NARDONE, SEI UNA FRANA! - PERCHÉ IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI BENEVENTO, CARMINE NARDONE, HA SCELTO DI REALIZZARE LA DISCARICA SULLE ALTURE DI SANT'ARCANGELO TRIMONTE, NONOSTANTE I GEOLOGI GLI AVESSERO FATTO NOTARE CHE LA MONTAGNA FRANAVA? - DOVEVA COSTARE 10 MLN €, A FORZA DI INTERVENTI PER ARGINARE GLI SMOTTAMENTI LA DISCARICA È COSTATA PIÙ DEL DOPPIO - CHI ERANO I PROPRIETARI DEL TERRENO CHE HANNO INCASSATO LA BUONAUSCITA?...

Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera"

«Dappertutto, meno lì», avevano detto i geologi. Perché c'è una frana in movimento, perché sotto c'è un fiume, perché i veleni sarebbero finiti in falda... E dove l'hanno messa, la discarica? Proprio lì. Spesa prevista: una decina di milioni. Spesa reale, prima che i giudici dicessero basta: oltre il doppio. Prova provata che il pattume napoletano puzza due volte. Sotto il profilo olfattivo e sotto quello giudiziario.

È un caso da manuale, quello di Sant'Arcangelo Trimonte, sulle alture appenniniche a pochi chilometri da Benevento. Vedi il posto e capisci come mai il business della spazzatura partenopea abbia arricchito un sacco di gente senza che il problema fosse risolto. Per cominciare: come può venire in mente di portare i camion della spazzatura del Vomero o Posillipo in una discarica a due ore di strada sulla cresta di un monte a metà tra Napoli e Foggia?

Certo, come spiega il saggio «Campania chiama Europa / La distruzione del paesaggio e il rischio del collasso ecologico», drammatica denuncia di un gruppo di giovani che si sono inventati anche uno stralunato «Spazza-Tour» tra gli immondezzai, i dintorni del capoluogo sono così saturi di discariche legali e illegali che la «Campania Felix» di orti e frutteti è solo uno straziante ricordo. Il ricercatore Antonio Polichetti, in «Quo vadis, Italia?», ricorda ad esempio non solo che la presenza di diossina in provincia di Napoli e Caserta è superiore a quella di Seveso dopo la nube tossica del 1976 ma che, nel silenzio delle sette Università regionali, «gli studi dell'Istituto Superiore della Sanità confermano un "aumento sino all'83% delle malformazioni neonatali"».

Insomma, piaccia o non piaccia, in attesa della raccolta differenziata, la spazzatura napoletana non se lo possono tenere tutta i napoletani. E fino a qua, se non vogliamo infischiarcene dei bambini che si ammalano di leucemia, possiamo capire. Il modo con cui è stata scelta la discarica di Sant'Arcangelo, però, grida vendetta al cielo.

Tutto inizia nel 2007 quando, su richiesta del commissario per l'emergenza rifiuti, il presidente della provincia di Benevento Carmine Nardone incarica un gruppo di lavoro di trovare tra le cave dismesse una possibile discarica in grado di accogliere almeno 300mila metri cubi di pattume. Metterà a verbale il geologo Pietro de Paola: «Le cave dismesse analizzate furono 18, delle quali numero sei concludevano con un giudizio di idoneità positivo».

Ma ecco che, misteriosamente, spunta fuori una 19ª scheda tecnica che, magica magia, è allegata a una lettera del presidente provinciale del 9 maggio 2007 pur essendo datata il 22 maggio successivo. Di più: la scheda è stata fatta anche se «il Comune di Sant'Arcangelo Trimonte non risultava compreso tra i comuni oggetto d'indagine» e non c'era stato alcun sopralluogo dato che non c'erano cave dismesse.

Un pasticcio tale da chiedere l'intervento dei giudici. Tanto più che, come spiegherà in una audizione in Parlamento il sostituto procuratore Antonio Clemente, lo stesso geologo De Paola aveva spiegato a Nardone «che le discariche in provincia di Benevento potevano essere fatte in quattro o cinque posti tranne che a Sant'Arcangelo». Macché: decidono di farla là.

Nonostante la Carta delle Frane pubblicata nel 2006 abbia già avvertito: non solo è franosa larga parte del Sannio, ma in particolare è franoso il versante collinare «Nocecchia» scelto dalla Provincia. Non occorre neppure essere geologi: basta fare una passeggiata da quelle parti per vedere qual è lo stato delle cose. La sagoma d'una frana che spicca sul fianco del monte sotto l'immondezzaio.

Enormi pali di cemento conficcati nella terra per contenere gli smottamenti piegati come grissini. Magazzini agricoli sbilenchi con le pareti inclinate come li avesse schiacciati una manata in un quadro di Ernst Kirchner. Crepe dell'asfalto così larghe che ci passerebbe un melone.

«Ma chi sono i proprietari dei terreni?», chiederà incuriosito il presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti Gaetano Pecorella. E il procuratore, lasciando intendere qualche mistero risponderà: «La zona era di vari proprietari. Chiedo di procedere in seduta segreta». «Dispongo la disattivazione dell'impianto audio».

L'allestimento della discarica, progettata mica da un geometra maneggione di periferia ma anche dallo Studio Geotecnico Italiano di Milano, è un'avventura. Punto di partenza, il «recupero» di due vecchie, piccole discariche, una comunale e una provinciale che già era stato sbagliato mettere lì. Preventivo teorico per questo recupero: mezzo milione di euro. Sì, magari...

Per cominciare, localizzano la nuova discarica su una frana in atto. Scavano una enorme buca e ne tolgono 200mila metri cubi di terra vergine: per metà li caricano sui camion e li portano a trenta chilometri di distanza per smaltirli a 30 euro a tonnellata come se fossero rifiuti, per metà li destinano da un'altra parte per tappare il buco di una cava abusiva, il cui proprietario viene pure pagato per ricevere quel ben di Dio che gli può consentire di risanare ciò che aveva rovinato.

Nell'agosto 2008, prima ancora di buttarci dentro il primo carico di «munnezza», la nuova vasca rivela già il primo smottamento. A quel punto conficcano nel terreno per contenere la frana una specie di palizzata con enormi pali del diametro di 80 centimetri e lunghi 20 metri: «Terranno?» «Euh! Bestioni così!» E i camion con la spazzatura cominciano a scaricare.

Macché, smotta ancora. Niente paura! Nuova fila di pali piantati un po' più a monte. Per perfezionare l'opera, mettono giù un immenso trave di collegamento tra i piloni come se fosse conficcato nel terreno un gigantesco pettine. «Terranno?» «Euh! Bestioni così!» È il marzo del 2009: tre mesi dopo, a giugno, il «pettine» ciclopico è già sceso a valle di un metro. A dispetto di tutti gli scienziati che lo stavano collaudando. Non bastasse, strappato dalla frana è quasi certo che si squarci, sotto la catasta di rifiuti, il robustissimo telo depositato sul fondo della discarica per impedire che il percolato sgoccioli nella terra fino alle falde e da lì nel fiume a fondo valle.

E avanti così, per mesi. Nuovo smottamento? Nuova palizzata, con pali sempre più grossi, del diametro di un metro e inchiodati nella terra per 30 metri di profondità. Prima una terza «palificata», poi una quarta, poi una quinta... Come fosse ormai una sfida alla montagna: vediamo chi la vince, la frana o le palizzate!

Quando interviene la magistratura, chiedendo la consulenza di Paolo Rabitti e Gian Paolo Sommaruga e decidendo infine lo stop al pattume e il sequestro dell'area, la pancia molle del monte in località Nocecchia è già stata infilzata con cinque file di spropositati puntelli. Cioè 226 pali da un metro lunghi 30 ficcati dentro la terra per una lunghezza totale di 6.796 metri. Più altri 861 da 80 centimetri lunghi 20 metri per un totale di 17.229 metri.

Come se avessero infilato nel monte un pilone colossale lungo 24 chilometri. Più della distanza da Pisa a Livorno. Totale del costo di quei «pettini» ciclopici: 3.396.140 euro. Che con tutte le altre spese portano il totale a 20 milioni e mezzo fino al 2009. Più tutto quello che è stato speso dopo.
E la montagna, dispettosa, continua a franare...

 

 

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