RIPRESA, RIPRESA DE CHE? - ADESSO IL (BEL)PAESE VA PEGGIO ANCHE DEGLI ULTIMI PAESI EUROPEI - SPAGNA, IRLANDA, PORTOGALLO E PERSINO GRECIA CRESCERANNO QUASI IL DOPPIO DELL’ITALIA

Federico Fubini per ‘La Repubblica'

L'ultima infornata di stime della Commissione europea arriva e se ne va lasciando dietro di sé un sospetto: e se ci fosse qualcosa di unico, a proposito dell'Italia? Questo Paese pensava di essere parte di un club, quello dell'euro o almeno della sua cosiddetta "periferia". Nel bene e nel male il suo comportamento era spiegabile con un gruppo di simili. Ma è così?

I fatti presentati ieri a Bruxelles inducono a dubitarne. L'Italia sembra staccarsi, in ritardo e ormai quasi da sola. La ripresa in Spagna, Irlanda, Portogallo e persino in Grecia almeno nei numeri si presenta più viva.

Come noi questi Paesi hanno appena vissuto la peggiore recessione della loro storia recente, ma nel 2014 e 2015 cresceranno quasi il doppio dell'Italia. In certi casi tre volte tanto. Secondo Bruxelles, Spagna e Portogallo lo faranno già quest'anno (Pil in espansione dell'1,1% contro 0,6% italiano), mentre il grande vicino iberico ripeterà anche il prossimo (più 2,1% contro 1,2% dell'Italia).

L'Irlanda viaggia già a velocità più che doppia e persino il ritmo della ripresa greca l'anno prossimo dovrebbe essere quasi triplo rispetto al nostro. Naturalmente Atene fa storia a sé. Dopo un collasso peggiore anche di quello degli Stati Uniti nella grande depressione - un quarto dell'economia è sparito in cinque anni - il rimbalzo del 2,9% previsto per il 2015 può essere quasi solo uno spasmo di nervi.

Eppure la Commissione europea vede l'Italia in una posizione singolare: viaggia in coda all'intero gruppo dell'area euro sia quest'anno che nel 2015. Un po' più piano procedono solo Cipro, che però si sta riprendendo dallo choc delle sue banche, e la Finlandia che in realtà non ha avuto una recessione così profonda. L'Italia era un'anomalia per la fiacchezza delle sue gambe prima della crisi e torna ad esserlo dopo. Come se nel frattempo non fosse successo nulla, anziché una delle fratture più profonde dell'ultimo secolo. Possibile?

Non è vero che la ripresa sia in qualunque altro posto meno che qui. Emanuele Baldacci dell'Istat ieri ha mostrato che nell'ultimo paio di mesi gli occupati in Italia hanno iniziato
a crescere di alcune decine di migliaia: un'inezia dopo una erosione di 1,6 milioni di posti in cinque anni, ma almeno la tendenza si è invertita. E in un seminario all'istituto statistico è emerso anche che fra gli imprenditori c'è un (lieve) ritorno della voglia di investire.

La lista dei segni di risveglio può continuare, eppure restano più deboli che nel resto del Sud Europa e neanche loro permettono di eludere la grande domanda: è giusta la strada che abbiamo preso? L'Italia negli anni scorsi ha compiuto una scelta di fondo diversa da quella degli altri Paesi colpiti dalla crisi di debito. È stata una scelta condivisa da centrosinistra, centro e destra.

Mentre le altre economie deboli accettavano l'aiuto europeo, la troika e il suo amaro menù di riforme, noi abbiamo proposto a Bruxelles e a Francoforte un altro tipo di patto: a casa nostra decidiamo noi, ma in cambio promettiamo di tenere il deficit sotto controllo. Nel triennio 2011-2013 i tre governi succedutisi hanno passato manovre per qualcosa come 67 miliardi di euro, riportato (e tenuto) il deficit entro il 3%, eppure il debito non ha mai smesso di salire in proporzione a un'economia contrattasi più che ovunque meno che in Grecia.

Nel frattempo l'Irlanda e i Paesi iberici hanno preso la strada che noi abbiamo rifiutato. Madrid ha accettato l'aiuto, ha agito poco sul deficit, ma su richiesta europea ha cambiato le regole del lavoro in un modo che persino Matteo Renzi riterrebbe troppo rivoluzionario: gran parte dei contratti si fanno in azienda, non in affollati «tavoli» centralizzati nella capitale, mentre i giudici non mettono bocca nei licenziamenti economici. Può non piacere, ma ieri all'Istat Stefania Tomasini di Prometeia ha mostrato che il Pil dell'Italia oggi sarebbe del 3% più alto se solo l'export fosse andato bene come in Spagna.

Per il Portogallo gli ultimi anni sono stati anche peggio: il deficit resta doppio rispetto all'Italia ma il governo ha introdotto contratti alla spagnola (o meglio, alla tedesca) e cancellato 4 giorni di vacanza a parità di paga. Per due anni le proteste hanno
paralizzato Lisbona e la Corte costituzionale ha respinto alcuni dei tagli al welfare. Ora però il Portogallo è fuori dalla tutela europea, l'export è salito del 16% e la disoccupazione è scesa del 2,5%: un risultato impensabile qui.

Questi Paesi hanno preso una via sgradevole, sono ancora fragili, ma non privi di risultati. Invece l'Italia ma scelto la propria sovranità, mettendola al servizio dei conti pubblici e non di una vera capacità di crescere: ma senza crescita anche i conti resteranno fragili per sempre. La via italiana all'uscita dalla crisi ha funzionato? I numeri - per ora - dicono di no. Gli ultimi anni, è vero, hanno insegnato a diffidare di chi crede di avere tutte le risposte. Ma vale anche per l'unanimità italiana di questi anni.

 

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