GUN NATION - OBAMA E ROMNEY METTONO IL “SILENZIATORE” SULL’ARSENALE AMERICANO - 270 MILIONI DI MANI ARMATE, OGNI CITTADINO AMERICANO NE POSSIEDE UNA - “NESSUN POLITICO OSERÀ SFIDARE LA LOBBY DEI FUCILI” - DIFFICILE SCANDALIZZARSI QUANDO SI SENTE CHE IL JOKER DI DENVER HA ACQUISTATO LE ARMI SU INTERNET O CHE IL FOLLE CHE SPARÒ ALLA DEPUTATA GABRIELLE GIFFORDS AVEVA ACQUISTATO LE MUNIZIONI AL SUPERMERCATO WAL- MART TRA UN PACCHETTO DI PATATINE E UNA COCA COLA…

1- USA, 270 MILIONI DI MANI ARMATE - DIRITTO TUTELATO DALLA COSTITUZIONE, ratificato nel 1791.
Lettera43.it

Se l'occasione fa l'uomo ladro, un'arma lo trasforma in assassino. Basta contare quante stragi e sparatorie accadono negli Stati Uniti e relazionarle con l'alta concentrazione di armi in possesso dei cittadini per capire che la connessione c'è eccome.

IN USA CI SONO CIRCA 270 MLN DI ARMI.
Secondo il Federal bureau of investigation i privati cittadini americani possiedono tra 240 e 270 milioni di armi, senza contare quelle presenti negli arsenali delle forze armate e dell'ordine. In pratica circa ogni cittadino ne possiede una, al di là della effettiva necessità e soprattutto del proprio stato di salute psico-fisica.

E quello del ragazzo che ha commesso l'ennesima strage il 20 luglio a Denver, sparando all'impazzata dentro un cinema durante la prima di Batman e uccidendo 12 persone, non era certo buono. Eppure aveva un'arma. Grazie a un ormai obsoleto diritto garantito ai cittadini americani.

IL DIRITTO A POSSEDERE UN'ARMA.
Si tratta del Secondo emendamento della Costituzione americana, ratificato nel 1791. Che dice: «Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben regolata, il diritto del popolo a possedere e portare armi non dovrà essere infranto».

Da allora però anche nella grande America la civilizzazione ha portato a poter assicurare una maggiore sicurezza ai propri cittadini anche nelle zone più sperdute del Paese. Da allora il pericolo di un attacco da parte di madre Inghilterra volto a riconquistare la colonia America non esiste più.

Il diritto all'autodifesa invece viene ormai confuso con un esercizio di virilità, di potenza, di libertà. Libertà di difendersi e quindi anche di uccidere. Avere un'arma in casa fa sentire più sicuri chi ce l'ha, meno tutti gli altri. Persone spesso ignare del pericolo che all'improvviso si trovano davanti: piscolabili armati, giovani instabili e inconsapevoli dei propri gesti.
Una miriade di esaltati che ogni giorno mettono a rischio la sicurezza e la libertà degli americani.

Ma nessuno finora è riuscito a cancellare questo potere. Forse perché più che un diritto quello delle armi è un business che vale circa 4 miliardi di dollari all'anno. Chissà se con quella cifra riusciranno a risarcire il dolore e la perdita di altri 12 cittadini americani che all'improvviso hanno perso il proprio diritto alla vita in nome della libertà di uccidere.

DENVER, NEL 1999 IL MASSACRO AL LICEO. Dopo il massacro nel liceo Columbine, proprio a Denver nel 1999, sembrava che la maggioranza degli americani avesse capito la pericolosità di garantire ancora a tutti il diritto a possedere un'arma. Ma anche allora dopo poco la paura passò e il piombo rimase. Stessa cosa accadde anche quando uno squilibrato cerco di uccidere il presidente Ronald Reagan lasciando però paralizzato il portavoce James Brady.

TENTATIVO DI CAMBIARE LA LEGGE. Brady insieme con Bill Clinton cercò poi di far passare nel 1993 una legge che aumentava i controlli su chi comprava armi. Ma anche allora nessun risultato.
Nel 2011 è stato registrato il record con 11 milioni di armi acquistate. Il Government Accountability Office ha documentato che negli ultimi sei anni 1.119 persone inserite nelle liste anti terrorismo hanno potuto comprare legalmente armi ed esplosivi.

Difficile scandalizzarsi quindi quando si sente che il folle che sparò alla deputata Gabrielle Giffords aveva acquistato le munizioni al supermercato Wal- Mart tra un pacchetto di patatine e una coca cola.

2- ARMI, IL TEMA TABÙ OBAMA E ROMNEY METTONO IL "SILENZIATORE"
Maurizio Molinari per La Stampa

Barack Obama riflette sull'importanza della vita, Mitt Romney parla dell'importanza dell'amore per il prossimo, John Boehner cita passi della Bibbia ed Eric Holder segue da vicino le indagini dell'Fbi ma a due giorni dalla strage del cinema «Century 16 Theatre» nessun leader nazionale, democratico o repubblicano, si è detto a favore di maggiori controlli sulla vendita e il possesso di armi da fuoco simili a quelle adoperate dal killer James Holmes.

Il sindaco di New York Mike Bloomberg, che ha chiesto a Obama e Romney di esprimersi in materia, si è scontrato con un muro di silenzio e il «New York Times» in un editoriale stigmatizza l'«assenza di un dibattito nazionale sulle armi da fuoco», sottolineando come la reazione a Denver segua quelle analoghe avutesi dopo le altrettanto sanguinose stragi di Columbine, Virginia Tech e Tucson dove uno studente tentò di assassinare la deputata democratica Gabrielle Giffords.

A battersi per aumentare i controlli sulle armi da fuoco sono voci isolate come quelle di Dan Gross, presidente della Brady Campaign, e Ed Rendell, ex governatore democratico della Pennsylvania, invocando «decisioni politiche per prevenire nuove carneficine».

Ma la realtà è che si tratta di posizioni di netta minoranza in una nazione dove appena il 43 per cento dei cittadini - secondo un sondaggio del 2011 - invoca maggiori controlli rispetto al 78 per cento del 1990 con un drastico rovesciamento di sensibilità collettiva sulle armi da fuoco che porta Harry Wilson, l'accademico del Roanoke College autore di uno studio in materia, a concludere che «sta diventando sempre più difficile sostenere pubblicamente la necessità di irrigidire le leggi sul controllo delle armi da fuoco».

A confermarlo sono le timide parole pronunciate dal portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, dopo il massacro: «Il presidente ritiene che dobbiamo tutelare il Secondo Emendamento alla Costituzione - che garantisce il diritto del porto d'armi - assicurandoci che chi non deve possedere armi secondo la legge non riesca a ottenerle».

A prevalere sono così le posizioni della National Rifle Association, l'influente associazione nazionale di portatori di armi, che finanzia entrambi i partiti anche se con una netta preferenza per i repubblicani - al dichiarato fine di impedire che il Congresso di Washington inverta la rotta rispetto a decisioni come quella adottata nel 2004 che lasciò scadere il bando decennale sulle armi d'assalto. Consentendo di conseguenza il libero commercio anche del fucile AR-15 imbracciato da Holmes per far fuoco contro gli spettatori accorsi a vedere Batman.

3- "NESSUN POLITICO OSERÀ SFIDARE LA LOBBY DEI FUCILI" - DERSHOWITZ: RESISTE IL MITO DELLA FRONTIERA
Maurizio Molinari per La Stampa

Sono appena tornato dal cinema, ho visto Dark Knight e confesso di essermi guardato attorno con timore». Il giurista liberal di Harvard Alan Dershowitz parla dal Massachusetts per affrontare il «tabù delle armi da fuoco» che l'America non riesce a sfidare.

Come è possibile che dopo una strage come quella di Denver nessun leader nazionale chieda un maggior controllo sulle armi da fuoco?

«I motivi sono due. Primo: l'America nasce come nazione di frontiera dove le armi servivano a proteggersi dai pericoli e la sua Costituzione è l'unica in Occidente che prevede il diritto di portarle. Secondo: la Corte Suprema ha rafforzato tale diritto, trasformandolo da collettivo a personale. Sono questi i pilastri che hanno permesso alla Nra, un'associazione diventata lobby delle armi, di condizionare l'agenda di entrambi i partiti».

Il sindacodi New York Bloomberg incalza Obama e Romney, chiedendo di esporsi su questo tema. L'appello può dare esiti?

«Bloomberg dice queste cose perché è il sindaco di New York. Se fosse sindaco nel Midwest o se fosse candidato alla presidenza non le direbbe perché andrebbe incontro a sconfitte».

Perché Romney e Obama non sollevano la questione delle armi da fuoco dopo la strage?

«Se Romney lo facesse perderebbe il partito. Per Obama il rischio è di perdere Stati in bilico, proprio come il Colorado, destinati a essere decisivi nelle presidenziali».

Dunque, è un tema tabù?

«Il governo federale non può fare nulla. L'unico metodo per limitare la circolazione delle armi può essere a livello di Stati, imponendo controlli sulle licenze, test più selettivi, limitando la possibilità di venderle in luoghi come i mercatini di strada».

Avviene qualcosa di simile?

«No, andiamo nella direzione opposta. Cresce il numero di Stati che prevede l'obbligo di dare il porto d'armi a chi ne fa domanda se è sano di mente e non è un criminale. Inoltre in più Stati è in vigore la legge "Stand on your ground" che consente a chi si sente minacciato di non indietreggiare e fare fuoco».

Dunque, il risultato è che nessuno reagisce?

«Dopo ogni strage c'è una grande levata di scudi ma mai seguita da fatti. È avvenuto dopo Columbine, Fort Hood e accadrà anche adesso. I leader nazionali non possono andare contro la Costituzione e quelli locali hanno timore di non essere rieletti. Il risultato è accettare che tali episodi si ripeteranno».

Come è possibile che una nazione pragmatica come l'America non senta la necessità di trovare un antidoto a queste stragi?

«I militanti pro-armi più estremisti ritengono che la soluzione è far circolare più armi. A loro avviso se nel cinema di Aurora vi fossero stati spettatori armati il killer sarebbe stato ucciso e non vi sarebbe stata la strage. È errato, perché in caso di sparatoria il bilancio sarebbe stato più pesante, ma a loro poco importa. Molti acquistano armi per avere un simbolo di potenza personale, anche con riferimenti alla virilità».

Quale è la differenza con la lotta al terrorismo?

«Contro i terroristi possiamo usare l'Intelligence per trovarli e eliminarli, ma droni e 007 servono a poco contro un anonimo studente di medicina che decide di armarsi e fare una strage».

 

 

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