1- E’ POSSIBILE FARE LA RIVOLUZIONE A COLPI DI ZINNE DESNUDE? È PROPRIO NECESSARIO UTILIZZARE IL PROPRIO CORPO PER PORTARE AVANTI UNA BATTAGLIA POLITICA? PERCHÉ LE DONNE, PER FARSI ASCOLTARE, DOVREBBERO SVESTIRSI E SFILARE IN TOPLESS? 2- PER IL GRUPPO UCRAINO FEMEN, IL CORPO NUDO È UNA VERA E PROPRIA ARMA: L’UNICO STRUMENTO CHE LE DONNE AVREBBERO A LORO DISPOSIZIONE PER TRASFORMARE IL MONDO 3- “NUDITÉ, LIBERTÉ”: INAUGURATO UN TRAINING CAMP A PARIGI PER ISTRUIRE NUOVE RECLUTE 4- “SE SIAMO VESTITE LE NOSTRE RICHIESTE SI PERDONO NEL DISINTERESSE GENERALE” 5- “CON LE NOSTRE AZIONI CERCHIAMO DI SOVVERTIRE TUTTI I SIMBOLI DEL MASCHILISMO”

1 - "SPOGLIATI E VINCI": LE FEMEN FANNO PROSELITI...
Anais Ginori per "la Repubblica"

Lo slogan è efficace anche se si presta ad equivoci. Nel Lavoir moderne, teatro del diciottesimo arrondissement, non si svolge uno dei tanti corsi di burlesque. Qui si parla di gestione del conflitto in strada, resistenza passiva ai poliziotti, tecniche di autodifesa. C'è un programma che prevede ginnastica mattina e sera.

Al centro del palco un grande pungiball contro il quale assestare i colpi e, accanto, un guardaroba con delle finte uniformi delle forze dell'ordine per simulare il "corpo a corpo", altra espressione ambigua.

Niente è come sembra con Inna e le ragazze di Femen che hanno imparato a usare la propria nudità come un'arma pacifica. Il gruppo femminista nato a Kiev nel 2008, dopo le speranze tradite della rivoluzione arancione, ha organizzato decine di proteste in giro per il mondo, sempre con il gusto della provocazione. Hanno urlato a Vladimir Putin: «L'Ucraina non è Alina!», alludendo alla ginnasta, presunta amante del leader russo. Qualche mese fa un'attivista si è buttata addosso al patriarca della Chiesa Ortodossa, con scritto sul petto: «Kill Kirill!».

Le militanti si sono denudate sotto la neve in Svizzera, al forum di Davos, dove il presidente Yanukovich aveva detto che «per amare l'Ucraina basta vedere le donne». La primavera scorsa hanno bussato a casa di Dominique Strauss-Kahn, travestendosi da cameriere.

Prima ancora, erano venute a spogliarsi a Roma, contro "l'utilizzatore finale", Silvio Berlusconi. Colorandosi la pelle a strisce verde, bianco, rosso, avevano cantato "Berlo Ciao". Ogni perfomance dura pochi minuti. Il corpo è il medium e il messaggio. Un femminismo disinibito e pop che viene dall'Est, simile a quello punk delle Pussy Riot. «Ma noi siamo arrivate prima » rivendica Inna Shevchenko che comunque si trova a Parigi proprio a causa della solidarietà con le militanti russe.

Il 17 agosto scorso, giorno del processo a Mosca contro la band, Inna ha tagliato con una motosega un gigantesco crocifisso nel centro di Kiev, denunciando la complicità della Chiesa ortodossa nella repressione. La polizia è venuta a cercare Inna all'alba per arrestarla con l'accusa di "atti vandalici". Lei ha fatto in tempo a scappare. Direzione Francia, dove alcune "sorelle" le avevano promesso un rifugio sicuro.

Chissà cosa avrebbe pensato Simone de Beauvoir con le sue camicette accollate e lo chignon mai fuori posto dell'utilizzo politico del topless, lei che non considerava la femminilità come un destino naturale, obbligato. Da quando Femen ha aperto il centro di addestramento a Parigi decine di ragazze si sono già iscritte. Inna dice che sono nati gruppi anche in Olanda, in Gran Bretagna, persino in Brasile.

Sembra paradossale che l'origine di questa tecnica di protesta sia stata inventata in Ucraina dove, secondo Inna, «il femminismo non è mai neppure arrivato». Femen non ha neanche appoggiato l'ex primo ministro e leader dell'opposizione Yulia Tymoshenko, ormai in carcere e per cui molti intellettuali si sono mobilitati. «Al di là dell'arresto, che ovviamente è sbagliato - spiega la leader di Femen - consideriamo Tymoshenko collusa con il sistema della mafia maschile al potere».

Svestirsi non per essere guardate, ma per farsi ascoltare. Insieme a Inna, nella squadra parigina, ci sono Stephanie, Alexandra, Safia. Tutte ventenni, sexy, toste. «Ma dentro a Femen ci sono anche una ragazza obesa e una signora di 64 anni - precisa Inna - e non siamo per escludere gli uomini». C'è un fotografo quasi "ufficiale". Ci sono dei giovani che fanno i sopralluoghi per preparare i blitz. Ogni azione è pensata per avere il massimo risalto mediatico.

La comunicazione è studiata nei minimi dettagli. Non a caso Inna ha frequentato la scuola di giornalismo a Kiev e lavorava come ufficio stampa. Le perfomance di Femen si diffondono come un virus, tra stupore, imbarazzo e qualche ironia. «Molti dei nostri video - racconta Inna - sono censurati su YouTube e Facebook. Un'assurda ipocrisia, quando si sa quali sono i veri materiali pornografici che circolano su Internet».

A pochi passi dal centro parigino di Femen, c'è la moschea de la rue Myrha. Il quartiere della Goutte d'Orè un crocicchio di culture e religioni. «Stare qui dimostra esattamente chi siamo: ragazze coraggiose che non si fanno condizionare da chi ci circonda». Il motivo del successo tra le ventenni è forse questo: proporre una miscela di coraggio virile ed erotismo femminile. Nel corso viene insegnato come filmare ogni azione, per poi diffonderla sul web. Inna fornisce alle militanti consigli come: «Togliersi la maglietta nel minor tempo possibile e girarsi subito a favore dei fotografi».

Sul petto, viene sempre dipinta di nero qualche scritta. "Dio è donna". "Nudité, liberté". Le militanti più spiritose usano anche i colori, variando da un seno all'altro. Molte indossano una corona di fiori, simbolo in Ucraina di castità e purezza. «Con le nostre azioni - spiega Inna - cerchiamo di sovvertire e manipolare tutti i simboli del maschilismo».

È difficile trovare un filo conduttore nelle tante proteste di Femen. Sfogliando la galleria fotografica di questi ultimi quattro anni, che Inna ostenta con orgoglio, si trovano bersagli ovvi come Putin, Berlusconi e Dsk ma anche la solidarietà con i giornalisti perseguitati in Georgia, l'iraniana condannata alla lapidazione Sakineh, i ragazzi di Occupy Wall Street, e persino la difesa degli animali maltrattati nello zoo di Kiev. L'unico vero tema ricorrente è il diritto all'autodeterminazione delle donne - il famoso "Io sono mia" - e la battaglia contro la prostituzione.

"L'Ucraina non è un bordello" è stato lo slogan del gruppo durante le manifestazioni contro il turismo sessuale collegato agli europei di calcio. «Il destino delle donne nel nostro paese è segnato: ti puoi sposare, oppure prostituirti. In ogni caso sei schiava dell'uomo». In Francia, come altrove in Europa, la situazione è più sfumata, esistono associazioni di "sex workers" fiere del loro mestiere. «La prostituzione non è mai libera» ribatte Inna che sembra avere pochi dubbi, come quando dice: «Il vecchio femminismo, fatto di conferenze e cortei, non funziona più. Noi siamo il futuro».

Il dubbio è che, alla lunga, anche l'effetto sorpresa svanisca. Molte organizzazioni di donne sostengono che le performance di Femen servano solo a confermare e rafforzare una visione maschile del mondo. «Accade l'esatto contrario - replica Inna - la nostra nudità disturba e spiazza gli uomini proprio perché non sono loro che decidono come e quando ci dobbiamo spogliare e cosa fare del nostro corpo». Un anno fa, Inna e altre tre ragazze di Femen sono venute in Italia.

«Da voi - ricorda - ho partecipato a una trasmissione tv abbastanza maschilista. Ma non importa: per lanciare le nostre denunce siamo pronte ad andare ovunque. Potremmo persino accettare di fare la copertina di Playboy». Una coniglietta femminista? «Perché no».

2 - LA SCUOLA...
Michela Marzano per "la Repubblica"

È necessario utilizzare il proprio corpo per portare avanti una battaglia politica? Perché le donne, per farsi ascoltare, dovrebbero svestirsi e sfilare in topless? Per le Femen, il corpo nudo è una vera e propria arma: l'unico strumento che le donne avrebbero a loro disposizione per trasformare il mondo. Come già le femministe storiche, queste giovani donne vogliono lottare contro le disuguaglianze di genere e in favore della libertà, dell'autonomia e dell'autodeterminazione delle donne.

A differenza del passato però, la loro protesta è più eclettica, più istintiva, meno cerebrale. Per le Femen, attraverso le proprie performance, si tratta di denunciare non solo il turismo sessuale, la prostituzione e la violenza contro le donne, ma anche la corruzione politica e gli estremismi religiosi.

Di fronte al maschilismo, alle ingiustizie sociali e ai regimi dittatoriali, le donne non possono più accontentarsi di scrivere libri, organizzare convegni o firmare petizioni. Ormai devono agire attraverso il proprio corpo. Non si tratta più solo di urlare per strada "io sono mia", ma di spogliarsi e di sbattere in faccia agli uomini la loro impotenza. Se "io sono mia", allora del mio corpo posso farne ciò che voglio: sedurti, provocarti, spiazzarti, deluderti, minacciarti.

Se "io sono mia", non ho solo la libertà di abortire, ma anche quella di sfilarmi la maglietta e farmi fotografare a petto nudo per le strade. Allora perché non prostituirmi e non affittare l'utero? Per le Femen, le rivendicazioni dei movimenti abolizionisti non hanno senso: la prostituzione non è mai libera.

Eppure, se il corpo diventa "mio", è difficile impedire poi ad una donna che rivendichi di utilizzarlo proprio come vuole. A meno di non sovvertire i termini della lotta ideologica e smetterla di identificare la donna con il proprio corpo, lasciando agli uomini il privilegio della razionalità e della libertà.

I rapporti tra corpo, donne e politica sono da sempre complessi e ambivalenti. Come spiega lo storico Ernst Kantorowitz, solo il corpo immateriale del sovrano garantisce alla Corona, e quindi allo Stato, dignità e perennità. Ecco perché, quando un re muore, si può immediatamente acclamare il suo successore. Ma se l'unico corpo che conta è quello immateriale, che spazio possono mai avere all'interno della società le donne, da sempre identificate alla materialità del proprio corpo biologico?

Non è proprio attraverso la fabbricazione di "corpi docili", per utilizzare l'espressione di Michel Foucault, che il potere riesce a "controllare e punire"? Dopo secoli di separazione tra la sfera privata e la sfera pubblica, è nel corso del Novecento che il corpo materiale (e non più solo quello simbolico) appare sulla scena politica, facendo irruzione nelle lotte femministe. Dal corpo sfruttato nella dimensione domestica e nell'imperativo della riproduzione al corpo modellato dall'industria della bellezza e dalla chirurgia estetica, le logiche patriarcali hanno colonizzato il corpo delle donne.

È quindi dal corpo che si deve ripartire, come spiegano negli anni 1960-1970 le femministe. Non solo perché "io sono mia", ma soprattutto perché la donna è altro: altro rispetto ad un semplice corpo sottomesso alle leggi della riproduzione; altro rispetto ad un semplice oggetto di desiderio e di possesso; altro rispetto ad un corpo docile relegato nella sfera privata.

Ecco perché il corpo, in quegli anni, è in fondo solo un pretesto politico: alla base delle lotte femministe c'era sicuramente il bisogno di riappropriarsi della sessualità e della maternità, ma c'era anche la volontà di mostrare che la ragione incarnata delle donne poteva occupare la sfera pubblica senza che i meccanismi biologici ne determinassero il ruolo.

Utilizzare il corpo come un'arma politica, come pretendono le Femen, non è allora un modo per ammettere che la donna non abbia più alcun modo per farsi ascoltare, invece che una maniera per attualizzare le lotte femministe? Non sarebbe meglio seguire l'esempio delle militanti queer, che cercano di dislocare il corpo rimodellandolo attraverso il pensiero, invece di metterlo in vetrina?

Simone de Beauvoir era stata la prima a spiegarlo in modo coerente e preciso: l'unico modo per promuovere la libertà e l'uguaglianza è mostrare che la donna, proprio come l'uomo, non è solo un corpo, ma anche altro. Ecco perché focalizzarsi sul corpo femminile, anche quando lo scopo è la liberazione della donna, significa perpetuare i dualismi tradizionali che impediscono alle donne e agli uomini di costruire una società in cui i corpi - tutti i corpi - non siano più addomesticati e resi docili alle logiche di potere.

 

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