thailandia è di casa), e in particolare per introdurre alla platea l'omaggio dedicato a Ettore Scola, di cui Veltroni, manco a dirlo, è amico.

Vacanze americane, anche per far visita alla figlia a New York, naviga comunque piuttosto a suo agio nel cambiamento di status, se non altro per dar torto a quanti un'estate fa preconizzavano del panico alla rottamazione prossima ventura («Vi assicuro che non mi coglie alcun panico», precisava puntuto): tutt'altro che estraneo alle manovre del Pd, gira per presentare il saggio sulla sinistra che vorrebbe (chi lo conosce bene scommette stia già scrivendo il prossimo), diffonde sui media il proprio pensiero, ha persino introdotto una rassegna di film di guerra in dieci puntate sul canale Iris.

Ma non è un po' presto reinventarsi da esodati, per big della seconda Repubblica che stanno sui sessant'anni? «È un modo di corrispondere al mood del Paese, che sta cercando l'innovazione ovunque, e all'usato sicuro preferisce il nuovo, magari anche sbagliato», spiega l'ex senatore Marco Follini, «un politico dovrebbe essere sempre in sintonia con l'aria che tira, ed è questo che sta accadendo: noi ormai siamo considerati dei quasi abusivi, un problema più che una risorsa. Non ci sono più gli spazi di prima: c'è chi se ne rende conto e lo accetta, e chi si illude di essere rimasto al comando».

Follini, manco a dirlo, è tra quelli che si rendono conto: l'ex capo dei giovani democristiani negli anni Settanta, l'ex segretario Udc, non si è ricandidato, ha lasciato il Pd e ha aderito alla fondazione di Pellegrino Capaldo (Nuovo millennio per una nuova Italia). Guai a chiedergli se ne abbia derivato una sensazione di vuoto, col caldo che fa: «Il problema non è agosto, perché sto facendo esattamente quel che facevo gli altri anni: è semmai che possa essere agosto tutto l'anno. Certo, può capitare il momento in cui si vorrebbe essere più dentro le cose, ma nessuno di noi mi pare sia finito ai giardinetti. È finita l'idea della politica come laticlavio a vita, dai pantaloni corti ai capelli bianchi. È un bene, e chi accetta oggi questo destino, se ne può assicurare un altro domani».

E se il politico eterno non usa più, e nessuno oggi si sognerebbe di dire indicando il Transatlantico «passerai gran parte della tua vita qui dentro», come fece Armando Cossutta con un giovane Nichi Vendola (facendogli venire l'angoscia), di certo non accetta «questo destino» Antonio Di Pietro, gran capo dell'Italia dei valori rimasto a piedi dopo la disastrosa esperienza dell'alleanza con Ingroia (uno che la porta d'ingresso per la politica deve ancora trovarla).

Passata la botta della sconfitta e un periodo di forte stress, l'ex magistrato di Mani Pulite scalpita per rientrare in gioco. Anche lui a fine luglio ha approfittato dell'assenza degli obblighi da sedute parlamentari per andare quasi alla fine del mondo: un mega convegno organizzato a Buenos Aires dal Parlamento argentino, dove è andato a parlare di criminalità organizzata.

Prima metà d'agosto al solito nella sua masseria di Montenero di Bisaccia, a zappare la terra e a occuparsi di cavalli, caprette e mucche come da sempre fa per distrarsi. Pronto a riprendere il ritmo serrato del pre-vacanza: due ospitate in tv a settimana, interviste quando ne capitano e - è la sua speranza e una delle prossime battaglie - il ritorno nei tg che ormai lo snobbano del tutto. Ha fatto saltare la consueta festa dei Valori (e dopo i fasti nefasti della foto di Vasto, pare una buona idea), ma è determinatissimo a tornare in campo con le Europee.

Del resto, andando a pescare nel mucchio di recenti esodati della politica, si pone l'alternativa secca: o stanno facendo dichiaratamente di tutto per rientrare in partita, o si proclamano tutto sommato fortunati di starne fuori (in buona fede, pochissimi).

E per un Franco Marini che - caso a sé - raccontano assai più segnato dalla perdita della moglie che non dalla perdita del posto a Palazzo, ma comunque impegnato a ruminare la pipa nelle sue solite vacanze tra l'isola del Giglio e le radici abruzzesi di San Pio alle Camere, c'è un Gianni Alemanno che, provato ma non domo per l'esperienza disastrosa della (rin)corsa al Campidoglio, twitta speranze di ricostruire una "nuova destra" persino il giorno di Ferragosto da Capo Nord, meta raggiunta con figlio e nipote dopo quattro giorni in macchina e 4.350 chilometri filati.

Privo di un seggio parlamentare e, al momento persino di un partito (siede in consiglio comunale al Campidoglio, ma tra le fila della lista civica Cittadini x Roma), l'ex primo cittadino progetta come al solito scalate in montagna (stavolta il Cervino), epperò non è affatto intenzionato a mollare la presa della politica. Finirà nello stesso partito con l'ex braccio destro di Fini Italo Bocchino? Può darsi.

Dopo un periodo di assoluto sottotraccia post batosta elettorale, ritornato al "Secolo d'Italia" (che però è sull'orlo dello stato di crisi) e divenuto responsabile dei rapporti istituzionali del napoletano gruppo Romeo, Bocchino ha ricominciato a dar segnali, anche al Cavaliere, per tentare di rientrare nel giochino che non gli è riuscito di rompere.

Non si dichiara impaziente di rientrare in partita invece Roberto Rao, storico braccio destro di Casini, ma con alle spalle una sola legislatura: è consigliere del Guardasigilli Cancellieri, mantiene amicizia e collaborazione col suo ex capo, fa il comunicatore, è in vacanza nella cagliaritana Baia di Chia come negli ultimi tre anni. «Per chi la fa in un certo modo, la politica ha davvero dei ritmi impegnativi. Mi manca non poter mandare messaggi e tweet da dentro l'aula. Ma in fondo per ora preferisco così». Sarà poi vero?

 

 

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