striscia di gaza benjamin netanyahu

CHE GAZA SUCCEDE? - IN ISRAELE, LA MAGGIOR PARTE DELLA POPOLAZIONE È ALL'OSCURO DELLA MATTANZA COMPIUTA DALL'ESERCITO DELLO STATO EBRAICO NELLA STRISCIA: LE TV, ALLINEATE ALLA RETORICA DEL GOVERNO, MANDANO IN ONDA SOLO LE IMMAGINI RELATIVE ALL'ATTACCO TERRORISTICO DEL 7 OTTOBRE 2023 - SU "CHANNEL 14", EMITTENTE CONSERVATRICE ISRAELIANA E SECONDA TV PIÙ SEGUITA DEL PAESE, DELLA PALESTINA SI PARLA IN QUESTI TERMINI: "GAZA COSÌ COM'È DEVE ESSERE SPAZZATA VIA. DOBBIAMO BOMBARDARE INDISCRIMINATAMENTE" (GIA' L'HANNO FATTO) - "I PALESTINESI? LASCIAMOLI AFFOGARE NELLE LORO TENDE" - QUESTO TIPO DI PROPAGANDA E' COMODA A NETANYAHU E I SUOI SGHERRI IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 27 OTTOBRE...

Estratto dell'articolo di Francesca Caferri per "la Repubblica"

 

BOMBARDAMENTO SU QUEL CHE RIMANE DI GAZA

C'è una cosa che non si può mai dimenticare per capire l'Israele di oggi. Il fatto che per due anni consecutivi, fino al cessate il fuoco dell'ottobre 2025, su tutti i canali, ad ogni ora del giorno, le televisioni hanno raccontato solo un unico, lunghissimo giorno: il 7 ottobre del 2023.

 

Un racconto che è stato fondamentale nell'indirizzare l'opinione pubblica. Capire questo è la base per comprendere come il Paese vede la realtà: e ciò che ha scelto di non vedere.

 

Messa da parte la fase immediatamente dopo l'attacco, in cui la totalità del Paese - media inclusi - ha operato sotto uno shock totale e senza un piano predefinito, da un certo punto in avanti la maggior parte dei mezzi di informazione (in particolare le televisioni) hanno fatto una scelta:

 

raid israeliani su gaza

al racconto si è sostituito il tifo, ai giornalisti i propagandisti, alla storia intera una parte sola di essa. «I media, e la tv in maniera speciale, hanno rifiutato di guardare l'altro e di raccontarlo.

 

Si sono schierati con il governo, sposandone la retorica violenta e la volontà di vendetta», spiega Anat Saragusti, 73 anni, a lungo responsabile della libertà di stampa nel Sindacato dei giornalisti.

 

bombardamenti israeliani su gaza

Sin dalle prime settimane di guerra Saragusti più volte ha messo in guardia dal fatto che ritrarre Israele come l'unica ed esclusiva vittima senza mai dare spazio alle sofferenze dei palestinesi fosse sbagliato. Ma pochi in Israele l'hanno ascoltata.

 

Così, della disperazione dei civili della Striscia, dei palestinesi usati come scudi umani dai soldati dell'Idf, delle famiglie sterminate e dei bambini morti per gelo o fame che per mesi hanno invaso il racconto dei nostri media, alla tv israeliana non è passato nulla: per due anni Gaza è stata mostrata unicamente con gli occhi degli ostaggi o dei militari chiamati a combattere lì. [...]

 

hamas

«L'unico modo per capire il quadro completo è leggere la stampa straniera: il che implica una scelta, quella di andare a cercare, mettersi in discussione. Pochissime persone dopo il 7 ottobre 2023 hanno avuto voglia di farlo», risponde la scrittrice Dorit Rabyian a chi le chiede come sia possibile che Israele non capisca perché tanta parte del mondo sia inorridita dalle sue politiche.

 

In questi mesi, quando uno sguardo sull'altro è riuscito a rompere il muro, ad accoglierlo ha trovato odio e rabbia: lo racconta la storia di Yocheved Lifshitz, 85enne attivista per la pace rapita il 7 ottobre da Hamas dalla sua casa nel kibbutz Nir Oz e rilasciata venti giorni dopo.

bombardamenti israeliani a gaza - 1

 

Al momento della liberazione Lifshitz si girò verso i suoi rapitori e salutò dicendo loro "Shalom", pace. Una cosa inaudita nell'Israele di quei giorni: si disse che era una traditrice. «Doveva restare lì», arrivò a sostenere un commentatore su Channel 14.

 

È importante ribadire che questa retorica così violenta appartiene principalmente alle tv. Il quadro è diverso se si passa alla carta stampata: fatto salvo lo shock dei primi mesi, alcuni dei giornali israeliani hanno lentamente ma con decisione preso le distanze dalla condotta sulla guerra.

 

trump netanyahu

Lo ha fatto Haaretz, la Bibbia dell'intellighenzia di sinistra, ma anche Yediot Ahronoth e il Times of Israel. Di riflesso altre testate – Jerusalem Post e Israel Hayom per prime – hanno preso la via opposta: totale e incondizionato sostegno al governo.

 

La direzione intrapresa negli ultimi anni dai media e in particolare dalle televisioni non può sorprendere chi ha seguito la storia di Israele e quella dell'uomo che da trent'anni ne domina la scena, Benjamin Netanyahu. Fin dal suo primo mandato come premier, nel 1996, è stato un feroce critico di giornali e tv israeliani, che ha sempre definito vicini alla sinistra e inaffidabili. Un'idea che da allora non lo ha mai abbandonato. [....]

 

bibi netanyahu

È il caso di Israel Hayom (Israele oggi), quotidiano fondato nel 2007 da un uomo d'affari vicino a Netanyahu, che è oggi il giornale più letto del Paese grazie al fatto di essere gratuito e distribuito a tappeto ovunque. E di Channel 14, la Fox News locale, ultima nata delle emittenti di news, che nel giro di pochi anni anche grazie una serie di leggi sponsorizzate dal governo è diventata a seconda tv più seguita del Paese. «Gaza così com'è oggi deve essere spazzata via»; «Dobbiamo bombardare indiscriminatamente»; «Lasciamoli affogare nelle loro tende» sono alcune delle espressioni usate dai suoi commentatori parlando della Striscia in questi anni.

 

[...] Non sorprende che nel 2025 Reporters senza frontiere abbia messo Israele al 112mo posto su 180 Paesi nel suo World Press Freedom Index: «Le campagne di disinformazione e le leggi repressive si sono moltiplicate in Israele e la pressione sui giornalisti è aumentata», si legge nel report.

bombardamenti israeliani a gaza - 2

 

Certo: non tutto va in questa direzione. Negli ultimi mesi, molti giornali hanno aumentato le critiche al governo, Haaretz è passato allo scontro aperto con il primo ministro e per questo è oggetto di una vera e propria guerra da parte dell'esecutivo.

 

E piccole isole come Local call/+972 magazine – testate gemelle in ebraico e inglese che raccontano l'attualità dal punto di vista degli israeliani e dei palestinesi – hanno visto crescere la loro audience. Ma questo non basta a invertire una rotta che in tre anni è stata tracciata in maniera profonda: e che avrà un'influenza decisiva sul voto del 27 ottobre.

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