1. IL TRIO NAPO-LETTA-ALFANO FINGE DI ABOLIRE I FINANZIAMENTI AI PARTITI, MA IL TRENO DELLE ELEZIONI GUIDATO DA MATTEUCCIO RENZI È ORMAI IN PARTENZA SUI BINARI 2. IL DECRETO ANNUNCIATO A TG E GIORNALI UNIFICATI? ANDRÀ A REGIME NEL 2017 E IL RISPARMIO SARÀ DI SOLI 20 MILIONI L’ANNO! DA 91 SI PASSA A 71. BIANCONI, TESORIERE DI FORZA ITALIA: “ENRICO LETTA È UN VERO CAZZARO. LO STATO NON RISPARMIERÀ UN EURO” 3. DOMANDA AL MONARCA DEL QUIRINALE: COME SI GIUSTIFICA LA NECESSITÀ E URGENZA DI UN DECRETO LEGGE PER UNA NORMA SUI RIMBORSI CHE È IN PIEDI DA VENT’ANNI? 4. RENZI NON VUOLE SPRECARE IL CONSENSO CHE DERIVA DALLE PRIMARIE E DALLA SPINTA SUL GOVERNO: IL CENTROSINISTRA È AL 40%, PER LA PRIMA VOLTA DAI TEMPI DI PRODI 5. IL GRIMALDELLO PER IL VOTO? È LA LEGGE ELETTORALE: IL ROTTAMATORE SPUNTA A SORPRESA ALLA CONFERENZA DI GIACHETTI CHE INTERROMPE LO SCIOPERO DELLA FAME


1. NON È ANCORA UN VERO ADDIO
Mariolina Sesto per "Il Sole 24 Ore"

Nel 2014 i partiti potranno contare su 91 milioni di fondi pubblici: neppure un euro in meno rispetto al 2013. Idem nel 2015. Le risorse cominceranno a calare nel 2016: 77,35 milioni. Dal 2017 in poi le forze politiche avranno a disposizione poco più di 70 milioni. Il decreto sui rimborsi ai partiti varato ieri dal Governo non è un addio ai finanziamenti statali.
Dal 2017, quando spariranno i soldi che lo Stato versa nelle casse dei partiti in base ai voti ricevuti alle politiche, rimarranno in piedi i fondi destinati alla copertura del due per mille e quelli per gli sgravi sulle donazioni dei privati.

IL FINANZIAMENTO INDIRETTO
Cosa cambia allora con questo decreto che riprende pari pari i contenuti del Ddl approvato alla Camera il 16 ottobre? In buona misura si passa da un finanziamento pubblico diretto (quello dei rimborsi elettorali: tanti voti prendo, tanti soldi incasso dallo Stato) a un finanziamento pubblico indiretto: lo Stato finanzia i partiti attraverso il 2 per mille che i cittadini decidono (o non decidono) di versare loro e attraverso le laute detrazioni fiscali concesse a privati e società che vogliano effettuare erogazioni liberali o fidejussioni alle forze politiche.

I RISPARMI RESTANO AI PARTITI
Questo meccanismo potrebbe innescare l'effetto benefico di partiti che per poter sopravvivere si avvicinino di più ai cittadini. Ma, stando al testo del decreto, i partiti si sono costruiti un paracadute assai ampio. Sono infatti stabilite a priori delle "poste" cospicue sia per la copertura delle detrazioni sulle donazioni, sia per quella del due per mille, sia per gli ammortizzatori sociali ai dipendenti dei partiti. Finanziamenti che - dice il testo - anche in caso di mancato utilizzo restano allocate in un fondo che si preserva negli anni. Un espediente quanto meno sospetto che già il servizio studi della Camera censurò quando il Ddl venne presentato in Parlamento il 5 giugno.

«Potrebbe risultare opportuno - scrissero i tecnici di Montecitorio - limitare la conservazione delle risorse residue al solo esercizio successivo». Così non è stato fatto, e se si sommano le "poste" relative a detrazioni, due per mille e ammortizzatori, i partiti cominciano a perdere qualche euro solo dal 2016 e dal 2017 hanno ancora a disposizione oltre 70 milioni di fondi pubblici. Come dire: a prescindere dai fondi che arriveranno (o non arriveranno) dai cittadini, i partiti si sono messi da parte dei fondi che solo nei prossimi anni vedremo come saranno usati.

FONDI DIRETTI ADDIO
Il decreto prevede un regime transitorio con una progressiva riduzione della contribuzione pubblica diretta con un taglio ai rimborsi pari al 25% nel 2014, 50% nel 2015, 75% nel 2016. Dal 2017 il finanziamento pubblico diretto cessa del tutto. Al contempo si prevede un duplice canale di sostegno fondato sulle libere scelte dei cittadini e destinato ai soli partiti politici che rispettino rigorosi requisiti di trasparenza e democrazia interna

DONAZIONI E DUE PER MILLE
Dal 2014 le erogazioni liberali effettuate dai cittadini a favore dei partiti beneficeranno della detrazione del 37% per gli importi compresi tra 30 e 20mila euro annui e del 26% per gli importi compresi 20.001 e 70mila euro. È prevista inoltre una ulteriore detrazione del 75%, fino a un massimo di 750 euro annui, per le spese sostenute per la partecipazione a scuole o corsi di formazione politica. È prevista inoltre la destinazione volontaria del 2 per mille dell'Irpef. Il contribuente può destinare il 2 per mille della "propria" imposta sul reddito a favore delle organizzazioni politiche, indicando il partito cui attribuire tali risorse.

Sono, inoltre, introdotti limiti alla contribuzione privata diretta: per le persone fisiche, la soglia (per erogazioni in denaro o contributi in beni e servizi comunque prestati) è di 300.000 euro annui, nel limite concorrente pari al 15% nel 2014, al 10% nel 2015, al 5% dal 2016, dei proventi iscritti nel conto economico del partito, risultanti in sede di rendicontazione; per la contribuzione diretta da parte di soggetti diversi dalle persone fisiche, la soglia è di 200.000 euro annui. In caso di violazione delle soglie per la contribuzione diretta privata si applica la sanzione amministrativa pari al doppio dell'eccedenza di quanto corrisposto, rispetto alla soglia; la sanzione è inflitta sia all'erogatore sia al partito percettore.

 

2. TESORIERI CHIAMATI ALL'ULTIMA RESISTENZA
Monica Guerzoni per il "Corriere della Sera"

I tesorieri dei partiti l'hanno presa male. Già a giugno, lanciarono l'allarme e agitarono lo spettro dei licenziamenti e della cassa integrazione. Sei mesi dopo, l'accelerazione voluta dal capo del governo ha riacceso la preoccupazione per il futuro.

«Non parlo, non dico nulla sul decreto, scriva pure che non me ne importa un bel niente!». Per il senatore Ugo Sposetti non è stata una bella giornata. Lo storico tesoriere dei Ds è convinto che la legge che abolisce i rimborsi sia la morte della politica e non ha alcuna voglia di commentare il blitz del presidente del Consiglio: «Non mi va di fare la parte dell'ultimo giapponese nella giungla... La mia idea è che la politica ha un costo e mi sono anche stancato di ripeterla».

I cassieri dei partiti l'hanno presa male, sin dall'inizio. Già a giugno, quando Letta presentò il disegno di legge, i tesorieri lanciarono l'allarme e agitarono lo spettro dei licenziamenti e della cassa integrazione. Sei mesi dopo, l'accelerazione voluta dal capo del governo ha riacceso la preoccupazione per il futuro. Maurizio Bianconi, segretario amministrativo del Pdl ora in Forza Italia, è così arrabbiato che non riesce a dirlo senza insultare: «Soltanto il turpiloquio può descrivere il comportamento di questo nuncius di sciocchezze che è Enrico Letta, un vero cazzaro». Piano onorevole, sta parlando del presidente del Consiglio.

«Lui e Renzi ci prendono per i fondelli. C'è l'imbroglio, lo Stato non risparmierà un euro». Forza Italia come farà? «Sarà una forza politica senza soldi, una tartaruga itinerante». E i dipendenti? «Ne ho già licenziati un po', poveretti. Il direttore amministrativo mi ha portato un'altra lista che faceva paura, ma io non ho firmato nulla. I dipendenti non puoi tirarli nelle fogne di Roma e tirare lo sciacquone. Combatteremo e vediamo chi vince».

I berlusconiani sperano di fare asse con Grillo (che è anche tesoriere del M5S), il che però non basterà a fermare il decreto. La nuova maggioranza senza Berlusconi ha i numeri per farlo passare, ma difficilmente il testo arriverà in porto così com'è. Il Pd approva. Per il tesoriere uscente Antonio Misiani «l'impianto è condivisibile» e il decreto sarà convertito senza incidenti. Ma qualche modifica la chiedono anche i democratici: «Il Parlamento avrà tempo e modo di approfondire ulteriormente le norme».

Da lunedì le mani nel forziere del Nazareno potrà metterle solo il renziano Francesco Bonifazi, che domenica prenderà ufficialmente il posto di Misiani. I due deputati si sono incontrati e il passaggio di consegne è stato soft, ma i problemi non mancano. Renzi sa bene che il partito, da qui a tre anni, sarà costretto a una riorganizzazione profonda perché la riduzione delle risorse sarà drastica.

«Chi viene dopo deve tagliare», è andato ripetendo Misiani per settimane. Dove tagliare vuol dire ridurre il soccorso all'Unità - di cui il partito acquista copie e pubblicità - rassegnarsi a mandare in cassa integrazione parte dei quasi 200 dipendenti. E, con calma, traslocare dal Nazareno (che costa 600 mila euro l'anno) in una sede più piccola e meno scenografica. Quanto al quotidiano Europa il direttore, Stefano Menichini, taglia corto: «Noi non siamo in carico al Pd».

Le opposizioni protestano. Nichi Vendola era stato tra i primi a criticare il provvedimento e il tesoriere di Sel, Sergio Boccadutri, ne fa un questione di democrazia. Sostiene che il decreto «è una cosa molto grave», perché i partiti che godono di forti finanziamenti da pochi soggetti potranno spendere molti fondi in campagna elettorale, mentre chi riceve piccoli contributi da molte persone non avrà accesso alla rappresentanza: «Il che lede l'articolo 3 della Costituzione, comma 2. Noi siamo francescani, ma come faremo a contrastare il governo senza risorse? Non possono essere i privati a decidere chi può far politica e chi no».

C'è anche chi è contento. Mario Monti è l'inventore della «sobrietà» in politica e il suo cassiere Gianfranco Librandi esulta, convinto persino che i partiti riusciranno a raccogliere col nuovo sistema quanto hanno preso fino a oggi dallo Stato: «Basta un buon tesoriere e il gioco è fatto. A me il decreto piace, alla Camera però dovremo modificare alcuni punti, mettere un tetto più alto per le aziende e più basso per le persone fisiche». E i debiti di Scelta civica? «Due milioni e quattrocentomila euro, ma li stiamo pagando e il prossimo anno li avremo azzerati. Siamo molto oculati, noi...».


3. ORA RENZI SENTE ARIA DI URNE E IL GOVERNO INIZIA A TREMARE
Laura Cesaretti per "Il Giornale"


Finalmente, il congresso più lungo del mondo (in realtà dura dalle primarie del 2012, prima tappa della lunga marcia di Matteo Renzi) si è chiuso.

Ieri mattina Gianni Cuperlo ha ceduto al corteggiamento del neo-segretario, e soprattutto alle pressioni che venivano dalla sua area, ansiosa di salire a bordo del vascello renziano, e ha accettato di fare il presidente dell'assemblea Pd. Ruolo di per sé poco impegnativo (la sterminata assemblea viene riunita se va bene due volte l'anno) ma politicamente significativo, come dimostra il precedente Bindi. E che sancisce - come voleva Renzi - la pacificazione interna e il definitivo ricambio di classe dirigente del Pd: via i vecchi, largo ai giovani che si sono sì combattuti alle primarie, ma che condividono la voglia di «lavorare tutti insieme per un nuovo Pd», come dice un altro candidato delle primarie, Gianni Pittella. Lasciandosi alle spalle la vecchia guardia Pci-Dc.

D'altronde conviene a tutti allearsi con Renzi: i primi effetti del cambio di marcia già si manifestano in consenso sonante, sia pur virtuale: Swg segnalava ieri per il Pd un balzo avanti di sei punti in una settimana, dal 29,6% al 35,6%; e un centrosinistra oltre il 40%. Roba che non si vedeva da anni. E che spaventa molti, soprattutto dalle parti del governo. Dove sono in tanti a sospettare che quella forza propulsiva Renzi la voglia investire prima possibile, in barba al totem della «stabilità».

Tra il Pd di Renzi e l'esecutivo Letta-Alfano si è scatenata la competizione, una gara di sgambetti reciproci. Il brusco trasferimento dalla palude di Palazzo Madama a Montecitorio della legge elettorale ha fatto saltare i nervi al Ncd, che - dopo aver minacciato sfracelli e crisi di governo ad horas - accusa il sindaco di Firenze, per bocca di Gaetano Quagliariello, di non volere «alcuna vera riforma», ma di avere solo «la segreta tentazione di varare in fretta una leggina di correzione del Porcellum per precipitarsi a votare».

La paura - fondata - è che, nonostante le rassicurazioni di Letta e di Napolitano, il leader del Pd non abbia alcuna intenzione di acconciarsi a estenuanti trattative con gli alfaniani, che hanno tutto l'interesse a tirare più in lungo possibile l'iter delle riforme per allontanare il voto (puntando a tenersi il sistema iper-proporzionale uscito dalla Consulta, l'unico che «ci salverebbe» come ha detto Alfano ai suoi), e sia pronto a forzare i confini della maggioranza per ottenere il famoso «sindaco d'Italia».

Che, a sentire Maria Elena Boschi - renziana di ferro con delega alle Riforme - è «il maggioritario a turno unico in vigore nei Comuni sotto i 15mila abitanti, senza ballottaggio se non nei casi di parità assoluta». Sta di fatto che, all'assemblea Pd di domenica Matteo Renzi dirà (probabilmente davanti allo stesso Letta) parole molto chiare su riforme e legge elettorale, nonchè sui tempi celeri da rispettare. E sulla sua relazione chiederà il voto della platea, vincolando l'intero Pd a rispettarle e mettendo sul tavolo del governo il suo peso da azionista di maggioranza.

Difficile non vedere nella mossa a sorpresa di Letta ieri, il decreto per abolire (dal 2017) il finanziamento pubblico, un tentativo di sgambetto a Renzi: anticiparne le mosse (il sindaco aveva annunciato una «sorpresina» a Grillo sul finanziamento pubblico) per attribuirne il merito al governo. «Ma è chiaro a tutti che il merito è di Matteo, e che il governo fino a ieri ha dormito della grossa: se ora si sveglia e inizia a fare qualcosa, tanto di guadagnato per tutti», dice uno dei colonnelli del sindaco. Che già studia la prossima mossa per incalzare il governo e costringerlo alla rincorsa: il Jobs Act per il rilancio dell'occupazione.


4. L. ELETTORALE: RENZI A SORPRESA IN CONFERENZA CON GIACHETTI
(AGI) - E' comparso a sorpresa nella sede del Pd di Largo del Nazzareno per portare il suo abbraccio a Roberto Giachetti n el giorno in cui il vicepresidente della Camera annuncia la sospensione dello sciopero della fame iniziato il 7 ottobre per chiedere lo spostamento della legge elettorale alla Camera. Matteo Renzi spiazza cosi cameraman e fotografi e compare nella sala dell'ultimo piano del palazzo in giacca e jeans: "Oggi parla Giachetti", avverte subito e si siede in prima fila ad ascoltare le ragioni dell'esponente Pd.

 

 

 

MATTEO RENZI NELL UFFICIO DI ENRICO LETTA A PALAZZO CHIGI MATTEO RENZI NELL UFFICIO DI LETTA A PALAZZO CHIGI napolitano letta renzi FINANZIAMENTO PUBBLICO images ANGELINO ALFANO ENRICO LETTA GREAT GATSBY Ugo Sposetti antonio misianiMAURIZIO BIANCONILetta e Vendola foto LETTA-RENZILETTA-RENZIALFANO LETTA CETRIOLO ROBERTO GIACHETTI DURANTE LO SCIOPERO DELLA FAME

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