I SENZA QUID - L’ELEFANTINO PASSEGGIA SU ENRICHETTO IL CHIERICHETTO: “LETTA È UN PREMIER PER CASO, RIDOTTO A PORTAVOCE (DI RE GIORGIO). SI È FATTO AMMALIARE DAL MITO DELLA RISPETTABILITÀ TECNOCRATICA E DELLA DURATA PURCHESSIA”

Giuliano Ferrara per "il Giornale"

Politica e pratica della scena pubblica fanno brutti scherzi. Comunque vada a finire il flirt tra Renzi e Berlusconi, chi ne esce male, malissimo, rimpicciolito oltre ogni misura ragionevole, è Enrico Letta. Prometteva qualcosa, perbene e bene educato com'è, ma ha mantenuto niente.

Divenuto presidente del Consiglio per un biglietto della Lotteria vincente consegnatogli, Bersani perdente con lui spento numero due, da Napolitano e Berlusconi vincitori della mano civile del dopo elezioni, il piccolo Enrico ha perso il biglietto, dimenticato se stesso, la competenza, la bonomia tecnica, il lobbismo buono di derivazione andreattiana, e si è consegnato alla dimensione microscopica della piccola politica, dell'interdizione velleitaria, del tiriamo a campare più spicciolo, senza nulla di ereditato dai magisteri esibiti e vantati.

Il piccolo Enrico era un leader di risulta e di nomenclatura, un esperto di nomine e sussurri, un sottosegretario per natura ed essenza, riperticato alla buona per risolvere un grande problema, che se non volete parlare di pacificazione era quello della normalizzazione dopo il grande caos politico e finanziario, nuova legge elettorale, qualche riforma possibile delle istituzioni, misure consistenti e serie per la crescita economica e la creazione di ricchezza e di lavoro. Intorno a lui succedeva di tutto. L'Europa arrancava, e lui dietro l'Europa che arrancava.

Gli economisti seri lo bocciano su tutta la linea. Le cifre di mercato e lo spettro della deflazione, un rinvio epocale di qualunque prospettiva di crescita, allungano la loro ombra sul governo dell'inerzia e delle micromisure inessenziali. Ha fatto poco e male, senza coraggio, e lo sa perfino lui stesso.

Berlusconi intanto si batteva contro lo sfondamento giudiziario del suo percorso ventennale di uomo di Stato, faceva le sue battaglie, subiva la scissione dei ministeriali piccolo-lettiani, i piccoli del piccolo, e alla fine con successo ribadiva un fatto: il consenso è ancora con lui, è un player anche alla vigilia dell'affidamento ai servizi sociali, la democrazia del popolo non è mai a disposizione delle storture politiche della giustizia faziosa.

Renzi intanto vinceva una battaglia di rinnovamento generazionale e di stile nella sinistra perdente della vecchia cultura d'apparato e classista, lo faceva con i suoi metodi bullistici e fantasmagorici, un giorno Fonzie e l'altro Blues Brothers, ma lo faceva rischiando e conquistandosi anche lui il consenso di leadership, che è cosa diversa dalla forza apparente dell'egemonia sugli apparati e sulle reti di piccolo e grande potere.

Chi rischia rosica e chi non risica resta a bocca asciutta, fa magre figure. I due che fanno politica con impegno personale e senso delle istituzioni, si sono visti clamorosamente, in mezzo agli strilli dei mozzorecchi e ai sospiri dei tiepidi che il vangelo della battaglia ha sempre vomitato, per concordare qualcosa di credibile al fine di dare al Paese nuove regole del gioco. Possono fallire, ovvio, dovranno cercare compromessi, naturale, ma esistono. Il piccolo Enrico ha cessato di esistere, è il megafono del mugugno di Alfano, Lupi, Quagliariello e De Girolamo. E come è successo? È semplice.

Il piccoletto si è fatto stupidamente ammaliare dal mito della rispettabilità tecnocratica e della durata purchessia. Pensa di essere andreattiano, ed è solo il servosterzo di un establishment senza forza e senza denari; pensa di essere andreottiano, e non capisce che la durata del Divo Giulio era legata a roba forte, il '48 di De Gasperi, la guerra fredda, la politica estera colma di ambigua pertinenza, il governo dei dati di fatto in epoca di grandi contrasti ideologici, una cultura della chiacchiera che rendeva eterna la simpatia romanesca, il papismo come stile di vita e di obbedienza, le alleanze spericolate, la fantasia al potere.

Il piccolo Enrico queste cose non sa nemmeno dove stiano di casa. Ha letto l'Economist, fascicolo dopo fascicolo, ma si è dimenticato di leggere un po' di storia. Montanelli disse una volta che il problema degli italiani era far tacere Andreatta e far parlare Andreotti. Una bella battuta. Ma non aveva ancora visto il nipotino dei due, uno che non sa né tacere né parlare.

Meglio Renzi, ovviamente, che forse ha letto di meno, si è fatto da solo e non è stato pasciuto da lobby eterogenee, e in più possiede un istinto personale, come il Cav, in grado di dirigere le energie, dare ad esse un senso per il pubblico della politica e un significato per le istituzioni. Al piccolo Enrico non è restato, di fronte al suo mondo di riferimento che gli cambiava sotto il naso, niente altro che il piccolo veto, la sottana del presidente della Repubblica sempre più riluttante a farsi ingabbiare dal politicismo senza principi e senza nerbo del suo ex pupillo.

Un uomo di Stato fatto e finito di quasi ottant'anni, ma sorridente e giovanile nonostante tutto, e un ragazzo di Stato nel suo farsi, giovanilista e un po' cazzaro in tenera età, ora producono fatti politici primari, come che vadano poi le cose, e al micropresidente del microgoverno non restano che gli alti lai, i sussurri invidiosi, i dispetti, le manovre di quarta categoria per fermare il treno che deve riportare l'Italia alla legittimazione politica di un vero potere parlamentare ed esecutivo, di fronte all'arrogante pretesa di supplenza faziosa della corporazione togata.

Questa piccola promessa mancata, questo eterno nipotino, che credeva di comprarsi la verità del potere con le gitarelle «destinazione Italia» a New York e a Berlino, che voleva fare politica senza fare politica, che sapeva solo dire sta-bi-li-tà, ripetendo a pappagallo un mantra senza senso e proponendosi come sensale del semestre europeo, figuriamoci, ora può al massimo proporsi di vivacchiare con un compromesso salva vita del governino che invano presiede, ma è destinato, lo sappiamo tutti, al più amaro confronto con la realtà. Gli troveranno un posto, e se ne sbarazzeranno.

 

LETTA enricol Enrico Letta Giuliano Ferrara giuliano ferrara a spasso con i cani foto colantoni gmt QUIRINALE CERIMONIA PER LO SCAMBIO DI AUGURI CON LE ALTE CARICHE DELLO STATO LETTA NAPOLITANO napolitano letta renzi LETTA ALFANO FRANCESCHINI Mario Mauro e Maurizio Lupi nunzia de girolamo francesco boccia

Ultimi Dagoreport

guerra russia ucraina vladimir putin volodymyr zelensky donald trump

DAGOREPORT – NON FATE LEGGERE A TRUMP L’ANALISI DELL’EX DIRETTORE DEI SERVIZI BRITANNICI, JOHN SAWERS, CHE SUL “FINANCIAL TIMES” SENTENZIA: “NON CI SARÀ NESSUNA TREGUA TRA MOSCA E KIEV FINO AL 2027”. IL TYCOON HA LE ORE CONTATE: DEVE TROVARE UN ACCORDO PURCHÉSSIA ENTRO NOVEMBRE, QUANDO I CITTADINI AMERICANI SARANNO CHIAMATI A VOTARE PER LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO - UNA SCONFITTA DEL “DERAGLIATO MENTALE” DELLA CASA BIANCA È PRATICAMENTE CERTA. A MENO CHE NON RIESCA A CHIUDERE LA GUERRA IN EUROPA E FAR DIMENTICARE IL DISASTRO MILITARE AMERICANO IN IRAN – PUTIN NON CEDE AD ALCUN COMPROMESSO, E ZELENSKY LA VEDE “NERA” PER IL FUTURO…

attentato sigfrido ranucci bomba valter lavitola clesio gomes tavares pellegrino d’avino davino antonio passariello saverio mutone

DAGOREPORT- PECCATO CHE SIANO SCOMPARSI I POLIZIOTTESCHI DEGLI ANNI ’70, TIPO: “LA CAMORRA SFIDA, NAPOLI RISPONDE’’. DAVANTI AI COLPI DI SCENA DEL GASTRO-CRIMINAL-SHOW, STARRING LAVITOLA E RANUCCI, AVREBBERO SCODELLATO UN BEL FILMONE, INTITOLATO: “LA CAMORRA INDAGA, LA LEGGE RINGRAZIA” – QUANDO RANUCCI INDIRIZZA LE INDAGINI SULLA PISTA DELLA CAMORRA, IL CLAN CAVA, STORICA ORGANIZZAZIONE IRPINA DI QUINDICI, NON HA PRESO PER NIENTE BENE DI FINIRE SOTTO PRESSIONE PER IL LAVORO INVESTIGATIVO DEI CARABINIERI – INDAGANO E SCOPRONO CHE ANTONIO PASSARIELLO, L’UNICO LORO AFFILIATO DEL QUARTETTO BOMBAROLO (GLI ALTRI TRE NON ERANO ORGANICI AL CLAN), NON SI ERA PREOCCUPATO DI INFORMARE IL VERTICE DEL CLAN, NÉ DI RICEVERE IL VIA LIBERA PER COMPIERE L’ATTENTATO - I CAMORRISTI DECIDONO ALLORA DI INDIRIZZARE GLI INQUIRENTI SULLA PISTA GIUSTA, INVIANDO UNA MAIL AL PM: “SE CE LO AVREBBE DETTO NON GLIELO AVREMMO MAI PERMESSO PERCHÉ RANUCCI A NOI NON CI HA FATTO NIENTE E QUESTO SONO GUAI CHE NON VOGLIAMO, ALLORA PRIMA CHE SI MISCHIANO LE CARTE, LE COSE STANNO COSI…”. E GIÙ UN NUMERO DI TELEFONO INTESTATO A UN’ALTRA PERSONA MA UTILIZZATO DA PASSARIELLO, CHE GLI INVESTIGATORI NON AVEVANO ANCORA SCOPERTO. DA LÌ, INTERCETTANDO INTERCETTANDO, SI È FINITI A TAVARES E LAVITOLA… - VIDEO

giorgia meloni sigfrido ranucci giampaolo rossi giovambattista fazzolari patrizia scurti antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT – GIORGIA MELONI È IN MODALITÀ “CATTIVISSIMA ME”: DOPO QUATTRO ANNI DI LUNA DI MIELE, PER LA DUCETTA È ARRIVATA LA TEMPESTA PERFETTA: LO STOP AL PREMIERATO, LA BATOSTA AL REFERENDUM, LE RAFFICHE DI “VAFFA” DI TRUMP, L'ESPLOSIONE DEL FENOMENO VANNACCI, IL CROLLO DELLA LEGA, FORZA ITALIA ALLA BERLUSCONINA, IL CAOS INTORNO ALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE, L'AUTOGOL SULLA SOSTITUZIONE DI RANUCCI - PIU' IRRIDUCIBILE DELLA MALASORTE, ANZICHE' ASCOLTARE I CO-FONDATORI DI FDI, LA RUSSA E CROSETTO, L'UNDERDOG PREFERISCE CIRCONDARSI DALL'AFFETTO DEL SUO CIRCOLETTO DELLA GARBATELLA - DOMANI DA BARI, DOVE FESTEGGIA IL RECORD DI DURATA DEL SUO GOVERNO, L'UNDERDOG LANCERÀ IL SUO GRIDO DI RISCOSSA ELETTORALE - SA CHE L'ARMATA BRANCA-MELONI NON PUO' REGGERE FINO A OTTOBRE 2027, OCCORRE ANTICIPARE IL VOTO AD APRILE, LASCIANDO LE COMUNALI A GIUGNO - MA MATTARELLA VUOLE L’ELECTION-DAY A CUI SI OPPONE LA MELONI, TERRORIZZATA DALL’EFFETTO TRAINO DI UN FILOTTO DEL CENTROSINISTRA: CHE DECIDERA' IL COLLE? AH, SAPERLO...

crosetto calenda vannacci monti de bortoli forum ambrosetti cernobbio

DAGOREPORT - MENTRE LA PROCURA MILITARE DI ROMA AVVIA UN’INDAGINE SUGLI UFFICIALI CHE HANNO ADERITO ALLA "SPORCA DOZZINA" DI ROBERTO VANNACCI, IL RE-DUX DI FUTURO NAZIONALE MARCIA SU CERNOBBIO: SABATO È ATTESO IN POMPA MAGNA AL FORUM AMBROSETTI PER DIBATTERE CON L’EX PREMIER MARIO MONTI - DALL'IDEOLOGO DEL POPULISMO GRILLINO, GIAN ROBERTO CASALEGGIO AL LEADER SOVRANISTA OLANDESE, IL RAZZISTA GEERT WILDERS, LE PRESENZE PROVOCATORIE E ACCHIAPPA-TITOLI NON SONO UNA NOVITA' A VILLA D'ESTE - SDEGNATI PER LA PRESENZA E "TRATTAMENTO PREFERENZIALE" DEDICATO ALL’EX PARÀ(CULO) DELLA FOLGORE, CARLO CALENDA E GUIDO CROSETTO NON METTERANNO PIEDE A CERNOBBIO – ANCHE FERRUCCIO DE BORTOLI RIFIUTA DI DUETTARE CON L’EX GENERALE NOSTALGICO DEL MANGANELLO E DELL’OLIO DI RICINO - NON SOLO: E' L’EX DIRETTORE DEL “CORRIERE” IL PRIMO CHE SPARA LA NOTIZIA: “PURTROPPO A CERNOBBIO CI SARÀ VANNACCI'' (IL CAUTO DIRETTORE FONTANA È STATO BEN ATTENTO A NON PUBBLICARLA SUBITO SUL CARTACEO)...

rai via teulada paolo corsini giulia innocenzi presutti daniele piervincenzi danilo procaccianti report sigfrido ranucci

DAGOREPORT – RIUNIONE INTERLOCUTORIA MA CON QUALCHE PICCOLA APERTURA TRA IL DIRETTORE DELL'APPROFONDIMENTO RAI, PAOLO CORSINI, E I MEMBRI DELLA SQUADRA DI “REPORT”: I GIORNALISTI HANNO RIBADITO IL “NO” ALLA CONDUZIONE DI GIULIA PRESUTTI E DANIELE PIERVINCENZI, MA SU QUEST’ULTIMO LA POSIZIONE SAREBBE PIÙ MORBIDA: POTREBBE AVERE UN VIA LIBERA MAGARI COME CONDUTTORE DEL “REPORT LAB”, CON LA CONDUZIONE VERA E PROPRIA DA AFFIDARE A DUE “STORICI” (CHE DIVENTEREBBERO TRE NEL CASO DI UN REINTEGRO DI RANUCCI DA PARTE DEL TRIBUNALE).  SULLA PRESUTTI IL MURO RESTA GRANITICO – PALAZZO CHIGI, INVECE, SAREBBE IRREMOVIBILE SUI DUE NOMI – EPISODIO PITTORESCO NEL MEZZO DELLA RIUNIONE: UN GIORNALISTA DI UNA PRESTIGIOSA TESTATA DELLA RAI SAREBBE STATO BECCATO A ORIGLIARE DA UN BAGNO VICINO ALLA SALA…