I MORTI IN FACCIA - I VELENI ELETTORALI TRA BOCCASSINI E INGROIA TRAVOLGONO NON SOLO LA MEMORIA DI FALCONE E BORSELLINO MA ANCHE I PARTITI DE SINISTRA - ILDA LA ROSSA HA SEMPRE CRITICATO I METODI D’INDAGINE DEI PM PALERMITANI - JENA: “MA LA LISTA INGROIA NON POTEVA TROVARE UN CANDIDATO PIU’ INTELLIGENTE DI INGROIA?”…

1 - PIÙ...
Jena per "la Stampa" - Ma la lista Ingroia non poteva trovare un candidato più intelligente di Ingroia?

2 - TRA MILANO E PALERMO UNO SCONTRO ANTICO NATO (ANCHE) DALLE INCHIESTE SU BERLUSCONI
Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

Volano gli stracci, nel campo del cosiddetto «antiberlusconismo giudiziario» (se mai fosse lecito utilizzare questa espressione impropria, brandita con troppa disinvoltura da una parte del mondo politico). Ilda Boccassini, inquirente del Cavaliere a Milano, contro Antonio Ingroia, inquirente del Cavaliere a Palermo. Il quale ha riposto la toga nell'armadio e s'è candidato alle elezioni contro Berlusconi.

Ilda Boccassini, invece, continua a occuparsi dei suoi processi e procedimenti, con l'impegno di sempre. Quello a carico dell'ex presidente del Consiglio e i tanti altri che ha sulla scrivania. Compresa l'inchiesta ereditata proprio dall'ufficio di Ingroia su Marcello Dell'Utri accusato di estorsione, con Berlusconi parte lesa.

Dopo una breve parentesi trascorsa al loro fianco a metà degli anni Novanta, il procuratore aggiunto di Milano non ha mai avuto opinioni esaltanti sui metodi d'indagine dei colleghi palermitani. Lo stesso si può immaginare della scelta del collega Ingroia di entrare in politica, ma è sempre rimasta in silenzio. Finché lui non ha citato per l'ennesima volta Giovanni Falcone, paragonando la propria situazione a quella del magistrato assassinato vent'anni fa. Allora è sbottata: si vergogni. Con pronta replica dell'interessato: si vergogni lei.

Scenario spiacevole, e un po' imbarazzante. Il primo paradosso è che a destra gongolano per le parole di Ilda Boccassini contro il leader di Rivoluzione civile, sorvolando sul fango e le contumelie riversate sul pubblico ministero milanese. E poi un altro: contro Ingroia che ha adombrato pensieri non lusinghieri di Paolo Borsellino sul conto della ex collega, s'è schierato il fratello del magistrato assassinato dalla mafia, Salvatore; chiedendo di non usare quel nome nella campagna elettorale, lui che forte dello stesso cognome ha imbastito fortissime polemiche, anche a sfondo politico.

Qualche crepa, inoltre, si può scorgere all'origine della diatriba. E cioè nelle frase con la quale Ingroia ha messo le critiche rivoltegli da altri magistrati dopo il suo ingresso in politica sullo stesso piano di quelle incassate da Falcone nel 1991, quando andò a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia con il Guardasigilli socialista Claudio Martelli, nel governo presieduto da Giulio Andreotti. E' vero che non s'è paragonato a Falcone, ma ha paragonato le due situazioni.

Che però non sono facilmente paragonabili. Intanto perché il giudice che istruì il maxiprocesso a Cosa nostra non si mise mai alla guida di un partito (o movimento), né si candidò a Palazzo Chigi; accettò di lavorare in un ufficio che la legge prevede sia assegnato a un magistrato. Né, mentre svolgeva indagini, partecipava a convegni di folle osannanti che scandivano il suo nome come quello di un divo.

Dopodiché è vero che fu criticato (anche) dai colleghi, ma è vero pure che non fu mai amato dalla categoria. A prescindere da quell'impiego temporaneo. Basti pensare che quando si presentò alle elezioni per il Consiglio superiore della magistratura - nel 1990, dopo che già erano scoppiato il caso della sua mancata promozione e dopo l'attentato all'Addaura, ma prima di trasferirsi al ministero -, su 6.500 magistrati andati alle urne solo 113 votarono per lui. Cioè l'1,7 per cento.

Dunque l'avversione delle toghe italiane verso Falcone non era collegata al suo «avvicinamento alla politica», come l'ha chiamato Ingroia. Che peraltro avvenne su un piano tecnico, un posto ministeriale riservato ai magistrati. Ci fu chi criticò qualche sua opinione o iniziativa ministeriale anche tra chi certo non gli era ostile, cosa del tutto naturale e legittima. Perfino Paolo Borsellino firmò un appello contro la Superprocura ideata da Falcone, ma poi era convinto che a dirigerla dovesse andare lui.

A differenza della maggioranza del Csm che votò per un altro candidato, «togati» scelti dai magistrati e «laici» designati dai partiti che mettevano in dubbio la sua indipendenza dal potere. E come ha ricordato Emanuele Macaluso, tra le voci che con maggiore veemenza si levarono contro il giudice antimafia peri i suoi ultimi atti giudiziari (in particolare l'inchiesta sui «delitti politici» di Cosa nostra) c'era quella del sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Il quale in passato era stato amico di Falcone, fino al punto di celebrarne le nozze, e ora è al fianco di Ingroia e della sua «Rivoluzione civile». Esempio eclatante di come possono mutare le opinioni e i rapporti personali nel corso degli anni.

In questo guazzabuglio di storie e intrecci è difficile trarre posizioni nette e giudizi trancianti come quelli che stanno animando questa zuffa preelettorale. Ed è quantomeno ardimentoso citare protagonisti che non ci sono più, per confortare propri pareri su persone o fatti accaduti dopo la loro morte. Certamente Antonio Ingroia era amico e in ottimi rapporti con Paolo Borsellino, ma nessuno può sapere oggi che cosa avrebbe pensato o detto Borsellino del candidato Ingroia.

E nemmeno delle sue indagini più recenti. Così come Ilda Boccassini era amica e in ottimi rapporti con Giovanni Falcone; del quale, purtroppo, non sappiamo che cosa avrebbe pensato o detto delle inchieste palermitane, e del comportamento di certi magistrati. Anche se molti, prendendo ogni volta la frase o il ricordo più conveniente, continuano a tirarlo dalla loro parte.

 

 

ANTONIO INGROIA CON IL SIMBOLO DELLA SUA LISTA ILDA BOCCASSINI SU CHI boccassini falcone giovanni falcone paolo borsellino lappaolo borsellino lapSILVIO BERLUSCONI ALDO MORO E GIULIO ANDREOTTI

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