GAMBERALE, OGNI SEA VALE - PERCHÉ LA SUPER OFFERTA INDIANA PER MALPENSA È STATA RIFIUTATA? “MANCAVANO DEI DOCUMENTI, ERA UNA BARZELLETTA” (MA IL BANDO È STATO PRESENTATO AGLI ACQUIRENTI STRANIERI SOLO UN MESE PRIMA DELL’ASTA) - UNA BARZELLETTA ANCHE L’EURO IN PIÙ RISPETTO ALLA QUOTA MINIMA? “ERA AL LIMITE DEL SOSTENIBILE E CON QUELL’EURO IN PIÙ LO ABBIAMO DETTO” - NESSUNA SVENDITA? E LA GARANZIA SULLA NOMINA DEL DIRETTORE FINANZIARIO?...

Franco Bechis per "Libero"

Vito Gamberale è ̀un po' ruvido, ma diretto. Lo conobbi all'inizio degli anni Novanta, quando era all'Imi e aveva da poco un incarico anche all'Eni. All'epoca Eni e Montedison stavano creando Enimont e la maxi-mazzetta di Tangentopoli. Quando telefonavo a Gamberale urlava che si stavano portando via soldi pubblici, danneggiando l'Eni.

Lui, socialista (me lo presentò il suo amico Cicchitto), si stava mettendo di traverso ai socialisti. I fatti gli avrebbero dato ragione. Per questo qualche anno dopo, quando la bufera giudiziaria travolse anche lui - amministratore delegato Sip - per una piccola vicenda di appalti sulle cabine telefoniche, non credetti alla sua colpevolezza. Lo assolsero. A caro prezzo, personale e familiare, ma ne uscì pulito.

Ci siamo sentiti poche volte da allora. Così lunedì non ho riconosciuto il numero quando mi ha chiamato furibondo per gli articoli di Libero sulle vicende politico- giudiziarie che lo hanno riportato suo malgrado agli onori della cronaca: quella dei cantieri in Toscana per un'autostrada mai fatta e la vendita di una quota di minoranza della Sea, società di gestione degli aeroporti milanesi. Non ne avevo scritto un rigo, ma mi ha sbranato come avessi compilato contro di lui l'intera Treccani della diffamazione. Gli bruciava l'accostamento ai guai della sinistra: quelle di Lusi e quella del sindaco di Bari, Emiliano.

«Non potete associarmi a vicende come quella di Roma dell'Api o a quella di Bari delle cozze filanti e quant'altro, non ho nulla da spartire con questi mondi». E ancora: «Non mi sarei atteso da voi questo giustizialismo così a buon mercato». Il manager è un fiume in piena: «Non posso andarci di mezzo io che su questo terreno ho già pagato. E ha pagato la mia famiglia. Questo non è "l'affaire Gamberale", non me lo merito proprio. Dopo una vita di rigore e trasparenza. Avrò mille difetti, ma sono uno che traccia tutta la propria vita. Non posso vedere la mia reputazione bistrattata così. Sul caso toscano spero di essermi spiegato bene con un'intervista nei giorni scorsi. Sul caso Sea guardate almeno le cose con professionalità».

FUORI I NUMERI
Va bene, parola anche alla sua difesa. Il caso Sea è assai semplice: il dubbio è che il fondo F2i guidato da Gamberale abbia acquistato a un prezzo di favore vincendo una gara in cui era stato fatto un bando a sua misura dalla giunta di Giuliano Pisapia. «Per dire svendita», spiega al telefono il manager, «bisogna leggere i numeri. Altrimenti io posso dire che tu sei basso, o che sei magro, come mi aggrada».

Fuori i numeri, allora! «Prima mettiamo in fila i fatti. Fu la giunta Moratti ad avviare la quotazione della Sea . C'era bisogno di soldi per rispettare il patto di stabilità. La nuova amministrazione di Pisapia ha ereditato quella quotazione, che poi si è interrotta a settembre per evidente mancanza di praticabilità. Ma già a febbraio 2011- in piena giunta Moratti e quando tutti pensavano che lei sarebbe stata rieletta sindaco - noi fummo autorizzati ad incontri e trattative con advisor del comune e dell'azienda per preparare una eventuale vendita secca di una quota di minoranza di Sea».

Si incontra sempre tutti, significa poco. «Noi abbiamo definito un modello di governance fra il febbraio e il marzo dell'anno scorso con i manager e gli advisor di Sea e con la Moratti sindaco. Questi sono fatti. Poi c'è stato il cambio della giunta, la quotazione non si è potuta fare. Allora il comune ha dovuto fare scattare la vendita».

E hanno chiamato F2ì? «In quel momento il comune aveva già fatto due bandi di asta per la Milano Serravalle senza mai ricevere un'offerta vincolante. Serviva qualcuno per Sea che facesse un'offerta - sia pure non vincolante - sulla base della quale avviare una gara internazionale. Noi l'offerta non vincolante l'abbiamo presentata, e loro hanno imbastito la gara internazionale».

Che avete vinto... «Sì». Anche se una cordata indiana aveva offerto 40 milioni di euro di più, portando il plico con una decina di minuti di ritardo perché si erano persi nei corridoi del palazzo? «Eh, no. Sapete perché conoscete quella offerta?».

LA SUPER OFFERTA
No. «Perché ho imposto io che si aprisse comunque quella busta». Quella della super-offerta. «Non era un'offerta più alta. Era una provocazione. Quando l'hanno aperta, non c'era la delibera della società e non c'era la delega della società a chi l'aveva presentata. L'offerta poi non era adeguata al bando, che aveva condizioni molto rigide. Non conteneva nemmeno la fidejussione ad adempiere. Era una barzelletta».

Come quell'euro sopra la base d'asta offerto dal vincitore Gamberale. «Quel prezzo non era ironico. Avevamo fatto un'offerta per noi già ai limiti della redditività. Il comune nel fare la gara ha alzato ancora il prezzo. Secondo noi si era al limite del sostenibile, e con quell'euro in più lo abbiamo detto: un euro, e non mille o diecimila proprio per dare un segnale fermo. Se poi ci fosse stato chi poteva spendere di più, pazienza».

Pisapia però poteva vendere a un prezzo più alto. «Se si parla di svendita, uno che cosa fa? Va a prendere il valore sulla base del quale gli advisor avevano pensato di fare l'Ipo. Va a prendere il valore per il quale l'advisor ha valutato l'azienda nel momento in cui si è deciso di vendere una quota. Prende la nostra offerta non vincolante, prende la base d'asta messa dal comune e la nostra offerta vincolante. Se questa fosse inferiore anche a uno solo degli altri valori, allora si può parlare di svendita. Se è superiore, forse il comune ha fatto l'affare e a Gamberale bisogna chiedere scusa».

 

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