luigi di maio

LUIGINO, SEI RIMASTO CON IL CERINO. E ORA DOVE LO METTI? - DI MAIO SI RITROVA SOLO AL COMANDO DEL M5S CON DAVIDE CASALEGGIO CONTRARIO A OGNI RIFORMA DEL MOVIMENTO - LA BASE E’ IRRITATA PER IL RITORNO DI “DIBBA”, L'APPRODO AL GOVERNO E LA SBORNIA DI POTERE HANNO DISPERSO LA FORZA DELLA MILITANZA ATTIVA E SALVINI RISUCCHIA CONSENSI - DI MAIO, PER STATUTO, PUÒ ESSERE SFIDUCIATO DAL GARANTE BEPPE GRILLO CHE PERO’ E’ LONTANO DALLE BEGHE DI GOVERNO…

Stefano Cappellini per “la Repubblica”

Di Maio e Casaleggio in bici

 

Due giorni di telefoni spenti e riflessioni sul Movimento Luigi Di Maio si sente solo, troppo solo nella guida del Movimento 5 Stelle. Il tempo del silenzio seguito alla disfatta in Abruzzo, due giorni interi, un' eternità per un leader abituato a comunicare con i tempi forsennati dei social, è servito anche a riflettere. Di Maio è pronto a tornare in scena ma lunedì è arrivato a spegnere per un po' i telefoni.

luigi di maio e alessandro di battista in auto 4

 

Ieri mattina ha disertato il vertice di governo sul Venezuela. Ha lasciato molte chiamate senza risposta e ha parlato con chi, dentro e fuori il Movimento, può condividere il peso di una situazione complicata: la Tav da bloccare, la decisione sul processo a Salvini ancora da prendere, il timore sempre più diffuso nel M5S che lo stop in Abruzzo non sia un incidente locale, come tanti altri poi brillantemente superati in passato, ma l'inizio di una discesa che alle europee potrebbe toccare il suo nadir.

grillo di maio casaleggio

 

Ne ha parlato a lungo, tra gli altri, con Alessandro Di Battista. Nonostante la vulgata della rivalità, forse prima o poi destinata a esplodere davvero, il rapporto tra i due è solido e leale. Di Maio sa che, tra i suoi, molti considerano il ritorno di Di Battista una delle cause del calo di consenso e credibilità. Tante esternazioni sguaiate, molte invasioni di campo, un piglio barricadero stonato ora che i palchi del Vaffa sono stati sostituiti dai velluti di Palazzo Chigi.

 

matteo salvini luigi di maio

Ai più attenti non è sfuggito il fendente menato da Stefano Buffagni, esponente di peso del Movimento, che ospite di un talk televisivo ha assecondato le critiche dell' ex direttore del Mattino Alessandro Barbano sul cortorcircuito tra M5S di governo e di lotta. «Posso anche essere d' accordo con una parte del ragionamento», ha sibilato Buffagni. In un partito abituato a stringersi a testuggine intorno ai suoi capi, almeno pubblicamente, non è una frase da poco. Ieri l' egolatria di Di Battista ha toccato un' altra vetta: ospite a Dimartedì, e irritato perché il pubblico non rispondeva con l' applauso alla sua tirata, ha chiamato lui il battimani.

 

luigi di maio e alessandro di battista in auto 3

Qualche dubbio sulla gestione del blitz in Francia con "Dibba" per la foto con i Gilet gialli è venuto allo stesso Di Maio, non fosse altro per quel passaggio infilato nella lettera a Le Monde sulla «millenaria tradizione democratica» francese senza che nessuno, tra firmatario della missiva e suoi collaboratori, si sia reso conto dello strafalcione.

Ma il problema, secondo di Maio, non è Di Battista. Il tarlo più aggressivo è il sospetto che l' approdo al governo, con la sbornia per la presa di potere, abbia illuso i grillini, come tanti altri conquistatori del Palazzo, sulla irreversibilità del percorso.

 

matteo salvini luigi di maio

La paura è disperdere le energie sul territorio, la forza della militanza attiva. Il Movimento nato dal web ormai usa la Rete come un ciclostile del terzo millennio: post sul blog, dirette Facebook, video. Volantini digitali, in fin dei conti. Molti attivisti, già espropriati dei meet-up, si sono allontanati.

 

Rousseau è una scatola vuota, seppure ben finanziata dall'obolo mensile dei parlamentari. Una classe dirigente non c'è. Né a Roma né in provincia. Il "non partito", il soggetto liquido che pareva l' arma vincente contro gli stanchi apparati altrui, suona oggi come espressione letterale: un partito che non c'è, ora che invece servirebbe. Per questo Di Maio è convinto che occorra abbattere il tabù che vieta alleanze con liste civiche nelle elezioni locali.

LUIGI DI MAIO DAVIDE CASALEGGIO

 

Soprattutto, pensa che vada riformata la governance del Movimento. L'idea è quella di una segreteria politica, un organo che possa affiancarlo nelle scelte, curare i rapporti con la periferia. Per il vicepremier sarebbe un modo di rispondere alle obiezioni di chi gli rimprovera di aver cumulato troppe cariche ma anche la via per condividere la responsabilità delle scelte.

 

Il caso Diciotti, per esempio. Un vero rovello per Di Maio. Non è certo lui il capofila del fronte del no al processo e dello scudo per Salvini. Forse alla fine sarà la scelta inevitabile, per salvare governo, poltrone e reddito di cittadinanza. Ma il vicepremier è ancora combattuto. Cinquanta e cinquanta, giura chi lo conosce bene. Il capo sa che non basterà la specificità del caso a sopire il malumore di chi vede il M5S pronto a rimangiarsi un altro capitolo del suo abbecedario: il no a qualunque forma di immunità.

GRILLO DI MAIO

 

«È un precedente pericoloso», ha spiegato Di Maio a più di un interlocutore. Ma è difficile dire se a preoccuparlo sia più l' idea di sdoganare il salvacondotto per i reati ministeriali o la consapevolezza che, in caso di no al processo, a lui sarà addebitato il prezzo della scelta: «Passo sempre io per l'amico di Salvini».

 

BEPPE GRILLO LUIGI DI MAIO

Uno dei tanti motivi per allargare ad altri la gestione politica del Movimento. La probabile sconfitta bis in Sardegna, tra poco più di una settimana, ha bisogno di incontrare argini forti. Quella possibile alle europee, non ne parliamo. Ieri, però, l' indiscrezione sul varo di una segreteria politica non ha fatto in tempo a balenare sulle agenzie di stampa che subito Rocco Casalino si è affrettato a smentire. Perché tocchi al portavoce del presidente del Consiglio smentire la notizia su un partito è spiegabile solo con la bizantina catena di comando del M5S.

 

Dove uno dei vertici non è Di Maio e non è Conte, bensì Davide Casaleggio. Contrarissimo al varo di organismi dirigenti che tradirebbero le idee del padre sul Movimento, teorico della distopia che vuole la sua creatura destinata a conquistare il 100 per cento dei consensi. Poi c'è il piano meno accademico della contesa: il controllo del M5S. Il capo politico, per statuto, può essere sfiduciato dal garante Beppe Grillo. La leadership di Di Maio, di fatto, è in mano all'autocrazia Casaleggio-Grillo. Moltiplicare gli organismi dirigenti, strutturare una gerarchia complessa significa porre le basi per sottrarre il Movimento ai suoi capi assoluti.

DAVIDE CASALEGGIO ABBRACCIA LUIGI DI MAIO

 

Grillo per ora è defilato. Ma Casaleggio è bene in campo. E si ritiene depositario ultimo dello spirito 5S. Delle sconfitte, dell' eventuale salvataggio di Salvini, non risponde il patron. Risponde il capo politico. Solo, e con lo spettro del limite dei due mandati che pende sulla sua carriera politica destinata, senza il varo di nuove regole, a chiudersi insieme alla legislatura.

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