ISRAELE AL KERRY - "SENZA LA PACE, RISCHIO BOICOTTAGGIO" TUONA IL SEGRETARIO DI STATO USA E NETANYAHU CONTRATTACCA: "DAGLI USA PRESSIONI INUTILI" - HAMAS: IL NEMICO È ISRAELE, MA L’EGITTO CI HA TRADITI

1- KERRY AVVERTE ISRAELE "SENZA ACCORDO DI PACE RISCHIA IL BOICOTTAGGIO"
Tonia Mastrobuoni per "La Stampa"

L'affermazione di John Kerry sul pericolo di una «campagna crescente di delegittimazione» e di un intensificarsi del boicottaggio internazionale nei confronti di Israele, nel caso in cui dovessero fallire i negoziati di pace, non è affatto piaciuta ai diretti interessati. Sabato, a margine di una riunione del Quartetto alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il segretario di Stato americano aveva detto «si parla di boicottaggi e di altre cose» e che «lo status quo attuale cambierà, in caso di fallimento».

Dopo che le frasi di Kerry sono state riportate ieri con enfasi dai principali quotidiani israeliani, Netanyahu gli ha risposto con durezza. Aprendo la seduta settimanale del Consiglio dei ministri, il premier israeliano ha sottolineato che «i tentativi di imporre un boicottaggio ad Israele non sono morali e non sono giustificati» e che «non raggiungeranno il loro scopo: in primo luogo perché spingeranno la controparte palestinese a trincerarsi nella sua posizione di rifiuto, allontanando la pace». In secondo luogo, ha aggiunto, «nessuna pressione internazionale mi indurrà a rinunciare agli interessi essenziali dello Stato di Israele, e in primo luogo alla sicurezza dei nostri cittadini».

Intanto, sempre a latere degli incontri della Conferenza di Monaco, Kerry ha incontrato ieri il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e gli ha comunicato che gli Stati Uniti manterranno le attuali sanzioni economiche contro Teheran. Un portavoce americano ha fatto sapere che i due «hanno discusso dell'attuazione dell'accordo sul programma nucleare raggiunto lo scorso novembre da Teheran e dai Paesi negoziatori del gruppo del 5+1».

Il prossimo appuntamento è per il 18 febbraio, quando ci sarà la verifica del «Piano d'azione» di sei mesi che ha impegnato Teheran a non alimentare il processo di arricchimento dell'uranio e Ue e Stati Uniti ad alleggerire le sanzioni contro la Repubblica islamica. Zarif, pur smorzando le aspettative di un accordo in tempi brevi, durante una tavola rotonda con, tra gli altri, il capo dell'Aiea Amano, ha precisato che l'Iran «vuole raggiungere un'intesa».

Il responsabile degli Esteri ha tuttavia ribadito più volte che l'Iran non vuole rinunciare alle ricerche sul nucleare; ma le diplomazie sono alacremente al lavoro per mandare avanti il negoziato. E intanto a Teheran è già arrivata una prima tranche di 500 milioni di dollari di un pacchetto di 4,2 miliardi congelati dall'embargo.

2 - FRA I PROFUGHI DI GAZA RABBIA E TIMORI "NON RINUNCEREMO ALLE NOSTRE TERRE"
Maurizio Molinari per "La Stampa"

Traditi dall'Egitto, derubati da Israele, senza fiducia nei confronti dell'America e con un incontenibile desiderio di tornare nei luoghi d'origine, da Giaffa a Beer Sheva: sono i sentimenti che pulsano nel cuore di Gaza che batte dentro la grande moschea Omari, roccaforte dei seguaci di Hamas.

Sulla strada intitolata a Omar el Muktar, l'eroe della resistenza libica all'occupazione italiana, poco oltre il mercato coperto degli orafi e alcuni carretti di frutta, la moschea che porta il nome di Omar bin el-Khattab, il califfo della conquista musulmana della Palestina, è un simbolo dei fondamentalisti da quando nel giugno 2007 l'imam Mohammed al-Rafati venne ucciso da Al Fatah durante la guerra fratricida che terminò con l'affermazione di Hamas.

Nei periodi di intervallo fra le preghiere, nel grande spazio centrale i fedeli si siedono in circolo, soffermandosi a discutere sui versetti del Corano e i temi dell'attualità entrano prepotentemente nella conversazione a più voci. A guidare la discussione è Nadr al-Masry, avrà 60 anni, che cita a memoria le battaglie delle «vittorie dei soldati musulmani contro i Crociati» per evocare il paragone nello scontro «di noi palestinesi con gli israeliani che ci assediano da terra, mare e cielo lanciandoci contro bombe da una tonnellata». Ma se «gli israeliani sono il nostro peggior nemico» ciò su cui si sofferma di più è il «tradimento dei fratelli egiziani».

Basta questo accenno e dal parterre di chi lo ascolta, seduto su seggiole di plastica o steso in terra sui tappeti, si levano mugugni e mormorii di protesta alla volta del Cairo. Le grida si sovrappongono: «Vergogna», «Ci hanno abbandonato», «Non si trattano così i propri fratelli». Il motivo è la rabbia per la chiusura ermetica del tunnel fra l'Egitto e la Striscia che il governo militare di Abdel-Fattah al Sisi ha ordinato da giugno, togliendo a Gaza l'unica strada per ricevere ogni sorta di beni che alimentavano l'economia.

«Gli abitanti di Gaza e gli egiziani sono da sempre legati, come fratelli» spiega Diab Rajab, kefiah a scacchi bianconeri e tunica marrone, sottolineando come «matrimoni, scambi economici, feste religiose ed eventi collettivi dalla notte dei tempi ci hanno unito». Gli occhi quasi gli si illuminano quando ricorda «i giorni in cui andavano a passare i fine settimana al Cairo» oppure «il confine di Rafah sempre aperto, anche di notte».

«L'Egitto per noi è come una seconda patria - aggiunge - proprio come lo è la Giordania per i palestinesi della West Bank». Da qui l'irritazione, la rabbia per «le ragioni politiche che oggi ci dividono dall'Egitto» dice al-Masry, riferendosi alle «vendette» dell'esercito egiziano contro il sostegno che Hamas diede ai Fratelli musulmani durante la presidenza di Mahmud Morsi.

I fedeli nella moschea sono divisi fra opposte pulsioni: da un lato la fedeltà ideologica a Hamas, dall'altro la nostalgia per un legame con l'Egitto ora impossibile proprio a causa di Hamas. Nel grande cortile, alcuni ragazzi parlando in un inglese stentato prevedono che «le cose con l'Egitto andranno anche peggio perché al Cairo stanno processando Morsi proprio per i legami con Hamas». L'amarezza è evidente e si nutre della nostalgia per l'«orgoglio dei nostri nonni quando venivano arruolati nell'esercito egiziano» durante il periodo pre-1967 che vide la Striscia amministrata dal Cairo.

Nessuno parla di Abu Mazen, dell'Autorità nazionale palestinese né di Al Fatah che qui restano gli sconfitti della mini guerra civile del 2007, ma sul negoziato condotto dal Segretario di Stato John Kerry sembrano tutti aggiornati, fin nei dettagli. «Kerry sta spingendo su noi palestinesi per farci rinunciare al diritto al ritorno nelle terre da cui ci cacciarono nel 1948 e questo per noi è inaccettabile» dice al-Masry. Questa volta i boati sono di plauso, un'ovazione che rimbomba nella volta della cupola. Più persone si alzano in piedi, per dire da dove vengono loro o sono venuti i genitori: «Giaffa, Lod, Beer Sheva, Geya, Betan».

È la geografia della Palestina pre-israeliana che fa parte della loro identità e si sovrappone alla toponomastica dell'attuale Stato Ebraico. Diab Rajab ricorda «il giorno in cui l'Haganà, l'esercito degli ebrei, arrivò con carri e aerei per cacciarci a fucili spianati dal nostro villaggio a Beer Sheva» e assicura di «voler tornare per rimettermi a lavorare sulla terra che avevo».

Ibrahim El Kolak appartiene ad una famiglia di Geya, nei pressi dell'odierna Rehovot, «vogliamo tornare e non saranno certo Kerry e Obama a impedircelo». «Quelle terre sono nostre, i sionisti ce le hanno strappate, nessun leader palestinese ha l'autorità per rinunciarvi» aggiunge El Kolak sollevando consensi, e aggiunge: «Voglio tornare a Geya con i miei, ricostruirla e fare il carpentiere».

Dalla moschea Omari il tentativo negoziale di Kerry appare lontano, incomprensibile. «Gli Usa ci tradiscono da Madrid e Oslo - conclude al-Masry, nato a Giaffa - Arafat strinse le mani di Shamir e Rabin, firmò gli accordi alla presenza di Mubarak e Hussein ma per noi non è cambiato nulla, gli israeliani ci hanno rubato la terra e l'America continua a fare di tutto per proteggerli».

All'origine del conflitto resta la volontà dei profughi del 1948 di tornare nelle terre che oggi appartengono a Israele. Una rivendicazione che Hamas fa propria in ogni ministero o ufficio dove campeggia - su una mappe o sottobicchieri - la cartina dell'intera Palestina, dal fiume Giordano al Mediterraneo.

 

 

JOHN KERRY ABBRACCIA CATHERINE ASHTON DOPO LACCORDO USA IRAN john kerry ritocchino anzi ritocconezz john kerry anvedi che botox obama con netanyahu e abbas jpegobama netanyahu bonino rohani rohani monti abu mazen jpegAl SisiMUBARAK JOHN KERRY E MOHAMMED MORSI jpegARNON MILCHAN CON ARAFAT

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni sigfrido ranucci giampaolo rossi giovambattista fazzolari patrizia scurti antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT – GIORGIA MELONI È IN MODALITÀ “CATTIVISSIMA ME”: DOPO QUATTRO ANNI DI LUNA DI MIELE, PER LA DUCETTA È ARRIVATA LA TEMPESTA PERFETTA: LO STOP AL PREMIERATO, LA BATOSTA AL REFERENDUM, LE RAFFICHE DI “VAFFA” DI TRUMP, L'ESPLOSIONE DEL FENOMENO VANNACCI, IL CROLLO DELLA LEGA, FORZA ITALIA ALLA BERLUSCONINA, IL CAOS INTORNO ALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE, L'AUTOGOL SULLA SOSTITUZIONE DI RANUCCI - PIU' IRRIDUCIBILE DELLA MALASORTE, ANZICHE' ASCOLTARE I CO-FONDATORI DI FDI, LA RUSSA E CROSETTO, L'UNDERDOG PREFERISCE CIRCONDARSI DALL'AFFETTO DEL SUO CIRCOLETTO DELLA GARBATELLA - DOMANI DA BARI, DOVE FESTEGGIA IL RECORD DI DURATA DEL SUO GOVERNO, L'UNDERDOG LANCERÀ IL SUO GRIDO DI RISCOSSA ELETTORALE - SA CHE L'ARMATA BRANCA-MELONI NON PUO' REGGERE FINO A OTTOBRE 2027, OCCORRE ANTICIPARE IL VOTO AD APRILE, LASCIANDO LE COMUNALI A GIUGNO - MA MATTARELLA VUOLE L’ELECTION A CUI SI OPPONE LA MELONI, TERRORIZZATA DALL’EFFETTO TRAINO DI UN FILOTTO DEL CENTROSINISTRA : CHE DECIDERA' IL COLLE? AH, SAPERLO...

crosetto calenda vannacci monti de bortoli forum ambrosetti cernobbio

DAGOREPORT - MENTRE LA PROCURA MILITARE DI ROMA AVVIA UN’INDAGINE SUGLI UFFICIALI CHE HANNO ADERITO ALLA "SPORCA DOZZINA" DI ROBERTO VANNACCI, IL RE-DUX DI FUTURO NAZIONALE MARCIA SU CERNOBBIO: SABATO È ATTESO IN POMPA MAGNA AL FORUM AMBROSETTI PER DIBATTERE CON L’EX PREMIER MARIO MONTI - DALL'IDEOLOGO DEL POPULISMO GRILLINO, GIAN ROBERTO CASALEGGIO AL LEADER SOVRANISTA OLANDESE, IL RAZZISTA GEERT WILDERS, LE PRESENZE PROVOCATORIE E ACCHIAPPA-TITOLI NON SONO UNA NOVITA' A VILLA D'ESTE - SDEGNATI PER LA PRESENZA E "TRATTAMENTO PREFERENZIALE" DEDICATO ALL’EX PARÀ(CULO) DELLA FOLGORE, CARLO CALENDA E GUIDO CROSETTO NON METTERANNO PIEDE A CERNOBBIO – ANCHE FERRUCCIO DE BORTOLI RIFIUTA DI DUETTARE CON L’EX GENERALE NOSTALGICO DEL MANGANELLO E DELL’OLIO DI RICINO - NON SOLO: E' L’EX DIRETTORE DEL “CORRIERE” IL PRIMO CHE SPARA LA NOTIZIA: “PURTROPPO A CERNOBBIO CI SARÀ VANNACCI'' (IL CAUTO DIRETTORE FONTANA È STATO BEN ATTENTO A NON PUBBLICARLA SUBITO SUL CARTACEO)...

rai via teulada paolo corsini giulia innocenzi presutti daniele piervincenzi danilo procaccianti report sigfrido ranucci

DAGOREPORT – RIUNIONE INTERLOCUTORIA MA CON QUALCHE PICCOLA APERTURA TRA IL DIRETTORE DELL'APPROFONDIMENTO RAI, PAOLO CORSINI, E I MEMBRI DELLA SQUADRA DI “REPORT”: I GIORNALISTI HANNO RIBADITO IL “NO” ALLA CONDUZIONE DI GIULIA PRESUTTI E DANIELE PIERVINCENZI, MA SU QUEST’ULTIMO LA POSIZIONE SAREBBE PIÙ MORBIDA: POTREBBE AVERE UN VIA LIBERA MAGARI COME CONDUTTORE DEL “REPORT LAB”, CON LA CONDUZIONE VERA E PROPRIA DA AFFIDARE A DUE “STORICI” (CHE DIVENTEREBBERO TRE NEL CASO DI UN REINTEGRO DI RANUCCI DA PARTE DEL TRIBUNALE).  SULLA PRESUTTI IL MURO RESTA GRANITICO – PALAZZO CHIGI, INVECE, SAREBBE IRREMOVIBILE SUI DUE NOMI – EPISODIO PITTORESCO NEL MEZZO DELLA RIUNIONE: UN GIORNALISTA DI UNA PRESTIGIOSA TESTATA DELLA RAI SAREBBE STATO BECCATO A ORIGLIARE DA UN BAGNO VICINO ALLA SALA…

trump modi xi jinping putin

DAGOREPORT – GRAZIE A TRUMP, IL DOLLARO RISCHIA DI DIVENTARE CARTA STRACCIA – IL PIATTO FORTE AL SUMMIT IN KIRGHIZISTAN DI XI JINPING, VLADIMIR PUTIN E NARENDRA MODI, HA FATTO STRA-INCAZZARE IL CALIGOLA DELLA CASA BIANCA: SUL TAVOLO, IL PROGETTO DEI ''BRICS'' (BRASILE, RUSSIA, INDIA, CINA, SUDAFRICA) DI DAR VITA A UNA “MONETA UNICA'', PER FAR FUORI IL DOLLARO NEGLI SCAMBI INTERNAZIONALI - CON UN DEBITO PUBBLICO MONSTRE DI 40MILA MILIARDI, LA DE-DOLLARIZZAZIONE SAREBBE LA FINE DELL'IMPERO AMERICANO: IL VERDONE" VIENE UTILIZZATO IN OLTRE L'80% DELLE TRANSAZIONI COMMERCIALI E IN PIÙ DELLA METÀ DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI DELLE MATERIE PRIME, COME IL PETROLIO - LA DECISIONE E' NELLE MANI DELLA CINA: RINUNCERA' ALLO MONETA NAZIONALE, LO YUAN, PER DIVENTARE LA LOCOMOTIVA DEI ''BRICS''? - SUL MAGGIORE IMPEGNO A FAVORE DELL’IRAN, PESANO I DUBBI DI MODI (GLI USA SONO IL PRIMO PARTNER COMMERCIALE DELL’INDIA) - PROSSIMO ROUND: IL VERTICE DI XI JIN PING DEL 24 SETTEMBRE CON IL "DERAGLIATO MENTALE" DELLA CASA BIANCA...

giuseppe conte elly schlein franceschini bonaccini nardella

DAGOREPORT - ELLY, ASCOLTA GLI AMICI! I CAPOCCIONI E LE MEZZECALZE DEL PD, CHE SONO SCESI COSÌ PESANTEMENTE IN CAMPO PER SCONGIURARE LA JATTURA DELLE PRIMARIE, NON CE L'HANNO CON TE, LO FANNO SOLO PER IL TUO BENE - CERTO, TEMONO (A RAGIONE) ANCHE PER LA LORO SOPRAVVIVENZA PARLAMENTARE: SE ELLY, COME PROBABILE, PERDESSE AI GAZEBO IL DUELLO CON CONTE, TRASCINEREBBE IL PARTITO NEL BARATRO - È PER QUESTO CHE DA QUALCHE SETTIMANA SONO PARTITI GLI AVVERTIMENTI VIA STAMPA, ANCHE DI ESPONENTI PD NON OSTILI ALLA SCHLEIN COME DARIO NARDELLA, DI FARE UN PASSO INDIETRO – LA TRAGEDIA È CHE L’AMBIZIOSA DUCETTA DEL NAZARENO, NONOSTANTE I SONDAGGI HORROR, SI VEDE GIÀ A PALAZZO CHIGI, VALUTANDOLI COME ATTACCHI ALLA SUA LEADERSHIP: “LE INTERVISTE SULLE PRIMARIE? SONO SOLO ESERCIZI INTELLETTUALI, ALLA FESTA DELL’UNITA’ PARLO IO” - SE ELLY CONTINUA COSÌ, RISCHIA CHE LA SUA PROSSIMA OCCUPAZIONE SARA' DI BALLARE SUI CARRI DEL GAY PRIDE...

fedorov musk thiel zelensky crosetto

DAGOREPORT - A QUALCUNO NON PIACE 'STO FEDOROV - PIU' CHE A INDIGNARE I NEURONI ALLA VODKA DI VANNACCI E DI TRAVAGLIO, L’INGAGGIO DEL GOVERNO ITALIANO DELL'EX MINISTRO DELLA DIFESA UCRAINO FA INCAZZARE ZELENSKY E METTE IN ALLARME LE AGENZIE DI INTELLIGENCE EUROPEE - IL DINAMISMO DEL NOVELLO CONSULENTE DEL MINISTRO CROSETTO NON POTEVA NON FINIRE "ATTENZIONATO", VISTO E CONFERMATO IL RAPPORTO STRETTISSIMO CON L'EMINENZA GRIGIA DELLA TECNO-DESTRA PETER THIEL E CON IL CAVALIERE NERO DELLA GALASSIA MAGA, ELON MUSK - È STATO FEDOROV A OTTENERE LO SBLOCCO DEL SISTEMA STARLINK E A COLTIVARE RAPPORTI CON PALANTIR, CHE FORNISCE A KIEV I SOFTWARE PER LA DIFESA - CHE STA COMBINANDO IN QUESTI GIORNI FEDOROV NEGLI STATI UNITI? COSA VOGLIONO MUSK E THIEL DA LUI? LE ELEZIONI A KIEV, MAGARI PER SOSTITUIRE ZELENSKY E ARRIVARE A QUALUNQUE ‘PACE’”?