EURO-SUPPOSTE PER ROMA E PARIGI - I TEDESCHI SPINGONO JUNCKER AL RIGORE SUI CONTI DI FRANCIA E ITALIA - PER RENZI, C’E’ TEMPO FINO A MARZO. PER HOLLANDE NO: DOVRÀ AVVIARE SUBITO RIFORME LACRIME E SANGUE

1. BRUXELLES, SCOPPIA IL CASO FRANCIA - LA UE RINVIA GLI ESAMI SUI CONTI

Luigi Offeddu per il “Corriere della Sera”

 

Francois Hollande e Matteo Renzi Francois Hollande e Matteo Renzi

«Calma stabilità in tempi di crisi»: così Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha intitolato un suo discorso, l’altro giorno. Se alludeva ai piani di stabilità dei vari Paesi in attesa della sentenza di Bruxelles, il sogno è già in frantumi. Il piano della Francia, le sue minacce di infrangere i limiti imposti dall’Ue al deficit pubblico, sta provocando una vera implosione all’interno della Commissione europea.

 

Tutti contro tutti, o almeno così pare. Con la promessa sentenza che è già slittata a fine settimana, anzi forse sospesa fino a una data da definirsi per tutti i Paesi dell’eurozona (fonti ufficiose danno comunque per confermato il via libera condizionato al piano dell’Italia).

 

E con l’Eurogruppo, il vertice dei ministri delle Finanze dell’euro che avrebbe dovuto seguire a ruota, rinviato all’8 dicembre, secondo quanto pubblicherà oggi il giornale economico tedesco «Handelsblatt»: 8 dicembre, Immacolata Concezione, giorno festivo per metà dell’Europa cattolica, e soprattutto giorno lontano come un secolo, viste le emergenze in corso.

merkel e hollande al vertice ue di milanomerkel e hollande al vertice ue di milano

 

E visto anche che dopodomani, subito dopo la visita a Strasburgo del Papa, Jean-Claude Juncker dovrà spiegare all’Europarlamento dove troverà i 300 miliardi promessi per rilanciare la crescita. In tanta nebbia, l’unica cosa data per (quasi) certa è che Belgio, Spagna, Portogallo e Austria, oltre alla Francia, rischiano la bocciatura oppure il rinvio a marzo come l’Italia. 
 

La versione più semplice su quanto sta accadendo dice che la Germania non accetta il «lassismo» di chi vorrebbe concedere a Parigi — come già a Roma — un’assoluzione e una prova di riparazione a marzo. Non lo accetta, proprio perché ha già dovuto ingoiare la clemenza concessa a Roma.

 

Francois Hollande e Matteo Renzi Francois Hollande e Matteo Renzi

La Francia, appoggiata dall’Italia e dai Paesi del Centro-Sud, punta i piedi: in sostanza, non riconosce il nocciolo del «Fiscal compact» e degli altri patti di bilancio patrocinati da Berlino. E il suo «no» può essere interpretato anche come uno schiaffo ad Angela Merkel. Ma poi c’è la versione più complessa: Berlino e Parigi hanno già trovato un compromesso, con la prima capitale che sostiene le deroghe ai bilanci chieste dalla seconda, e con quest’ultima che promette di realizzare le riforme strutturali a lungo rinviate. 
 

Qualunque sia la verità, la Germania è rappresentata nella Commissione dal potente commissario Ue all’Economia e alla Società digitale, Guenther Oettinger, che l’altro ieri ha chiesto «rigore» contro Parigi e ha frustato un certo «Paese deficitario recidivo». La Francia è rappresentata dal commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, solo in apparenza un «timido» e in realtà altrettanto agguerrito. Ma altri sono in campo dietro le quinte, a cominciare da Angela Merkel e François Hollande.

 

L’orizzonte fiammeggia. Eppure, l’eurozona è anche un mondo di specchi: da quando è stato varato il piano di Crescita e Stabilità, solo 4 nazioni hanno sempre rispettato i limiti sul deficit. E nonostante tutte le violazioni, la Commissione europea non ha mai appioppato una vera sanzione finanziaria a un Paese-membro. Così, forse, si può anche sognare una «calma stabilità in tempi di crisi». 

 

2. UE: SU RIFORME E DEBITO ITALIA SORVEGLIATA SPECIALE

Marco Zatterin per “la Stampa”

merkel a aucklandmerkel a auckland

 

Nei prossimi quattro mesi l’Italia «sarà monitorata molto attentamente», si sussurra a Palazzo Berlaymont, dove la Commissione Ue sta chiudendo il «Pacchetto Economia» e le pagelle per le Leggi di stabilità giunte in ottobre dalle capitali. Un verdetto positivo viene dato per scontato e venerdì (anziché domani come era atteso) Bruxelles non chiederà a Roma di correggere la manovra, cosa che andrebbe fatta se si leggessero i numeri senza tenere conto della recessione e degli effetti attesi dalle riforme.

 

Il governo guadagna tempo, fanno notare le fonti, «ma non ha più possibilità di sbagliare un solo colpo». Il momento aiuta, con la congiuntura continentale malata e le tensioni politiche che gonfiano l’ondata euroscettica. Spiega un diplomatico che «la Commissione non potrà puntare i piedi sino a che non sarà certa della reale dinamica dell’economia e di cosa gli Stati son davvero disposti a fare». È una fase in cui il presidente Juncker punta sulla flessibilità. Tuttavia, si concede, «i Trattati chiedono a Bruxelles di garantire il rispetto delle regole e la luna di miele non potrà essere eterna».
 

jean claude junckerjean claude juncker

Più complicata ancora è la situazione della Francia: la manovra di Parigi deve essere ancora approvata dal collegio dei commissari che chiederà impegni molto concreti e gravosi a Parigi in cambio dell’ok ai conti. Tornando all’Italia è centrale che il governo non sottovaluti la verifica di marzo.

 

Nell’opinione che riceveranno venerdì, Renzi e Padoan troveranno scritto che la situazione debitoria italiana è a rischio di insostenibilità e che il rapporto fra passivo storico e Pil deve calare. La Commissione ha preso per buono l’impegno riformista poiché è un modo per «riportare l’economia sulla retta via». Accolta la tesi secondo cui le riforme costano nel breve periodo e rendono nel medio. Obbligatorio il Parlamento le approvi e che l’attuazione segua a ruota.
 

giancarlo padoan  giancarlo padoan

«Si riconosce che le riforme possono stimolare la crescita, con effetti sul Pil e dunque sul rapporto col debito di cui questo è denominatore», è la linea. Pertanto si accetta che l’aumento della spesa allineato agli interventi strutturali possa essere compensato dal miglior tono congiunturale che può portare. Ma senza abbassare la guardia.

 

Nel 2014, l’Italia avrebbe dovuto correggere il deficit (depurato da ciclo e una tantum) di uno 0,7% di Pil per centrare gli obiettivi previsti: non l’abbiamo fatto e ci hanno perdonato, ma il divario è lì. Per il 2015 si richiedeva un altro 0,7 e hanno accettato che si porti a casa lo 0,3. Quindi, nel 2016, lo stesso governo riconosce che servirebbe uno 0,9 per curare il debito come si deve.
 

PIERRE MOSCOVICIPIERRE MOSCOVICI

Le esigenze di una disciplina fiscale sostenibile non potranno essere azzerate. Il che ci porta a marzo, quando la Commissione avrà le nuove stime. Senza le riforme ben lanciate, l’Italia potrebbe vedersi rinfacciare il debito (133,8% del Pil) e finire in infrazione. C’è poi il rischio procedura per il disequilibrio macroeconomico, meccanismo di allerta basato su 11 indicatori che vede già Roma sorvegliato speciale da aprile, causa scarsa competitività e conti claudicanti. Facile tirare le conclusioni: o il governo sarà inattaccabile o sarà stangato due volte, anche perché nel 2015 verrà meno l’alibi della recessione. Un altro sconto, a questo punto, è difficile da immaginare.

 

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