ACQUE AL VELENO - L’ETIOPIA SCOPRE IL BUSINESS DELLE DIGHE E CON L’EGITTO E’ QUASI GUERRA

Daniele Mastrogiacomo per "la Repubblica"

La terra rossa diventa di colpo nera. Larghe macchie scure si allungano verso la foresta che ci circonda. Il silenzio è opprimente. 'Fuoco', indica la guida Haki con il suo bastone nodoso. Ci guardiamo attorno: molti campi sono bruciati, le colture distrutte. Delle capanne di un piccolo villaggio sono rimasti solo legni anneriti e cumuli di cenere. Non è opera del sole. C'è la mano dell'uomo. Sono evidenti i segni dei bulldozer. Ci raccontano che migliaia di pastori e contadini sono stati cacciati dalle loro terre secolari sotto la minaccia delle armi.

Duecento chilometri a sud ovest di Addis Abeba, nella Valle dell'Omo, è in corso uno dei più gradi esodi forzati dell'Africa orientale: ma non è un caso unico. Gibe III, la diga che si sta costruendo e che sta allontanando gli abitanti da queste terre, fa parte di un progetto più ampio, che prevede la realizzazione di altre barriere sui fiumi dell'Etiopia: fra tutte, la più imponente è quella chiamata "Diga della Rinascita" sul Nilo azzurro, 500 chilometri a nord ovest di Addis Abeba, al confine con il Sudan.

Una struttura che ridurrà drasticamente il livello di acqua portato dal Nilo e che priverà l'Egitto di una delle sue principali fonti di acqua. Per questo, da mesi, i due Paesi sono ai ferri corti: negli ultimi giorni il diverbio ha raggiunto l'apice, con il presidente egiziano Morsi che ha minacciato l'Etiopia di «fare qualunque cosa» per garantire al suo Paese l'approvvigionamento idrico.

Le conseguenze della crisi che rischia di destabilizzare buona parte dell'Africa orientale qui nella valle dell'Omo si vedono benissimo: il caldo torrido dei mesi scorsi ha aperto fessure nei campi che adesso sembrano ferite. Tutti attendono le piogge che bagnano l'altopiano dell'Etiopia centrale: porteranno nuova acqua, faranno gonfiare il grande fiume. Qui, in una delle culle dell'umanità, si spera che la vita tornerà a scorrere come accade da sempre.

Ma è difficile che il sogno si realizzi: Gibe III, una diga lunga 610 metri e alta 243, è un colosso di cemento armato che bloccherà e devierà il 60 per cento del flusso impetuoso del fiume più ampio della regione. Le conseguenze sono chiare: in questa zona verrà alterato il ciclo delle esondazioni che con il loro limo carico di minerali e depositi calcari rendono fertili centinaia di migliaia di ettari, fanno crescere erbe e piante di cui si nutrono gli animali, danno rifugio ai pesci per il deposito delle uova, creano l'habitat naturale per coccodrilli, serpenti, uccelli.

Garantiscono la sopravvivenza di 200mila pastori e contadini appartenenti ad antichi gruppi indigeni: Bodi, Kwegu, Mursi, Nyangatom. A rischio è lo stesso lago Turkana, nel più grande deserto africano, rifornito all'80 per cento dalle acque dell'Omo. Per il governo di Hailemariam Desalegn, il primo civile ad aver interrotto la lunga serie di militari dopo la morte improvvisa di Meles Zenawi, la diga non è un mostro.

Al contrario: è il simbolo di un riscatto economico che lancerà l'Etiopia nel limbo dei grandi e la renderà il più forte esportatore di energia di tutta l'Africa orientale. Grazie a due immense turbine, la Gibe III sarà in grado di produrre 700 megawatt per raggiungere le 6000 una volta a regime. Il merito è tutto italiano: il progetto è nostro (studio Pietrangeli) e la realizzazione dell'opera è stata affidata alla Salini costruzioni. Ma se siamo ancora considerati i migliori ingegneri e costruttori del mondo, finiamo spesso per fare le cose in modo poco chiaro.

L'appalto è stato assegnato senza gara e senza uno studio serio di impatto ambientale. Solo nel 2009, tre anni dopo l'avvio dei lavori e dietro fortissime pressioni di decine di organizzazioni internazionali, l'Ethiopian electric and power corporation (Eepco), l'azienda elettrica nazionale, ha reso pubblico un rapporto nel quale rigettava le obiezioni di scienziati, antropologi e ambientalisti e giudicava l'opera compatibile con l'equilibrio naturale. In ballo ci sono 7 miliardi di dollari per il rilancio energetico e la realizzazione di ben 6 dighe, due delle quali già operative.

Nel paese l'elettricità è un miraggio. Manca, di media, 12 ore a settimana. Ma le obiezioni al piano rendono perplessi i finanziatori. L‘intera area della bassa valle dell'Omo è stata dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità. La Banca mondiale, la Bei e la stessa Cooperazione italiana si sono tirate indietro. La Sace, che assicura il rischio, nei giorni scorsi ha garantito 100 milioni. Troppo pochi: la diga costa 4,2 miliardi di dollari e finora ne è stata raccolta la metà. Gibe III doveva entrare in funzione alla fine di quest'anno ma sarà completata solo nel dicembre 2014.

La Salini è allarmata: «I nostri studi sono impeccabili. Se l'Italia non farà la sua parte, la faranno i cinesi che si sono già aggiudicati la costruzione della diga Gibe IV». Sul campo restano americani e inglesi. Non mollano l'osso, hanno troppi interessi da difendere. Il governo etiope ne approfitta. Taccia di terrorismo chiunque critichi il progetto. La gente che incontriamo è diffidente. Ha paura. Parla poco e con difficoltà. I racconti sono impressionanti. Leader tribali arrestati, scontri, battaglie, decine di morti. La resistenza è debole. Nessuno ha è stato consultato.

«Nel Suri», ci racconta un anziano Bodi, «il governo ci ha detto solo che non ci sono più erba e alberi. Bisogna andare via, più a nord. Bisogna fare spazio alle nuove piantagioni». Intere famiglie hanno dovuto abbandonare le loro terre. Tre campi, ancora segreti, sono pronti per rinchiuderli. Duemila soldati hanno circondato l'intera regione. Entrare è impossibile. Il rischio è di essere arrestati. E' successo una settimana fa a un giornalista di un settimanale indipendente, Ethio Mehedar.

Era andato sul posto per raccogliere testimonianze. Lo hanno sbattuto in cella e di lui non si sa più niente. Un secondo collega è stato condannato a 2 anni di carcere per attentato alla sicurezza dello Stato. «Aveva scritto che i lavoratori statali erano stati obbligati a finanziare la diga», ci spiega il direttore. Il governo ha rinunciato alla aree più depresse. Meglio un taglio drastico. Puntare alla grande: trasformare la bassa valle dell'Omo in un centro di produzione idroelettrica e creare un bacino artificiale di 210 chilometri quadrati. Ci vorranno 5 anni per riempirlo.

L'acqua cadrà dall'alto della diga: il getto produrrà 3.759 megawatt, di cui 1.418 saranno destinate al consumo interno e il resto verrà esportato. In Sudan, in Kenya ma anche in Egitto, Eritrea, a Gibuti. Le terre liberate sono già state concesse a società malesi, indiane, italiane e coreane: 445mila ettari da destinare alla bioenergia. Olio di palma, jatropha, cotone, mais. Saranno irrigate con l'acqua del nuovo lago artificiale che rischia di attirare milioni di zanzare da malaria.

L'esodo forzato, coinvolge 200mila persone in Etiopia; altre 300mila, sul lato del Kenya, rischiano di morire. Il mancato afflusso di acqua dall'Omo ridurrà di 20 metri il livello del lago Turkana. Aumenterà l'indice di salinità dell'acqua rimasta che presto evaporerà. Per le popolazioni locali che vivono sulla pesca sarà la fine. La crisi non è solo ambientale. Ha forti ripercussioni geopolitiche.

La Diga della Rinascita, l'altra diga al nord, coinvolge nove Stati: Uganda, Tanzania, Rdc, Ruanda, Burundi, Etiopia, Kenya, Sudan, Egitto. Un muro lungo 1.800 metri dimezzerà l'afflusso di acqua del Nilo blu: l'Egitto è furibondo. Negli ultimi giorni Morsi ha detto che ricorrerà alla diplomazia. Ma sono in molti nel governo a volere azioni di forza. I microfoni di una riunione segreta rimasti accesi involontariamente hanno svelato piani inconfessabili. Il leader del partito salafita Nour ha proposto di usare i ribelli etiopici del Fronte per la liberazione dell'Ogaden come forma di pressione.

Morsi ha pensato di diffondere la voce che l'Egitto stava armando i suoi bombardieri. Il presidente del partito islamico El Wasaf ha chiesto direttamente di usare un commando per minare la diga. I dialoghi sono finiti in tv, l'Etiopia li ha considerati una dichiarazione di guerra. L'Egitto alla fine è stato costretto a scusarsi. Politica a parte, le ambizioni energetiche dell'Etiopia rischiano di distruggere un ecosistema che resiste da milioni di anni e di sconvolgere l'assetto di intere popolazioni che vivono sul flusso dei fiumi.

 

DIGA GIBE DIGA GIBE III DIGA GIBE III DIGA GIBE III DIGA GIBE III DIGA GIBE III DIGA GIBE III DIGA GIBE III

Ultimi Dagoreport

meloni la russa

IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO IGNAZIO LA RUSSA, LEGGE DAGOSPIA E NON SI TROVA PER NULLA D’ACCORDO SU QUANTO SCRIVIAMO SUL SUO RAPPORTO NON IDILLIACO (EUFEMISMO) CON GIORGIA MELONI (DALLE DIMISSIONI DELLA PITONESSA SANTANCHE’ AL CANDIDATO ALLE PROSSIME COMUNALI DI MILANO, CASINI IN SICILIA COMPRESI) E CI SCRIVE UNA ZUCCHEROSA, A RISCHIO DIABETE, LETTERINA: ‘’CARO D'AGOSTINO, POSSIBILE CHE QUANDO (SPESSO) TI OCCUPI DI ME NON NE AZZECCHI UNA? FANTASCIENZA ALLO STATO PURO UN ANCORCHÉ MINIMO DISSENSO CON GIORGIA MELONI CHE PER ME È E RESTERÀ SEMPRE, UNA SORELLA MINORE SUL PIANO AFFETTIVO E UNA LEADER INIMITABILE SUL PIANO POLITICO - SE VUOI SONO SEMPRE PRONTO A DARTI NOTIZIE CHE RIGUARDANO ME, CORRETTE E DI PRIMA MANO. MA FORSE NON TI INTERESSANO” (CIAO CORE...)

meloni la russa manlio messina cannella dell'utri

DAGOREPORT - IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D'ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA – IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO: LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI - ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL "SUO" GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ''BADANTE'' DEL MINISTRO GIULI-VO – IL CAOS IN SICILIA, TRA INCHIESTE SULLA GIUNTA, I SEGRETI “SCOTTANTI” MINACCIATI E MAI RIVELATI DA MANLIO MESSINA E LA DEBOLEZZA DEL TAJANEO SCHIFANI CHE SENTE IL FIATO SUL COLLO DI GIORGIO MULE' (CARO AI BERLUSCONI), CHE PUNTA A PRENDERE IL SUO POSTO E CHIEDE DI COMMISSARIARE FORZA ITALIA IN SICILIA, DOPO IL PESSIMO RISULTATO AL REFERENDUM...

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

giuseppina di foggia giorgia meloni arianna claudio descalzi terna eni

CHE FIGURA DI TERNA PER GIORGIA! – NELL’APRILE 2023 MELONI SI VANTAVA DELLA NOMINA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA ALLA GUIDA DI TERNA: “È LA PRIMA DONNA AD DI UNA GRANADE PARTECIPATA PUBBLICA” – CHISSA COME SI SARÀ PENTITA DI QUELLA SCELTA, SPONSORIZZATA DALLA SORELLA ARIANNA, ORA CHE LA MANAGER HA DECISO DI INCASSARE FINO ALL’ULTIMO EURO DELLA SUA BUONUSCITA DA 7,3 MILIONI, ALLA FACCIA DELLA CRISI ENERGETICA, ED È PRONTA A RINUNCIARE ALLA PRESIDENZA DI ENI CHE LE È STATA OFFERTA COME “PARACADUTE”, PUR DI TENERE IL PUNTO – DI FOGGIA PRETENDEVA DI ESSERE CONFERMATA IN TERNA O DI AVERE COMUNQUE UN RUOLO OPERATIVO IN UN ALTRO COLOSSO STATALE: SA BENE CHE LA POLTRONA DA PRESIDENTE DEL CANE A SEI ZAMPE È DI RAPPRESENTANZA, DAL MOMENTO CHE IN CASA ENI TUTTO PASSA PER L’AD CLAUDIO DESCALZI – IL VERBALE DI TERNA CHE INGUAIA PALAZZO CHIGI

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...