UN MINISTRO DA MANDARE ALL’ESTERO - LA RAFFICA DI FLOP DI EMMA BONINO, DAI MARO’ ALLA SHALABAYEVA, TRAPASSANDO L’EGITTO

Giancarlo Perna per IlGiornale.it

Messa di fronte alla sua grande occasione, nella piena maturità dei suoi sessantacinque anni, Emma Bonino delude. Titolare del ministero degli Esteri, responsabile dell'immagine italiana nel mondo, Emma ricalca le mediocri prestazioni dei due immediati predecessori, Giulio Terzi di Sant'Agata e Franco Frattini. Di Sant'Agata ha le tremebonde incertezze, di Frattini la spocchia verbale e la mentalità gregaria verso gli Alleati più forti.

Nella faccenda dei due marò, malamente pasticciata da Giulio Terzi, siamo lì dove l'ha lasciata lui. Dal lato diplomatico, nulla di rilevante è stato fatto da quando alla Farnesina c'è Bonino. Ci si è rassegnati ai capricci indiani, scanditi da piogge e monsoni, anziché internazionalizzare il caso denunciando le tropicali lentezze di Nuova Delhi.

Ogni quindici giorni, Emma dice qualcosa sui due fucilieri - per esempio che stanno bene -, aggiungendo che fra Italia e India c'è perfetta identità di vedute, ma senza specificare quali per non dare luogo a sberleffi. Chiarito che lei non ha scordato i prigionieri, ripiomba nel letargo di iniziative concrete per due settimane, trascorse le quali, riparla di loro, dicendo nulla. Intanto, anche il fiocco giallo del Giornale, che doveva servire da sprone, sembra ormai un insetto impigliato nella rete delle incompetenze governative.

Neppure è uscita bene dalla rocambolesca faccenda del rimpatrio violento della kazaka Alma Shalabayeva e bimba, nonostante fossero in gioco i «diritti umani» che sono il forte di Bonino. Ammettiamo che il 31 maggio (giorno clou del fattaccio), come ha detto il premier Letta, il governo fosse all'oscuro di tutto. È un fatto, però, che ventiquattro ore dopo i ministri erano informati. Noi invece abbiamo dovuto aspettare metà luglio. Ci sarebbe già da chiedersi le ragioni di tanto ritardo ma ciò che colpisce è che, dopo il lungo silenzio, è partita un'ammuina in cui Bonino si è distinta più di chiunque.

Il ministro si è mosso su due piani. Il primo è stato accertare le condizioni di Shalabayeva e figlia ad Astana (capitale kazaka). Si è tenuta freneticamente in contatto con la nostra ambasciata, dando l'impressione di metterci l'anima. Il tutto con furia, come se i fatti fossero appena accaduti e non vecchi di cinquanta giorni. A questo punto, le autorità locali hanno dichiarato che le due potevano tornare a Roma, purché l'Italia ne garantisse la reperibilità.

Era il trionfo di Emma che raggiungeva lo scopo di tutelare i «diritti umani» e attenuare la figuraccia dell'espulsione. E lei che ti fa? Ignora la proposta kazaka e molla le due ad Astana, poiché in Italia la vicenda si era ormai sgonfiata.

L'altra pensata boniniana - dare addosso all'ambasciatore kazako, reo di avere imbambolato le autorità italiane per intrappolare Shalabayeva - prese presto la stessa piega. Prima denunciò le ingerenze e prevaricazioni del diplomatico, facendo intendere che poteva espellerlo. Poi, lo convocò d'urgenza. Ma poiché erano passati cinquanta giorni dalla faccenda, l'urgenza suonava ridicola. Per di più, essendo l'ambasciatore partito per le ferie in Kazakistan, la convocazione precipitò comicamente nel vuoto.

Così, la vicenda finì nel dimenticatoio e l'imperizia di Emma tra le cose da ricordare.
Negli stessi giorni dello scandalo kazako, a Panama venne arrestato l'agente Cia, Robert Lady, condannato dal Tribunale di Milano a nove anni per il rapimento di Abu Omar. Il nostro Guardasigilli, Cancellieri, chiese subito l'estradizione ma la Cia, impipandosene totalmente, si riprese il suo uomo dai panamensi e lo trasferì in Usa, sottraendolo all'italica giustizia.

Meglio per lui, ovviamente. Ma questo posso dirlo io. Lei, ministro degli Esteri, avrebbe come minimo dovuto convocare l'ambasciatore Usa e dirgliene quattro. Bonino si è, invece, girata dall'altra parte, felice di non avere grane con i temibili yankee.
Infine, in agosto, Emma si è illustrata da par suo nella mattanza egiziana.

Forte di un lungo soggiorno di studio in Egitto all'inizio del Duemila e col tono dell'esperta, inneggiò due anni fa alla «primavera» egizia, garantendo che la cacciata di Mubarak era l'inizio dell'Eden. In seguito, invece di ravvedersi per la piega islamista dei Fratelli musulmani, ha pontificato sugli errori dei militari cairoti e, alla vigilia del recente summit Ue a Bruxelles, ha detto che eventuali sanzioni economiche sarebbero blande e inutili.

«Proporrò invece il blocco delle armi all'esercito», proclamò in tv la sera. Nella riunione dell'indomani, ammesso che abbia parlato, nessuno le dette retta e l'Ue decise per le sanzioni economiche. Finito il vertice, Bonino, immemore di sé, si dichiarò perfettamente soddisfatta.

Di origini contadine come Giovanna d'Arco e piemontese di Bra, la radicale Bonino ha sempre avuto la passione delle lingue, viatico dei suoi interessi mondialistici. Dopo gli esordi nel partito di Pannella con gli aborti, il divorzio, lo spinello libero, ecc. che la portarono alla Camera ventottenne, nel 1976, Emma, da trentasette anni, non è mai scesa di serpa: sette legislature al Parlamento italiano, quattro in quello Ue, commissario Ue dal 1995 al 1999, ministro delle Politiche comunitarie con Prodi, ora agli Esteri.

I suoi fan dicono che è tutto strameritato. Un'analisi meticolosa, farebbe emergere dubbi. Come quando dovette dimettersi con tutta la Commissione Ue nel 1999 (c'era anche Mario Monti) per brogli di altri ma ombre varie che riguardavano lei.

È proprio come commissario Ue che conobbe il suo secondo mentore, dopo Pannella, il discusso ultramiliardario americano di ceppo ungherese, George Soros. Costui, per salvarsi l'anima, fa anche beneficenza ma essenzialmente per promuovere la «società aperta», in opposizione agli Stati e ai nazionalismi. Dovunque ci sia una crisi, con la possibilità di scardinare tutto, c'è lui. Fu così che Emma e George si incontrarono a metà degli anni Novanta quando stava saltando la Jugoslavia.

Soros si iscrisse ai radicali, ne divenne finanziatore e, solleticandone gli umori, trascinò il partito a tifare per l'oscena guerra alla Serbia. Un'altra idiozia da attribuire alla coppia, in quegli anni unitissima, è la Corte penale dell'Aja per i crimini di guerra. I due erano insieme alla Conferenza di Dakar che ne anticipò l'istituzione.

Il Tribunale è un bluff poiché gli Usa, il Paese più in armi che ci sia, non lo riconosce anche se lo incita ad appioppare ergastoli ai propri nemici. Un assurdo. Al dunque, la Corte se l'è presa solo con Milosevic e quattro gatti ex jugoslavi. Da allora, è in catalessi e spilla denari. Per quali meriti, dunque, Bonino guida gli Esteri?

 

 

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