fabio tortosa porta fuori dalla diaz von unger oggi avvocato

NON FU TORTURA, FU TORTOSA – L’AGENTE FABIO TORTOSA, QUELLO CHE RIENTREREBBE ALLA DIAZ “MILLE VOLTE”: “IO NON HO VISTO NESSUN MASSACRO. SE DAVVERO QUEI MANIFESTANTI SONO STATI PICCHIATI, NON SIAMO STATI NOI” – SI PENTE SOLO DELLE FRASI SU CARLO GIULIANI CHE DEVE “FARE SCHIFO AI VERMI”

1. G8, IL POLIZIOTTO DELLA DIAZ «CI RIENTREREI MILLE VOLTE»

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera”

 

La notte della Diaz non finisce mai. «Lo rifarei subito, ci rientrerei mille e mille volte». È tutto fuori luogo e fuori tempo massimo. Non solo le parole, anche l’indignazione che segue. Il pestaggio dei no global ospiti della scuola genovese è uno degli episodi decisivi della nostra storia recente, inciso sulla pelle della generazione che partecipò al G8 del 2001. Ma per molto, troppo tempo, l’imperativo di chi non ha visto e di chi non c’era è stato quello di dimenticare, troncare, sopire. Forse per questa cattiva coscienza ogni parola sul tema produce effetti a scoppio ritardato, a distanza di 14 anni. 
 

fabio tortosa porta fuori dalla diaz von unger oggi avvocatofabio tortosa porta fuori dalla diaz von unger oggi avvocato

Quelle dell’agente del VII reparto mobile di Roma Fabio Tortosa sono così brutte e fuori luogo da renderlo un perfetto capro espiatorio, quello che pagherà per tutti quelli che non hanno pagato a suo tempo. Lo scorso 9 aprile, sul suo profilo Facebook, due giorni dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha definito vera e propria tortura quel che è accaduto all’interno della Diaz, il poliziotto Tortosa ha sentito il bisogno di rivendicare la bontà dell’operato suo e dei suoi colleghi, che all’epoca facevano parte di un nucleo sperimentale anti-sommossa guidato dal comandante Vincenzo Canterini e dal vicequestore Michelangelo Fournier, quello della «macelleria messicana», addestrato e istruito in vista del G8 con metodi e mentalità molto estremi, diciamo così. 
 

Poche parole: io c’ero, sono uno degli 80 del VII nucleo, lo rifarei ancora. E tanto basta a scatenare un vespaio, con Matteo Renzi che chiede di fare chiarezza assicurando il suo impegno personale per l’introduzione del reato di tortura, e il ministro dell’Interno Angelino Alfano che non esclude «massima severità» nel giudizio sul comportamento del poliziotto, che sarà valutato «con la celerità necessarie e il dovuto rigore». Sui commenti esaltati al suo post, molti firmati da suoi colleghi, meglio andare oltre, il Viminale ha promesso indagine e provvedimenti anche a questo proposito. 
 

diaz, il post del poliziottodiaz, il post del poliziotto

Adesso non resta che dare la parola al diretto interessato, sindacalista del Consap nonché membro della consulta nazionale dedicata alle problematiche e alle tecniche operative dei reparti mobili. Secondo il Dipartimento di sicurezza nell’ultimo anno non ha effettuato servizi esterni. «La mia frase è stata manipolata. È una dichiarazione di pancia, fatta per ribadire che l’operato del nostro nucleo fu perfetto. Ma non è apologia di reato. Io volevo solo dire che se davvero quei manifestanti sono stati picchiati, non siamo stati noi. Sono anni che chiediamo alla magistratura di ascoltarci». 
 

Sembra di ritornare all’estate del 2001. Allo scontro tra le due Polizie, con i cattivi del Reparto mobile a rivendicare la loro probità indicando come responsabili della mattanza gli agenti in borghese, muniti solo di pettorina bianca, che si erano aggregati alla spedizione. 
C’erano gli uni, forse c’erano anche gli altri, e tutti fecero un disastro. Gli autori materiali l’hanno fatta franca, contando sul silenzio e sull’omertà dei colleghi. Non fu possibile identificare le singole responsabilità, ma tutti gli agenti del Reparto mobile vennero indagati anche per fare in modo che raccontassero quel che avevano visto, oltre a quel che avevano fatto. Non si presentò nessuno. Tra quelli che mai risposero all’invito a comparire c’era anche Tortosa, sotto inchiesta «per aver cagionato lesioni personali gravi con sfollagente in dotazione o con altri atti di violenza, direttamente o comunque agevolando o non impedendo ad altri tale condotta». 
 

diaz 1diaz 1

C’era un posto migliore della bacheca di un social network per raccontare la propria, presunta, verità. Era l’ufficio dei pubblici ministeri di Genova. «Ma io non ho mai saputo di convocazioni ufficiali, e quindi non ho potuto parlare». Quando gli si fa notare che in ogni caso poteva presentarsi di sua volontà, Tortosa, glissa. Sul suo profilo Facebook c’è un’altra «dichiarazione di pancia», risalente al 10 aprile, che proprio non fa onore all’orgoglioso agente Tortosa. Questa: «Quelli come me pensano che Carlo Giuliani sia morto perché è una m... Mi auguro che sottoterra faccia schifo anche ai vermi». 
 

Anche qui, secondo Tortosa è tutta una questione di contesto. «La frase è sbagliata, è l’unica cosa di cui mi devo scusare. Ma lei si metta nei panni di un poliziotto ingiustamente additato come torturatore, che da quel giorno assiste alla glorificazione di quel ragazzo». Nella loro requisitoria, i pubblici ministeri titolari dell’inchiesta sulla Diaz parlarono di una malattia all’interno della Polizia italiana, l’esistenza di una sottocultura da «Dio è con noi», un malinteso spirito di corpo che quella notte fece sì che «i comportamenti devianti dei singoli venissero commessi all’interno di un gruppo che considera la legge come un intralcio al suo operare». Chissà se l’agente Tortosa si rende conto di essere un sintomo. 

 

la diazla diaz

2. L’AGENTE FABIO TORTOSA: CRITICHE INCOMPRENSIBILI

Antonio Iovane per “la Repubblica”

 

Sembra smarrito, l’agente Fabio Tortosa, dopo aver scritto su Facebook che rientrerebbe alla Diaz «mille e mille volte» con seguente profluvio di attacchi (e qualche consenso) che ha invaso la sua pagina ora è chiusa. Ma risponde al telefono a Radio Capital.

 

Conferma quel che scritto?

«Non confermo niente e non capisco quale sia la critica».

Ammetterà che una frase del genere, che lei ha scritto appena due giorni dopo la sentenza di condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per tortura, ha un tempismo un po’ sospetto…

 «Io non ho picchiato nessuno, in quella scuola sono stato solo chiamato a un’operazione di ordine pubblico».

 

poliziotti diaz 1poliziotti diaz 1

Eppure sappiamo tutti quello che è successo lì dentro.

«Ma non sono stato coinvolto in nessuna inchiesta giudiziaria, non ho commesso reati. La mia operazione all’interno si è svolta secondo i criteri previsti dalla libretta (regolamento di disciplina militare, ndr) ».

 

Lì c’è stato un massacro, questo lo possiamo dire?

«Non operato da me né da persone che erano al mio contatto visivo».

Vuol dire che lei era lì dentro ma non ha visto niente?

«Assolutamente no, è tutto sulle carte processuali».

 

Le sue frasi rischiano di avallare quel che è successo.

poliziotti diaz 2poliziotti diaz 2

«Assolutamente no. Per quella che è stata la mia realtà operativa non è successo nulla di quanto sta emergendo erroneamente in questo periodo».

 

Ma lei condanna chi ha picchiato le persone nella scuola?

«Se sono state picchiate al di fuori delle norme di legge sì ma io questo non lo so. Noi abbiamo fatto sì che le persone fossero ammucchiate nella palestra. Dopodiché siamo usciti e le abbiamo radunate nel piazzale».

 

D’accordo, non ha visto ciò che accadeva. Ma poi le persone uscite dalla Diaz avevano il volto tumefatto, le ossa rotte… 

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«E vabbè! Su questo i miei superiori hanno ampiamente relazionato presso il tribunale di Genova».

 

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