LA LINGUA DELL’UNIVERSITÀ CONTINUERÀ A ESSERE QUELLA DI DANTE: IL TAR BOCCIA L’INGLESE AL POLITECNICO DI MILANO

Federica Cavadini per "Il Corriere della Sera"

No all'inglese come lingua esclusiva all'università. Questa scelta «incide in modo esorbitante sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio». Lo slancio in avanti del Politecnico di Milano, che l'anno scorso aveva annunciato «solo lezioni in inglese dal 2014», è stato fermato dai giudici del Tar che hanno accolto ieri il ricorso presentato da un centinaio di professori dell'ateneo. Difeso il primato della lingua italiana sancito dalla Costituzione, anche per l'insegnamento nelle nostre università.

Il rettore Giovanni Azzone era pronto a escludere l'italiano dalle lauree specialistiche e dai dottorati, «per un ateneo internazionale», «per formare professionisti pronti per un mercato globale». È di un anno fa la delibera del senato accademico sull'uso esclusivo dell'inglese annullata ieri. E lo scontro era stato immediato. Subito gli appelli contro, firmati da trecento professori del Politecnico, un fronte trasversale da ingegneria ad architettura.

Poi, a luglio, il ricorso al Tar. E ieri la sentenza che annulla la delibera di maggio 2012. «Accoglie in pieno le nostre ragioni. Dimostra tutta la lesività della decisione impugnata. È una vittoria non soltanto nostra, è una vittoria della ragione e della cultura», dice Maria Agostina Cabiddu, che è docente di diritto amministrativo al Politecnico ed è anche l'avvocato dei ricorrenti.

Il primo annuncio del rettore ingegnere Giovanni Azzone con l'allora ministro Francesco Profumo era stato all'inizio del 2012. «Lezioni solo in inglese entro due anni». «Perché dobbiamo formare capitale umano di qualità in un contesto internazionale per rispondere alle esigenze delle imprese e a quelle degli studenti che chiedono di essere pronti per un mercato mondiale del lavoro», la motivazione del rettore.

E aveva spiazzato molti, dentro e fuori dal Politecnico. Sull'esclusione dell'italiano subito un vivace dibattito. Voci diverse, dagli atenei all'Accademia della Crusca. Lo slancio forte, verso l'internazionalizzazione divideva i professori, anche in un ateneo che conta già oltre venti corsi di laurea e altrettanti dottorati in inglese.

Il punto critico? La scelta obbligata. Insegnare e imparare «esclusivamente» in una lingua diversa. Eliminare l'italiano. La svolta del Politecnico incide sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio, si legge nella sentenza dei giudici amministrativi. Erano gli argomenti forti del partito contro. Un conto è conoscere una lingua straniera, altro è tenere lezioni ed esami. «Abbasserebbe la qualità della formazione», una delle obiezioni.

E ancora, non tutti i docenti sono pronti. E non tutti gli studenti. Il preside di Architettura, Pier Carlo Palermo, aveva parlato di «accelerazione rischiosa». Il rettore Azzone intanto aveva fatto partire corsi di inglese intensivi per i professori, con tanto di esamini periodici. «Ma insegnare la materia in un'altra lingua non è come preparare una relazione per un convegno», dice Cabiddu. «E internazionalizzazione non è inglesizzazione».

In architettura per esempio non è quella la lingua madre. Storia dell'arte ha più senso studiarla in italiano. Un'altra osservazione: «È giusto diffondere la conoscenza di lingue straniere ma anche diffondere la cultura italiana all'estero». Poi. La centralità della lingua italiana è tutelata dalla Costituzione, l'altro principio ribadito dai giudici del Tar.

Ora è tutto fermo, si va avanti con il bilinguismo. Dopo il triennio resiste il doppio binario dei corsi nelle due lingue, per le magistrali e per i dottorati. «E ci auguriamo che gli organi di governo dell'ateneo decidano di non presentare appello», dicono i ricorrenti.

 

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