IL DUPLEX MONTI-FORNERO ANTICIPA LA SCISSIONE NEL PD - I BERSANIANI FURIBONDI: " IL PD? È UN PARTITO FINITO. MONTI HA FREGATO BERSANI. E NOI SIAMO STATI DEI FESSI" - D'ALEMA, FRANCESCHINI E BINDI ATTACCANO IL FRONTE LETTA-VELTRONI. E IN SERATA, NELLA SALA BERLINGUER DELLA CAMERA, SI CONSUMA LA RISSA TRA CHI VUOLE VOTARE A FAVORE E CHI ANTICIPA IL NO DIFENDENDO L'ART. 18 - "NON AVETE CAPITO. FATEMI SPIEGARE MEGLIO...", DICE ICHINO. E L'ALA FILO CGIL LO GELA: "TE LO VUOI METTERE IN TESTA, CHE NON SIAMO D'ACCORDO NE' CON TE NE' COL GOVERNO?"…

Tommaso Labate per il Riformista

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.
Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull'articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell'iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse.

«I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull'attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».
Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l'hanno ripetuta all'infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti.

E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l'ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell'articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l'avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece...».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell'articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.
È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo.

Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l'ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D'Alema inviando - dalle telecamere del Tg3 - un messaggio all'ala iper-montiana del Pd. Non foss'altro perché, nell'analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».
Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia.

Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d'aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l'impatto che questa riforma avrà nell'opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.

È l'esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l'articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d'inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s'è già trasformato in uno psicodramma.
Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l'assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro.

Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr'ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano.

A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest'ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent'anni nel sindacato di Corso d'Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d'accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

 

VELTRONI E BERSANI VELTRONI E BERSANI MASSIMO DALEMA uf13 bindi dario franceschiniENRICO LETTA ICHINO

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