giorgia meloni giancarlo giorgetti

“INCOERENTI E INAFFIDABILI” – LA RETROMARCIA DELL’ITALIA SUL PATTO DI STABILITA’ CON I TRE PARTITI DI GOVERNO CHE SI ASTENGONO E NON APPOGGIANO L’ACCORDO CONCLUSO (A DICEMBRE) DA MELONI E GIORGETTI FA INCAZZARE L’EUROPA - IL PPE, DI CUI FA PARTE FORZA ITALIA, SENZA PAROLE. IL GRUPPO DEI CONSERVATORI, DI CUI LA MELONI È PRESIDENTE, ACCOGLIE "CON MALUMORE" LA SCELTA DI FDI (IN PARTICOLARE I POLACCHI) - ORA IL TESTO TORNA IN CONSIGLIO E SERVE L’UNANIMITÀ (IN PRATICA L’ITALIA DEVE DIRE SI’ O NO) – IL PD, CHE SI ASTENUTO, SI METTE CONTRO IL SUO COMMISSARIO EUROPEO, PAOLO GENTILONI - L’IMPATTO SUI CONTI PUBBLICI DEL NUOVO PATTO: LA RICREAZIONE E’ FINITA PER LA MELONA CHE…

Claudio Tito per la Repubblica - Estratti

 

GIANCARLO GIORGETTI - GIORGIA MELONI

«La cosa più importante è che i due terzi del Parlamento approvano il nuovo Patto di Stabilità ». Durante la riunione della Commissione Ue, solo un breve riferimento è stato rivolto al via libera alla riforma delle regole economiche dell’Unione. La presidente Ursula von der Leyen lo ha fatto con queste parole. Ma si tratta di una soddisfazione piena di “non detti”. Colma di sorpresa per il mancato voto favorevole dei partiti che sostengono il governo italiano.

 

Perché l’intesa siglata a dicembre scorso sulle procedure di rientro dal deficit e dal debito eccessivi è passata anche attraverso il dialogo tra “l’amica Ursula” e Giorgia Meloni. E il fastidio nei confronti del nostro centrodestra e di Palazzo Chigi è stato piuttosto palpabile fin dalla mattina.

 

giancarlo giorgetti giorgia meloni

Due le accuse principali: «Incoerenza e inaffidabilità». Il Ppe, di cui fa parte Forza Italia, e che con il suo presidente, il tedesco Manfred Weber, ha sempre cercato un feeling con la leader di Fratelli d’Italia, è rimasto senza parole. E persino l’Ecr, di cui proprio Meloni è presidente, ha accolto con malumore la scelta di Fdi. In particolare i polacchi lo hanno detto chiaramente durante la riunione serale del gruppo.

 

Bastava allora ascoltare Markus Feber, il popolare tedesco responsabile del Ppe in Parlamento per l’economia, per capire quanto l’Italia stesse perdendo credibilità nelle istituzioni europee. «Non vedo alcun motivo – diceva - per cui gli eurodeputati italiani dovrebbero astenersi. Il risultato è equilibrato e riflette molti dei problemi che l’Italia ha avuto in passato con le regole fiscali.

 

GIANCARLO GIORGETTI E GIORGIA MELONI - DEF - VIGNETTA DI ELLEKAPPA

Soprattutto dal punto di vista italiano, le nuove regole non possono che essere considerate un grande miglioramento rispetto a quelle vecchie. Le traiettorie di riduzione del debito sono molto più favorevoli, è più facile soddisfare le specificità nazionali e la politica anticiclica diventerà più semplice».

 

Il punto è che di recente il governo italiano si è nascosto per troppe volte dietro il “gioco delle tre carte”. Lo ha fatto anche su un provvedimento considerato una concessione a Roma, il Patto Migranti e Asilo.

 

Dare cioè il via libera in Consiglio, ossia con i membri dell’esecutivo, e poi nascondere la mano al momento del voto palese in Parlamento.

 

Tutti ricordano quello che dicevano a dicembre scorso sia la presidente del consiglio sia il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

giancarlo giorgetti giorgia meloni

«È’ importante – spiegava la premier - che sia stato trovato tra i 27 Stati membri della Ue un compromesso di buonsenso per un accordo politico sul nuovo Patto di stabilità e crescita.

 

 

Tra l’altro il “giochetto” rischia di essere smascherato rapidamente.

 

Nelle procedure europee infatti il testo approvato dal Parlamento deve comunque tornare al Consiglio per una rapida ratifica. E in quell’occasione l’Italia dovrà dire sì o no, e serve un voto all’unanimità. Inevitabilmente la “squadra meloniana” dovrà ribadire il sì esponendo il Paese a un’oscillazione imbarazzante.

E anche inspiegabile.

 

manfred weber antonio tajani congresso forza italia

In questo contesto, allora, se il Ppe non nascondeva il suo imbarazzo, anche dentro i Conservatori di Ecr non sono mancate le critiche.

Non è un caso che la parte largamente maggioritaria di questo gruppo ha votato a favore del nuovo Patto. Tutti i rappresentanti del nord e dell’est Europa erano favorevoli isolando di fatto Fratelli d’Italia.

 

È dunque evidente che la campagna elettorale abbia valicato i confini nazionali. E tutti i partiti italiani, anche quelli d’opposizione, si sono dimenticati dove si trovassero e per cosa stessero votando. Il Pd è riuscito persino a mettersi contro il suo commissario europeo, Paolo Gentiloni.

manfred weber congresso forza italia

 

Da Roma il centrodestra ha cercato di difendersi. E di certo l’unico che avrebbe preferito soluzioni diverse da questa è proprio Giorgetti che ha trattato, discusso e poi accettato la formulazione definitiva. «Io – ha ribadito ieri riservatamente – ho sempre saputo che si trattava di un compromesso e come tale scontentava tutti. Ma era l’unico possibile».

 

E poi ha riversato sul Pd le critiche ricevute: «Chiediamoci se è una sconfessione per Gentiloni che ha definito la riforma la migliore possibile. Il Pd però si è astenuto».

 

(...)

 

GIANCARLO GIORGETTI GIORGIA MELONI - QUESTION TIME SENATO

ORA IL DEFICIT DEVE RIENTRARE AL 3% 

Valentina Conte per la Repubblica - Estratti

 

Gli esami di riparazione per l’Italia cominciano il 19 giugno. Un mercoledì da segnare in rosso sul calendario della politica e dell’economia.

 

Perché in quel giorno la Commissione europea presenterà il “pacchetto di primavera” che conterrà due notizie non da poco per il nostro Paese: la “traiettoria” di rientro dagli eccessi di spesa e il cartellino giallo per il super deficit, salito al 7,4% nel 2023, il più alto d’Europa.

 

elly schlein paolo gentiloni

L’apertura di una procedura per disavanzo eccessivo era scontata, per noi come per la Francia e altri Paesi.

 

Ma il combinato disposto con il nuovo Patto di stabilità, approvato ieri dal Parlamento europeo, lega le mani al governo Meloni.

 

La presumibile stretta da 13 miliardi all’anno per sette anni (lo 0,6% del Pil), avvistata dagli stessi tecnici del Tesoro e confermata dalle proiezioni della Corte dei Conti e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, mette in soffitta non solo le bandierine elettorali della destra – dalla flat tax per tutti al quoziente famigliare, da Quota 41 agli asili nido gratis – ma anche tutte le politiche in vigore quest’anno e che scadono il 31 dicembre.

 

(...)

L’Europa suona dunque la campanella per l’Italia. La ricreazione è finita, il Superbonus archiviato (così pare, dopo tre decreti firmati da Giorgetti), la crisi del gas alle spalle, l’inflazione affievolita, il Pnrr quasi nel pieno.

 

GIORGIA MELONI GIANCARLO GIORGETTI

Ecco dunque le nuove regole: il deficit deve rientrare al 3%, con un ritmo di dimagrimento di mezzo punto all’anno nella sua versione “strutturale”, cioè al netto delle misure una tantum e della componente legata alle fluttuazioni cicliche dell’economia.

 

Di conseguenza anche il debito scende di un po’. Ancora di più – un punto in meno all’anno – dopo che il deficit tornerà al 3% e l’Italia uscirà dalla procedura per gli eccessi. Queste le regole per chi ha deficit e debiti alti come noi.

 

Ecco il doppio nodo: prima curare il deficit, poi il debito. A quel punto la chiave per valutare se l’Italia fa i compiti a casa diventa la spesa primaria al netto degli interessi pagati sul debito che non può superare una certa soglia. La “traiettoria” che la Commissione consegnerà all’Italia il 19 giugno – un grafico con le curve delle variabili economiche – sarà per forza di cose “discendente”. E servirà al governo Meloni per scrivere il “Piano strutturale di bilancio a medio termine”, così si chiama.

 

giorgia meloni giancarlo giorgetti

Un Piano di rientro, di correzione dei conti in buona sostanza, di 4 anni estendibile a 7 anni in presenza di riforme e investimenti.

 

Di sicuro l’Italia punterà ai 7 anni, per diluire i sacrifici. Questo pare di capire, anche dalle simulazioni dei tecnici.

 

Per paradosso, se il governo Meloni decidesse di non toccare il Def, ora all’esame del Parlamento, l’Italia non avrebbe bisogno di sterzate. Ma quel Def ha un difetto di fondo: è congelato, un quadro solo “tendenziale”.

 

Si muove d’inerzia. Descrive ciò che succederebbe all’Italia se il governo Meloni non rinnovasse per il 2025 alcun tipo di bonus o sgravio, non mettesse soldi sui contratti pubblici, sulla sanità o sugli investimenti usciti dal Pnrr. Il ministro Giorgetti si è impegnato a presentare al Parlamento un quadro “programmatico” entro l’estate. Ma con il Piano Ue e l’impossibilità di fare deficit, ci sono solo tagli e tasse. E gli avanzi di bilancio.

schlein gentiloni

 

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