MONTE DI PIETÀ DI SIENA - ECCO TUTTE LE MANOVRE DISPERATISSIME COMPIUTE DAL GOVERNO DI RIGOR MONTIS PER PARARE IL CULO A MPS - LA BANCA SENESE HA FINALMENTE EMESSO I “MONTI BOND”, E IL MINISTERO DELL’ECONOMIA LI HA SOTTOSCRITTI, DOPO RIPETUTI PARERI SFAVOREVOLI DA PARTE DELLA BCE E DELLA COMMISSIONE EUROPEA - UN MAXI-PRESTITO DA 4 MLD € CHE MPS, IN MANCANZA DI UTILI, DOVRÀ RIPAGARE PRIMA IN BOND E POI IN AZIONI...

Claudio Gatti per "Il Sole 24 Ore"

Hallelujah, i cosiddetti Monti bond hanno finalmente visto la luce. Il Monte dei Paschi di Siena li ha emessi e il Ministero dell'Economia e delle Finanze, il Mef, li ha sottoscritti. Per un totale di 4 miliardi e 71 milioni. Manca però ancora l'Ok definitivo della Commissione Europea.

Nella lunga e macchinosa storia dei Monti bond sia Bruxelles sia Francoforte sono già intervenuti - e pesantemente. Bocciando o stigmatizzando sia le scelte sia le procedure del Governo. L'iter di questi bond è stato infatti tanto tortuoso quanto pieno di ostacoli. Con passi avanti accompagnati da passi indietro. Il Sole 24 Ore ha voluto ricostruire le sue tappe e vicissitudini principali.

Tutto ha inizio con il decreto-legge n. 87 del 27 giugno 2012 quando, per aiutare l'istituto senese a raggiungere il fabbisogno patrimoniale richiesto dall'Autorità Bancaria Europea, il Governo di Mario Monti «provvede a sottoscrivere... in deroga alle norme di contabilità di Stato, strumenti finanziari fino all'importo di euro due miliardi». A questi si aggiungono altri per un altro miliardo e 900 milioni con i quali Mps può ripagare i vecchi Tremonti bond. Nel caso la banca non fosse stata in grado di pagare gli interessi su quei bond per mancanza di utili sufficienti, il decreto-legge autorizzava poi l'emissione di una quota di azioni ordinarie pari agli interessi dovuti da cedere al Mef.

Il 3 agosto successivo arriva la prima bacchettata europea. Viene dalla Bce, alla quale il Mef aveva chiesto un parere a decreto già fatto. «La consultazione della Bce... dopo la presentazione del decreto-legge al Parlamento... non è sufficiente a garantire il rispetto dell'obbligo menzionato, e la Bce richiama l'attenzione del Ministero al rispetto della corretta procedura di consultazione», si legge nel Parere 2012/64 della Bce.

Non è cosa da poco perché, come ci spiega un portavoce dell'Eurotower, il Capitolo VI della «Guida alla Consultazione della Banca Centrale Europea da parte delle autorità nazionali» prevede che «l'omessa consultazione della Bce sui progetti di disposizioni legislative nazionali rientranti negli ambiti di competenza della Bce rappresenta una violazione della Decisione 98/415/CE e può portare ad avviare un procedimento per infrazione innanzi alla Corte di Giustizia».

Quattro giorni dopo, la legge 135 del 7 agosto 2012 rende comunque definitivo il decreto 87 del 27 giugno. Nel frattempo era partito però quello che, nella sua audizione del 29 gennaio scorso alla Camera, il ministro Vittorio Grilli ha definito «il confronto con la Commissione europea sulle condizioni dell'operazione». Il suo esito, ha spiegato Grilli, è quello di modificare la legge per renderla «conforme alle valutazioni espresse dalla Commissione europea al fine di acquisire l'autorizzazione della stessa alla misura di aiuto».

Abbiamo cercato di conoscere le richieste fatte dall'ufficio di Joaquin Almunia, il Commissario europeo che vigila sugli aiuti di Stato, ma il suo portavoce ci ha spiegato che «la Commissione non commenta sui dettagli dei contatti informali con gli Stati membri». Le discussioni, ci è stato comunque detto, «erano focalizzate sul cosiddetto "meccanismo alternativo di pagamento delle cedole"».

E cioè sulla questione del pagamento degli interessi dei Monti bond con nuovi titoli. In altre parole, la Commissione non digeriva il fatto che, in caso di mancanza di utili, il Monte dei Paschi potesse semplicemente emettere nuovi titoli. Così facendo il patrimonio della banca sarebbe stato infatti incrementato a spese dello Stato senza oneri per l'Mps. Il che cozzava con le normative europee su gli aiuti statali.

Non basta: come ha spiegato lo stesso Grilli alla Camera, «la Commissione ha imposto di modificare la disciplina... per parametrare al valore di mercato, e non più a quello del patrimonio netto, le azioni da corrispondere».

A quel punto il Governo risponde alle obiezioni di Bruxelles chiedendo a due senatori, Simona Vicari del Pdl e Filippo Bubbico del Pd, di presentare un emendamento di modifica della legge 135.

Il 29 novembre i due senatori bipartisanamente presentano l'emendamento 34.1000 con il quale viene introdotta una nuova soluzione al problema del pagamento degli interessi: nel caso la banca non abbia utili, anzichè con nuove azioni ordinarie, avrebbe potuto pagare con Nuovi Strumenti Finanziari. Insomma, nuovi bond per pagare I vecchi.

Abbiamo chiesto alla senatrice Vicari le ragioni di quelle modifiche. «È stato uno degli emendamenti che il governo ci ha chiesto di presentare all'ultimo minuto," ci ha spiegato. «Le motivazioni non gliele so dire... Non siamo noi che ce ne occupiamo. Il Governo lo ha voluto presentare, e noi lo abbiamo presentato». In pratica, ci ha detto, le è stato semplicemente consegnato il testo da presentare.

Ma la vita dell'emendamento Vicari-Bubbico è di brevissima durata. Il 4 dicembre viene infatti cassato in Commissione Bilancio. È lo stesso presidente della Commissione Antonio Azzollini a proporre «un parere contrario ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione». Ovvero per mancanza di copertura finanziaria.

Il Governo non si arrende. Tempo una settimana e torna all'attacco. L'11 dicembre presenta il decreto-legge n. 216, intitolato «Disposizioni urgenti volte a evitare l'applicazione di sanzioni dell'Unione europea». Dal cilindro governativo fuoriesce una duplice soluzione: in caso di mancanza di utili gli interessi si potranno pagare in «Nuovi Strumenti Finanziari di nuova emissione o azioni ordinarie di nuova emissione». Insomma, nuovi bond oppure nuove azioni. A scelta del Monte dei Paschi.

Il 17 dicembre il Governo riceve due segnali dall'Europa. Il primo viene da Francoforte. Ed è un'altra bacchettata. Nel suo parere legale 2012/109, la Bce critica nuovamente il Mef per come si è mosso sul decreto legge n. 216: «Il Ministero ha informalmente comunicato alla Bce il contenuto della modifica proposta prima che questa fosse inviata al Parlamento italiano. Tuttavia, la richiesta di consultazione avrebbe dovuto essere inviata in maniera tale da consentire sia al Ministero che al Parlamento di tenere conto del parere della Bce prima di adottare la decisione nel merito della modifica proposta».

In compenso, da Bruxelles l'ufficio di Almunia annuncia di aver «approvato temporaneamente... la ricapitalizzazione per 3,9 miliardi di euro della terza banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena». L'approvazione definitiva, spiega l'ufficio di Almunia, sarà «subordinata alla presentazione di un piano di ristrutturazione entro sei mesi dalla decisione odierna».

Il Mef non perde tempo. Alla vigilia di Natale, il Governo inserisce le modifiche alla Legge 135 nella Legge di Stabilità. Introducendo una nuova formula per il pagamento degli interessi sui bond in caso di mancanza di utili: "Nei limiti in cui ciò risulti compatibile con il quadro normativo dell'Unione europea in materia di aiuti di Stato, in relazione agli esercizi finanziari 2012 (per i Tremonti bond) e 2013 (per i Monti bond) gli eventuali interessi eccedenti il risultato dell'esercizio... possono essere corrisposti anche mediante assegnazione al Ministero del corrispondente valore nominale di Nuovi Strumenti Finanziari di nuova emissione».

Insomma, in mancanza di utili, fino al 2013 gli interessi potranno essere pagati in bond. Dall'esercizio del 2014 in poi, se il Monte continuerà a non registrare utili, gli interessi dovrà invece pagarli in nuove azioni. Poiché si parla di quasi mezzo miliardo di euro, pochi analisti si aspettano che l'istituto senese riesca a raggiungere utili di quella portata nel giro di due anni. Il che significa che a partire dal luglio 2015 si avvierebbe un processo di nazionalizzazione di fatto della banca senese.
«In realtà è come se fossimo stati già nazionalizzati», dice un alto dirigente del Monte che chiede l'anonimato.

Preso tra l'incudine del buco di patrimonio dell'Mps e il martello delle regole europee, il Governo ha fatto di tutto per evitare di statalizzare la banca. Ma a meno che Profumo e Viola non riescano a trovare un compratore nel prossimo biennio, esperti consultati de Il Sole ritengono che l'emissione dei Monti bond si riveli il primo passo di una nazionalizzazione a scoppio ritardato. Ammesso che la Commissione non si metta di traverso prima.

 

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