IL GRANDE BLUFF SULLE ARMI CHIMICHE DELL'OCULISTA BASHAR ASSAD, MAI AMATO DAL PADRE E DIVENTATO LEADER PER CAOS

Gigi Riva per "l'Espresso"

Jihad Makdissi. Chi è costui? Un siriano della minoranza cristiana, ora riparato in uno Stato del Golfo perché «la violenza esplosa in Siria non lascia spazio alla diplomazia e alla moderazione». Se ha un ruolo in questa vicenda è per la valenza storica di una sua dichiarazione del 23 luglio 2012.

Allora Jihad era il portavoce del ministero degli Esteri di Damasco e in conferenza stampa disse: «Le armi di distruzione di massa in possesso del nostro esercito non saranno mai usate contro la popolazione civile. Le abbiamo fabbricate solo per impiegarle nel caso di un'aggressione esterna». Benché l'arsenale, che oggi ha raggiunto l'esorbitante massa di mille tonnellate, avesse cominciato a prendere forma negli anni Settanta, era la prima volta che la Siria ammetteva di avere armi chimiche. E non ha mai firmato la Convenzione che le bandisce.

Allora il regime agitava lo spauracchio come deterrente contro un intervento mai andato oltre le generiche minacce. Quando Barack Obama ha mostrato determinazione, non più un oscuro funzionario ma il presidente Bashar al-Assad, era lunedì 9 settembre due giorni prima del suo 48° compleanno, ha colto l'assist di uno dei pochi amici che gli sono rimasti, Vladimir Putin, e promesso di mettere i gas mortali sotto controllo internazionale, primo passo per l'eliminazione. Dal 23 luglio 2012 a oggi molte cose sono successe in Siria.

Il numero delle vittime della guerra civile ha sfondato quota 100 mila. I ricercatori dell'Istituto contro il terrorismo di Herzliya (Israele) hanno censito almeno sette casi in cui il sarin è stato sparato sulla popolazione (ultimo, il casus belli, a Ghouta, 21 agosto). Di parte perché espressione di uno Stato ostile? Gli americani sostengono di avere le prove, i francesi pure. Un'organizzazione indipendente come Human Rights Watch si accoda con uno studio in cui si accusano le «forze governative siriane» di avere impiegato gas nervino.

E l'Onu rende noto un primo rapporto che copre il periodo da maggio a luglio in cui afferma: «Sono stati raccolti elementi su un uso di armi chimiche prevalentemente da parte del regime» (dunque anche dagli insorti). L'arsenale nelle mani maldestre di "Assad il chimico" è una certezza, oltretutto autocertificata. Spaventa l'Occidente e anche i russi che lo hanno copiosamente rifornito. Perché l'esito del conflitto che dura da 30 mesi è incerto e potrebbe finire sotto il controllo di fondamentalisti imparentati coi caucasici che tante angustie provocano al Cremlino.

Bashar potrebbe aver giocato la carta della dilazione. Guadagnare tempo per non trovarsi le bombe in testa. È l'ipotesi più plausibile e già messa nel conto dalle cancellerie che non fermano i preparativi dello strike. Tattica comunque di corto respiro. Prolungamento di un'agonia del suo potere arrivato, qualunque sia l'esito, verso l'epilogo. Dopo tanto sangue, non regge nemmeno un dittatore carismatico, figurarsi lui che rais si è dovuto inventare per esigenze di casata senza averne la vocazione e che ha dovuto mascherare con la faccia feroce (e purtroppo portatrice di conseguenze nefaste) debolezze, errori, esitazioni. Sicuramente mal consigliato da un clan autistico, invadente e rapace, perciò ancora più colpevole. Perché, quando si hanno in mano i destini di un popolo, bisogna conoscere la misura della propria inadeguatezza.

Se il padre Hafez, presidente dal 1971 al 2000 quando morì, era il "Leone di Damasco" o la "Volpe", per la forza e l'astuzia con cui riuscì a gestire il potere nonostante fosse l'espressione dell'esigua minoranza alauita, Bashar non si è meritato nessun nomignolo faunistico nella fattoria degli animali mediorientale.

Si è dovuti andare a pescare in altre categorie. "Mollaccione" lo deve all'altezza (un metro e 90) e all'andatura dinoccolata. "Cocco di mamma" alle premure di Anisa che lo vedeva così indifeso. "L'oculista" alla professione che si era scelto. Passioni giovanili innocue, basket, nuoto, musica. Nessuna postura marziale in un'area del mondo in cui spesso è necessario esibirla: di lui si trova una sola fotografia e molto datata in divisa militare. Il Mossad, stuzzicando il machismo diffuso nel mondo arabo, aveva costruito la falsa informazione di un'inclinazione omosessuale.

Il vecchio Hafez non lo considerava il suo erede: puntava su altri figli che sembravano più avvezzi a impugnare lo scettro del comando. Seguisse pure, Bashar, la sua vocazione medica, andasse pure a Londra a perfezionare gli studi, non c'era bisogno di lui a Damasco. C'era già Bassel per la successione, il fratello maggiore, l'intrepido, il decisionista, tutto suo padre.

Peccato che Bassel si schianti con la sua Maserati contro una rotatoria (o era un attentato?) il 21 gennaio 1994 e l'oculista venga richiamato in fretta e furia perché le ragioni di Stato lo impongono e il minore Maher ha una testa troppo calda per i protocolli di regime. Bisogna costruire in fretta e furia a Bashar, allora ventinovenne, un cursus honorum all'altezza di un capo.

Pochi mesi di accademia e diventa comandante di un battaglione corazzato, poi maggiore e quindi colonnello della Guardia repubblicana, infine consigliere per la sicurezza nazionale. Nonostante la diligenza con cui si applica, obtorto collo, ai suoi doveri di aspirante leader, Hafez rifiuterà, anche in punto di morte, di nominarlo vicepresidente: non riuscì mai a vincere le perplessità su quel delfino niente affatto designato.

Bashar diventa capo di Stato che non ha ancora 35 anni dopo un referendum dall'esito "bulgaro" (97,29 per cento), poi corona il sogno d'amore sposando la connazionale Asma Al Akhras, più giovane di 10 anni, frequentata a Londra, figlia di un cardiochirurgo, laureata in informatica al King's College, analista alla Deutsche Bank e a Jp Morgan.

Ma di famiglia sunnita e dunque sospetta per il clan familiare che poco la sopporta. Per la giovinezza, i gusti occidentali e un'immagine niente affatto guerresca, la coppia rappresenta la speranza di una svolta in un Paese da troppo tempo sotto il tallone autoritario. L'abbrivio è incoraggiante. Bashar promette riforme, usa persino parole responsabili verso il vicino israeliano.

Tuttavia i buoni propositi, o presunti tali, si arenano davanti alla realpolitik di un Medioriente in cui capita sovente che ci sia spazio solo per i falchi. La trasformazione da "Oculista" a "Chimico" comincia quando la guerra in Iraq gli impone di schierarsi al fianco di Saddam Hussein per vincolo di area e di partito (il Baath per entrambi). È l'inizio della deriva che lo porterà lontano dalla comunità internazionale e a fortificare le alleanze con l'Iran e gli Hezbollah libanesi.

Lo scoppio della primavera araba lo coglie di sorpresa. Le manifestazioni contro la sua leadership iniziano il 15 marzo 2011. E dietro di lui c'è tutto il clan familiare a soffiare sul fuoco di un decisionismo belluino. Ci sono da salvaguardare gli interessi degli alauiti (12 per cento della popolazione) che dopo 40 anni vedono intaccati i privilegi e si sentono minacciati dalla maggioranza sunnita. Sono ben rappresentati nella casta militare, occupano le poltrone decisive.

Controllano quell'arsenale di gas che è la miglior garanzia della loro sopravvivenza. C'è da proteggere il patrimonio, una fortuna, del cugino Rami Mahluf, 43 anni, figlio del fratello della madre, di gran lunga l'uomo più ricco di Siria grazie al controllo di telefonia cellulare, banche, import di auto di lusso, linee aeree e catene di negozi. Quando i morti si cominciano a contare a migliaia nelle strade non lo aiutano, anzi sono indecorose, le email intercettate di lui e della moglie e diffuse dall'opposizione.

Lei gli scrive: «Torno alle 5. Ti amo». Risposta: «Torni alle 5? È questa la migliore riforma per un Paese. La adotteremo invece di quella cavolata di leggi sui partiti, le elezioni, sui media». Mentre il Paese brucia lui su iTunes è impegnato a scaricare la canzone "God gave me you" di Blake Shelton per mandarla ad Asma, una parodia della parodia del "grande dittatore" di Chaplin. Lei a sua volta chiede ad amici londinesi, in una versione aggiornata di Maria Antonietta, se possono procurarle scarpe di cristallo di Christian Louboutin da 6.400 dollari: «Catturano gli occhi non sono fatte per il grande pubblico».

La moglie non si mostra da tempo. Madre e sorella Bushra sono forse fuggite a Dubai. Bashar ha attorno solo uomini nella partita per la vita che affronta in casa e in quella a scacchi in atto col mondo. Ha richiamato a palazzo dalla pensione sei generali che avevano servito con profitto sotto suo padre. Ha giocato l'asso dei gas da mettere sotto controllo internazionale. È probabilmente un bluff, ma costringe ad andare a "vedere" perché nessuno ha piacere di infilarsi nel pantano siriano.

Gli ostacoli tecnici potrebbero prendere mesi. Chi sarà disponibile a inviare truppe per la messa in sicurezza dei luoghi di stoccaggio in un Paese dove infuria la guerra e dove soldati stranieri sarebbero considerati nemici? Chi offre garanzie che davvero tutto quel potenziale di morte viene messo a disposizione?

E infine: quanto tempo ci vuole per distruggere mille tonnellate di armi chimiche? Nell'euforia di un conflitto che si allontana domande troppo scomode per una pronta risposta. Per ora fa comodo a tutti il balletto diplomatico. Obama può dire di aver costretto il "Chimico" alla ragionevolezza. Hollande non sfida un'opinione pubblica ostile. Putin rientra come grande mediatore. L'Onu riprende un ruolo. Ma attenzione: quelle domande torneranno. E della risposta avranno bisogno.

 

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