1- CHI È DON VERZÈ? L’AMICO DI BERLUSCONI O DI CACCIARI? POLLARI O ODIFREDDI? FORMIGONI O VENDOLA? IL FACCENDIERE DI CL PIERO DACCÒ O GALLI DELLA LOGGIA? NICOLE MINETTI O ROBERTA DE MONTICELLI? POZZETTO O BENIGNI, SHOWMAN PER IL PRETE-À-PORTER? 2- FILIPPO FACCI: “DON VERZÉ RESTA UN UOMO CHE NELLA SUA LUNGHISSIMA VITA HA FATTO PIÙ COSE (BUONE) DI QUANTO RIUSCIRÀ LA MAGGIOR PARTE DI NOI MESSI INSIEME” 3- STATERA: “IL JET PRIVATO, LE VILLE IN GIRO PER IL MONDO, LE FAZENDE BRASILIANE, I FESTINI, LA RELIGIONE COME PARAVENTO ETICO, GLI AFFARI, LA POLITICA, I RICATTI, LE TANGENTI, LA CAMORRA, I SERVIZI SEGRETI USATI COME ARMI MAFIOSE CONTRO I RENITENTI” 4- BEPPE GRILLO METTE IL DITO NELLA PIAGA: ANCHE SE L'INFARTO FOSSE VERO, NESSUN ITALIANO CI CREDERÀ MAI. UNA DOMANDA "CHI GLI HA PORTATO IL CAFFÈ CORRETTO?"

1- L'INFARTO DI DON VERZE'
Beppe Grillo per www.beppegrillo.it - E' morto Don Verzè, aveva 91 anni e sembrava in ottima salute come a suo tempo Papa Luciani, per rimanere nell'ambito religioso, o Sindona, per spaziare nell'ambito affaristico clericale. Lascia il San Raffaele, uno dei simboli del potere terreno di Comunione e Liberazione, e un crack di 1,5 miliardi di euro. Dicono che a ucciderlo sia stato un arresto cardiocircolatorio dovuto allo stress per l'ipotesi di reati di bancarotta e associazione a delinquere. Anche se l'infarto fosse vero, nessun italiano ci crederà mai. Una domanda "Chi gli ha portato il caffè corretto?".

2- APOLOGIA DI PRELATO
Filippo Facci per "Libero"

C'è gente come Armando Torno (Corriere.it) che ha scritto la biografia di Don Verzé copiando testualmente dal sito Wikipedia: neanche una virgola spostata. E ci sono poveracce come Antonella Mascali, sul Fatto quotidiano, che nel giorno della morte di Don Verzé lo ha liquidato come un bancarottiere, un megalomane, uno «amico dell'ex capo del Sismi» col suo «ospedale tanto caro a Craxi, Berlusconi e Formigoni».

Ora: il San Raffaele, una delle poche eccellenze italiane che dialoga con le grandi istituzioni mondiali - un polo di ricerca in cui sono curati migliaia di malati che giungono da ogni parte d'Italia - forse meritava biografi meno sbrigativi.

Fa niente, cominciamo pure dalla fine e mettiamo subito a verbale che il San Raffaele non è più quello di una volta, e pure da pezzo: da ben prima, cioè, dei casini finanziari che ora tralasciamo. Perché il San Raffaele, ora, è soltanto un ottimo ospedale lombardo come altri, in qualche caso anche peggiore: è infarcito di medici bravissimi o da prendere a pedate, come altrove, e i paramedici sono caritatevoli o subumani analfabeti, come altrove: e soprattutto come altrove, anzi di più, il San Raffaele è un posto in cui la musica e la salute cambiano se sei raccomandato o semplicemente se paghi, anzi sei «solvente».

Il dettaglio è che gli altri ospedali, prima del San Raffaele, non c'erano, non esistevano, non erano ospedali per come li intendiamo oggi, e per come il San Raffaele ha ridefinito che dovessero essere con effetto splendidamente trainante. Don Verzé poteva anche stare sulle palle, ma resta un uomo che nella sua lunghissima vita ha fatto più cose (buone) di quanto riuscirà la maggior parte di noi messi insieme, un uomo che per realizzarle ha combattuto la Chiesa e lo Stato, la destra e la sinistra, gli uomini e le donne, soprattutto la stupidità intesa come la più inguaribile delle malattie.

Tanti cretini in questi giorni antepongono sempre le «ombre» ai suoi successi (quali ombre, in definitiva? I debiti?) e ignorano che gli ospedali italiani, prima di Don Verzé, letteralmente non esistevano nell'accezione moderna del termine: non come riferimenti per un ceto medio che non esisteva a sua volta, non come centri di ricerca e di studio, di previdenza e di assistenza sociale.

Non è un modo di dire: non c'erano proprio, c'erano le cliniche dei baroni che si portavano appresso i malati come pacchi, c'erano le cliniche dei ricchi in mano quasi sempre a religiosi accomodanti, oppure, ecco, c'erano lazzaretti, i casermoni con camerate puzzolenti e file di cinquanta letti, lugubri cronicari con la cultura del dolore e della penitenza come unica e vetusta regola: Sergio Zavoli, su questo, ha fatto bellissime inchieste.

Altro che diritti del malato, altro che rispetto sacrale dell'infermo e altre sciocchezze che Don Verzé, da noi, immaginò semplicemente per primo, questo per lo scandalo e per l'ostracismo di tutte le curie, del Vaticano, dell'italietta cattocomunista secondo la quale ciascuno doveva stare al posto suo, i preti in chiesa e i medici nelle cliniche tirate a lucido.

3- FAZENDE, RICATTI E JET PRIVATI I MISTERI CHE LASCIA Don Verzé
Alberto Statera per La Repubblica

La cupola da 50 milioni di euro che svetta sul gineceo berlusconiano dell´Olgettina con le pettorute del bunga-bunga, il jet privato, le ville in giro per il mondo, le fazende brasiliane, i festini, la religione come paravento etico, gli affari, la politica, i ricatti, le tangenti, la camorra, i servizi segreti usati come armi mafiose contro i renitenti. Nulla si fa mancare il romanzo di don Verzé, il catto-satrapo per decenni adorato beniamino della pia e corriva borghesia milanese.

La sua morte non è l´epilogo del romanzo criminale e di una bancarotta morale e finanziaria da almeno un miliardo e mezzo, ma l´incipit di una storia ancora tutta da scrivere che oscurerà persino le gesta di molte delle cricche che hanno ritmato gli ultimi anni del berlusconismo.

È forse il versante meneghino all´ennesima potenza della saga della banda della Magliana, ambientata stavolta non sotto la cupola di San Pietro, ma all´ombra di quella non meno imponente dell´ospedale San Raffaele, paradossalmente luogo di eccellenza medica e, al tempo stesso, di malaffare.

Il rispetto per i morti non fa dimenticare i loro peccati. E nessuno dica che l´antiberlusconismo fa ancora velo maniacale in ogni vicenda che imbratta questo Paese, perché la storia del prete-tycoon nasce proprio di conserva con quella dell´ex palazzinaro milanese.

Era la fine degli anni Sessanta quando il giovane Berlusconi, con l´aiuto del Monte dei Paschi di Siena, allora controllato da uomini della P2, comprò 700mila metri quadrati a Segrate e cominciò a costruirvi Milano-2. Unico neo del ghetto di lusso, le rotte degli aerei in partenza e in atterraggio da Linate. Occorreva spostarle e così il palazzinaro d´ingegno, che una volta ammise di aver pagato vagoni di tangenti per ottenere i permessi, regalò una fettina dei suoi terreni a don Verzé per costruirvi una clinica privata, i cui degenti non avrebbero potuto sopportare il rombo aeroportuale.

Giorgio Bocca definì allora don Verzé «quello che allontana gli aerei». Perché il craxismo meneghino si mobilitò. Nacque Milano-2 e fu eretto il futuro mausoleo del prete-tycoon, che da allora paragonò Bettino Craxi a Gesù Cristo e gratificò Silvio Berlusconi delle stimmate di «dono di Dio all´Italia».

A Formigoni, da quindici anni governatore della Lombardia per conto dell´affarismo del sistema di Comunione e Liberazione e dispensatore dei miliardi della sanità regionale, toccò soltanto il paragone con l´arcangelo Raffaele. Ancora pochi giorni fa il presidente lombardo rivendicava la sua buona fede nel caso Minetti, perché la sua consigliera regionale gli era stata raccomandata - pensate un po´ - non solo da Berlusconi, ma proprio da don Verzé. Come se quasi tutti non sapessero dei variegati interessi terreni del prete di casa sul jet personale e a Bahia.

Al seguito del pio Formigoni, di cui giorno dopo giorno emergono le pericolose amicizie politico-affaristiche che impiomberanno le sue inesauribili ambizioni da statista, la grande borghesia milanese, i Moratti - ramo Gian Marco e Letizia - gli Ermolli, gli illuminati frontisti di via della Spiga, dove parcheggiava la sua Ferrari Mario Cal, l´amministratore operativo della bancarotta che si uccise nel luglio scorso, i banchieri, da Mazzotta, ex Popolare di Milano, a Miccicché, Intesa, fino a Fiorani, protagonista dello scandalo Popolare di Lodi-Antonveneta.

Non solo, nella rete di don Verzè, piena di camorristi, come quelli che si aggiudicavano i migliori appalti dell´azienda ospedaliera, sono finiti anche Nichi Vendola e un filosofo neghittoso come Massimo Cacciari. Dal leader del Sel, accreditato di «santità», il prete luciferino voleva l´ospedale San Raffaele anche a Taranto con finanziamenti pubblici. Ora la Puglia ha bloccato tutto.

E Cacciari fu assunto nella sua facoltà di Filosofia e Teologia: «Si vuole occupare lei - gli disse - del Logos fatto di carne?». La Scuola ateniese, per la verità, non nacque in Brianza, dove vanno più di moda gli affari, ma la pervasività del vecchio prete bancarottiere dimostrò tutta la sua potenza.

Un prete o un gangster, in un´Italia in cui tutto ormai si confonde? Le telefonate con l´ex capo del servizio segreto militare Nicolò Pollari, nobile figura di servitore dello Stato, sono del tipo Chicago anni Venti. Si tratta di terrorizzare un vicino perché non vuole cedere un terreno che serve al don. Prima mandandogli la Guardia di Finanza, poi, se occorre, sabotando il suo impianto elettrico, magari mandandolo pure a fuoco.

In uno scenario del genere poteva mancare il Lavitola del caso? E infatti compare. Faceva il giornalista ed è il sodale di Piero Daccò, il faccendiere di Cl indagato per bancarotta e associazione per delinquere nell´inchiesta sull´ospedale di Verzé. Si chiama Antonangelo Liori e molti lo ricordano ancora direttore del quotidiano L´Unione Sarda che ancora era quasi sbarbato e odoroso di pecora delle sue parti.

Legato al Cam Group International, Mario Gerevini e Simona Ravizza lo hanno collocato tra gli «avvoltoi del mercato» sulle macerie di società fallite, spesso call center. Come dargli torto? «Se anche l´azienda fallisce - dice Liori al telefono - io continuo ad avere autista, villa ed elicottero».

Questo bel tipo, radiato dall´Ordine dei giornalisti che qualche volta si sveglia, è stato condannato in appello a 8 anni e 6 mesi per la bancarotta della cartiera di Arbatax. Ma l´elicottero chi glielo toglie? Non certo la cricca del prete-tycoon che di faccendieri, tangentari, bancarottieri, ufficiali felloni ha fatto il suo esercito in nome di Dio.

Un romanzo criminale ancora da scrivere che ha fatto irruzione persino nei sacri palazzi e che fa spettegolare di un contrasto tra il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, e il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Il primo aveva voluto l´ingresso del Vaticano nel San Raffaele in vista della costruzione di un polo sanitario della Santa Sede, unendovi l´ospedale di San Giovanni Rotondo e altre strutture della chiesa.

L´altro non ne voleva sapere. Figurarsi il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, che si dice sia molto stimato dal Papa, e che avrebbe dovuto mettere le mani al portafoglio. Forse allora per il lascito del prete della cricca ci sarà via libera per il gruppo sanitario di Giuseppe Rotelli, berlusconiano della prima ora, che insieme alla partita sanitaria, gravata di debiti miliardari, gioca quella editoriale. Con il suo bel pacco di azioni del Corriere della sera da valorizzare in termini di potere.

 

DON VERZE MASSIMO CACCIARI Don VerzéOdifreddi - Copyright PizziROBERTO FORMIGONI NEL SUO VIDEO PROMOZIONALE VERZE VENDOLA x BRUNO ERMOLLI nicolo pollariFABIO GALLIA E SIGNORA galli della loggia 8dv34 geronzi don luigi verzeNICOLE MINETTI 8dv12 don luigi verze veltroniRoberta De Monticelli 8dv54 don verze giov berlinguer sabino casseseRoberto BenigniBerlusconi e Don Verzé

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