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IL GRANDE BLUFF DELLA DECOLONIZZAZIONE: PER GLI “OPPRESSI”, INCOLPARE GLI OCCIDENTALI BRUTTI E CATTIVI È UNA SCUSA PER NON ASSUMERSI MAI RESPONSABILITA' – LA POLITOLOGA MAROCCHINA ZINEB RIBOUA: “L’IDEOLOGIA DECOLONIALE TRASFORMA LA COLPA IN VISIONE DEL MONDO, IL RISENTIMENTO IN IDENTITÀ E L’AUTOANALISI IN TRADIMENTO. OFFRE UNA SPIEGAZIONE PRONTA CHE NON RICHIEDE NULLA SE NON UN COPIONE MORALE E UN NEMICO PERMANENTE” – “LE SECONDE E TERZE GENERAZIONI DI ARABI E NORDAFRICANI ADOTTANO IL DECOLONIALISMO COME ANCORA MORALE: OFFRE UNO SCOPO IMMEDIATO, LEGITTIMITÀ SOCIALE. MA CIÒ CHE DIFENDONO RARAMENTE È UNA SOCIETÀ VIVA: È UNA PROIEZIONE, UNA PATRIA IMMAGINATA, PURIFICATA DALLE CONTRADDIZIONI. LA RETORICA DECOLONIALE È DIVENTATA UNO STRUMENTO STRATEGICO PER GLI STATI CHE PROSPERANO SULL’INGANNO (RUSSIA, CINA, IRAN)”

 

Traduzione dell'articolo di Zineb Riboua* per la newsletter “Beyond the Ideological”

 

* Zineb Riboua è originaria del Marocco. Ha studiato in Francia e negli Stati Uniti, e ora lavora come research fellow e program manager al Hudson Institute negli Usa, con un focus sulle questioni geopolitiche del Medio Oriente e del Nord Africa .

 

 

Zineb Riboua

Come scrisse Oswald Spengler, le culture possono ritrovarsi intrappolate in forme che non appartengono loro. Egli definì questa condizione “pseudomorfosi”: quando un’anima culturale emergente è costretta a svilupparsi entro le strutture esterne di una civiltà dominante.

 

Spengler riteneva che ciò fosse accaduto al mondo “magiano” (arabo-islamico) dopo la battaglia di Azio, quando l’impulso verso oriente di un nuovo ordine culturale fu bloccato dal potere romano. Il risultato non fu una sintesi, ma un arresto: gli impulsi più profondi della nuova cultura furono modellati — e anche deformati — da un guscio civile che non era di loro creazione.

 

decolonizzazione

Una versione di questa dinamica si osserva oggi, non più attraverso l’impero ma attraverso l’ideologia. Le classi intellettuali e politiche del Medio Oriente contemporaneo parlano sempre più una lingua sviluppata altrove, per esperienze, crisi e ferite diverse.

 

Questa lingua è l’ideologia decoloniale. Ciò che era nato come un quadro analitico per esaminare le eredità del colonialismo si è irrigidito in una teologia secolare. Nelle università occidentali, nelle ONG e negli ambienti attivisti, essa non mette più in discussione il potere, poiché sostituisce il pensiero con la posa.

 

al sisi xi jinping erdogan putin ramaphosa vertice brics 2024 foto lapresse

La storia viene appiattita nella moralità e la politica ridotta al risentimento. Il mondo è diviso in ruoli binari: oppressore o oppresso, carnefice o vittima. Il contesto viene scartato, la complessità è indesiderata e l’identità è elevata sopra ogni cosa.

 

“Il vittimismo usa l’ideologia della preoccupazione per le vittime per ottenere potere politico, economico o spirituale.”

René Girard, I See Satan Fall Like Lightning

 

L’ideologia decoloniale pretende di essere un quadro di giustizia, ma nella pratica offre qualcos’altro: una via di fuga. Trasforma la colpa in visione del mondo, il risentimento in identità e l’autoanalisi in tradimento. Prosperando in contesti segnati dalla disfunzione, offre una spiegazione pronta che non richiede nulla se non un copione morale e un nemico permanente.

 

decolonizzazione

Le sue radici intellettuali affondano nel pensiero marxista-leninista. Come Marx, considera la storia una lotta tra oppressori e oppressi. Come Lenin, affida a un’avanguardia moralmente giustificata il compito di parlare a nome dei senza voce. Ma invece della lotta di classe, tratta il risentimento culturale; invece delle fabbriche, si fissa sull’identità. Trapiantata nel Medio Oriente, la formula si disgrega quasi subito.

 

Primo: scambia le impronte straniere per l’intera scena del crimine. Le principali disfunzioni della regione — nepotismo, tribalismo e stagnazione istituzionale — non sono residui coloniali: sono prodotti locali, gelosamente preservati.

 

ZOHRAN MAMDANI TWEET PER ABBATTERE LA STATUA DI COLOMBO

Secondo: impone una narrazione coloniale inadatta a società i cui problemi sono in gran parte autoinflitti.

 

Terzo: paralizza la riforma, trasformando l’autocritica in tradimento e la colpa in capitale politico.

 

Un’altra contraddizione sorprendente nel mondo arabo è la seguente: società che un tempo esaltavano forza, orgoglio e onore ora abbracciano una visione del mondo costruita sulla fragilità e sul risentimento. Una cultura politica forgiata da stoicismo e prestigio ha adottato un linguaggio che glorifica la ferita. La dissonanza è evidente, ma quasi mai riconosciuta.

 

Questa disconnessione è amplificata, non corretta, dalla diaspora. In effetti, l’attrazione dell’ideologia decoloniale è spesso più forte tra le comunità della diaspora in Occidente.

 

Vladimir Putin Ali Khamenei Ebrahim Raisi

Le seconde e terze generazioni di arabi e nordafricani, divise tra identità ereditata e norme liberali moderne, adottano spesso il decolonialismo come ancora morale. Esso offre uno scopo immediato, legittimità sociale e una narrativa di giustizia già pronta.

 

Ma ciò che difendono raramente è una società viva: è piuttosto una proiezione, una patria immaginata, purificata dalle contraddizioni. Dalla sicurezza di Parigi o Toronto denunciano la repressione che non subiscono e romanticizzano regimi dai quali le loro famiglie un tempo fuggirono. Così facendo, contribuiscono a esportare un’ideologia che giustifica proprio le disfunzioni che dichiarano di voler combattere.

 

MARANZA PRO PALESTINA ALLO SCIOPERO PER GAZA A MILANO - FOTO LAPRESSE

E man mano che questa ideologia viaggia, muta. Più si allontana dalla realtà, più diventa simbolica e pericolosa. Una delle sue forme più corrosive è l’antisemitismo ormai radicato nella sua retorica.

 

In gran parte del Medio Oriente, Israele non è più trattato come uno Stato, ma come un simbolo: l’incarnazione astratta del male coloniale.

 

Lo Stato ebraico diventa uno schermo su cui proiettare ogni risentimento, umiliazione e fallimento. Tutto ciò si trasforma in una cospirazione mascherata da virtù. E non è un caso: è strutturale. Una visione del mondo fondata sull’oppressione ha bisogno di un oppressore permanente. Se l’Occidente è troppo astratto, Israele — e per estensione l’ebreo — diventa il capro espiatorio ideale.

 

MOHAMMED BIN ZAYED CON MOHAMMED BIN SALMAN

La stessa visione del mondo esige conformità e punisce chi la rifiuta. La contraddizione si approfondisce se si osservano gli Stati arabi che hanno esplicitamente rifiutato il linguaggio del risentimento permanente, soprattutto nel Golfo.

 

Paesi come Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrein hanno privilegiato l’autonomia strategica, la modernizzazione e lo sviluppo istituzionale rispetto alle narrazioni vittimistiche. Rifiutano di recitare la parte degli eterni oppressi e, per questo, vengono guardati con sospetto. Non per i loro fallimenti, ma per aver rifiutato di fallire nel modo prescritto. Il loro successo rompe la narrativa.

 

statue abbattute negli usa 3

Nel frattempo, altri regimi hanno imparato a strumentalizzare proprio quella narrativa. Sul piano geopolitico, la posta in gioco si fa più alta. La retorica decoloniale è diventata uno strumento strategico per gli Stati che prosperano sull’inganno.

 

La Repubblica Islamica dell’Iran vela la propria brutalità con il linguaggio della resistenza, usando slogan anti-imperiali per giustificare la repressione interna e l’interferenza regionale. Russia e Cina seguono lo stesso copione, rivestendo ambizioni espansionistiche di retorica postcoloniale per deviare le critiche e screditare i rivali. Il decolonialismo è diventato l’ideologia dei regimi che hanno più bisogno di nemici che di riforme.

 

FRANCIA ISLAM

Ciò che comincia come teatro morale in Occidente diventa copertura politica altrove e dipendenza intellettuale in patria. Che una tale visione del mondo abbia messo radici nel mondo arabo non è solo sorprendente: segnala un più profondo arretramento intellettuale. Una regione con una lunga tradizione di ragionamento giuridico, pensiero politico e produzione culturale ora prende in prestito il proprio vocabolario morale da movimenti che preferirebbero vederla restare vittima piuttosto che protagonista della propria rinascita.

 

sharia e islam francia

Questa dipendenza ha un costo. Quando la critica viene importata senza esame, erode la consapevolezza di sé. Le società iniziano a imitare la resistenza invece di affrontare la realtà. Protestano, si atteggiano — ma non si interrogano. E in questa recita restano sospese.

 

Una cultura che rifiuta di guardarsi non può cambiare. Una politica fondata sulla deviazione crollerà inevitabilmente. E una società che costruisce la propria identità sul risentimento ne resterà prigioniera: sempre esigente, mai trasformativa. Alla fine, l’ideologia decoloniale non è una via d’uscita, ma un’illusione.

vladimir putin ali khamenei

statua di cristoforo colombo abbattuta a minneapolisstatue abbattute negli usa 2statue abbattute negli usa 1black lives matter in pennsylvania

islam in franciaproteste a rochester new york proteste davanti alla statua di robert e lee a richmond, virginia 1bandiere francesi e immagini di macron bruciate a ramallahmilano maranzaliceo leonardo da vinci assaltato dai maranza 3

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