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LA NASCITA DELL’EUROPA POST-AMERICANA È INEVITABILE. MA CI COSTERÀ CARISSIMO – DA DAVOS EMERGE COME I PAESI DEL VECCHIO CONTINENTE DEBBANO AFFRANCARSI DA TRUMP E DAGLI STATI UNITI PER LA DIFESA, PER L’ACCESSO ALLE RISORSE O AI MATERIALI CRITICI, PER LA TECNOLOGIA E PER L’AI –  FUBINI: “IN EUROPA ABBIAMO DAVANTI A NOI MIGLIAIA DI MILIARDI IN INVESTIMENTI (ANCHE) PUBBLICI, SE NON VOGLIAMO RETROCEDERE AL RANGO DI POTENZA MINORE SOGGETTA A PERIODICI RICATTI DI QUALCHE PREDATORE INTERNAZIONALE. E ANCHE IN AMERICA C’È CHI TEME DI VEDERCI FINIRE PREDE DELLE ASPIRAZIONI DI POTENZA CINESI. L’EUROPA DOVRÀ SPENDERE PER SVILUPPARE MODELLI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E POTERE DI CALCOLO PROPRI, SUL PROPRIO TERRITORIO. GIÀ, MA SPENDERE QUANTO?”

Estratto dell’articolo di Federico Fubini per www.corriere.it

 

Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Per iscriversi questo è il link.

 

DONALD TRUMP PRESENTA IL BOARD OF PEACE A DAVOS - FOTO LAPRESSE

Ho ancora negli occhi la scena nella grande sala del palazzo di Davos. Donald Trump sul palco seduto su una sorta di trono bianco in plastica, circondato dai leader di una ventina di alleati equivoci: i leader di Mongolia, Azerbaigian, Pakistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Paraguay e via elencando.

 

Non osavano parlarsi fra loro, nel timore di incrinare l’affettazione di solennità del rito del Board of Peace. A turno, chiamati, si avvicinavano al tavolo dove sedeva Trump, si inchinavano a lui, cercavano di bisbigliargli qualcosa all’orecchio prima di vergare ciascuno la propria firma sul contratto.

 

DONALD TRUMP PRESENTA IL BOARD OF PEACE A DAVOS - FOTO LAPRESSE

Lui ascoltava benevolo non tanto come un sovrano medievale, ma come si comporterebbe il personaggio di un sovrano medievale in una serie tivù. […]

 

L’intera scena intendeva proiettare un’immagine imperiale di Trump; quel che esprimeva, invece, era solitudine: l’America passa dall’avere per alleati la Germania, il Canada o la Gran Bretagna, al Kosovo, alla Giordania e alle ex repubbliche sovietiche del Caucaso firmatarie del Board of Peace.

 

La domanda ormai non è quale prossima mossa del presidente degli Stati Uniti che ci sconcerterà o indignerà. È come si costruisce un’Europa post-americana. Perché gli europei ormai sono psicologicamente pronti. Se non i loro governi, lo sono le opinioni pubbliche.

 

gavin newsom a davos 3

La rivista parigina di affari internazionali Le Grand Continent ha un sondaggio, raccolto sul campo una decina di giorni fa, che lo mostra. Non solo oltre il 50% degli italiani, dei tedeschi o dei francesi preferisce un’equidistanza dell’Europa fra Stati Uniti e Cina e un altro venti per cento circa preferisce che l’Europa non si leghi a nessuna delle due superpotenze (grafico sopra).

 

Il 65% degli italiani (il 67% dei francesi, il 71% dei tedeschi) interpreta la politica estera di Donald Trump come un disegno di «ricolonizzazione e predazione», mentre per appena il 10% circa di italiani, francesi e tedeschi il tycoon rispetta in principi democratici (il 90% circa vi vede tendenze autoritarie o un comportamento da dittatore).

 

DONALD TRUMP A DAVOS - FOTO LAPRESSE

Anche per questo, tre quarti di italiani e tedeschi e oltre l’80% dei francesi pensano che l’Europa debba «contare solo su se stessa per assicurare la propria difesa, senza scommettere sugli Stati Uniti». Il divorzio, nella società, è consumato. Ed è una realtà di cui anche il governo italiano, fra i più lenti ad accettarlo, potrebbe prima o poi prendere atto.

 

Ma ciò che mi ha colpito a Davos, fra le tante dichiarazioni, è ciò che non si è detto. Larry Fink, fondatore e amministratore delegato del maxi-fondo di investimento Blackrock (14 mila miliardi di dollari in gestione), è il vero artefice di questo World Economic Forum per la prima volta celebratosi senza il suo fondatore Klaus Schwab.

 

larry fink

E come prevede l’etichetta, Fink è stato impeccabile con Trump. Rispettoso senza mostrare paura, deferente senza adulazione. Ma Fink, l’uomo oggi più influente del sistema finanziario internazionale, ha anche orientato un’altra scelta evitando di lasciarvi sopra le proprie impronte digitali: ha fatto invitare a Davos Gavin Newsom, governatore democratico della California e uno dei nomi più competitivi per le presidenziali del 2028. A Newsom, feroce oppositore di Trump, il World Economic Forum ha offerto una sessione personale e così una piattaforma.

 

mark carney con emmanuel macron al world economic forum di davos foto lapresse

Per questo mi ha colpito ciò che il governatore della California ha taciuto, lui come altri potenziali candidati democratici alla Casa Bianca presenti a Davos quali la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer o il governatore del Kentucky Andy Beshear. Hanno tutti condannato molte delle ossessioni di Trump, dalla Groenlandia, alle milizie anti-immigrazione, alle esecuzioni di dimostranti a Minneapolis.

 

Però non hanno speso una parola sui dazi, sul futuro dell’alleanza atlantica, sugli abusi di mercato delle Big Tech o sull’impegno al fianco dell’Ucraina. […]

 

Il solo vero consiglio di Newsom agli europei è stato di «tirare un cazzotto in faccia» a Trump. Ma era chiaro che certe scelte americane sul rapporto con l’Europa non cambieranno dopo Trump, o non così radicalmente. Neanche se il prossimo inquilino della Casa Bianca venisse dai democratici.

 

xi jinping e ursula von der leyen

L’Europa deve dunque pensare al futuro in modo diverso. Se non vuole l’autonomia strategica, vi sarà comunque costretta: vale per la difesa, ma anche per l’accesso alle risorse o ai materiali critici, per la ricerca e la produzione di farmaci generici e di frontiera, per la sicurezza alimentare, così come per l’integrazione fra industria e digitale o per il finanziamento delle imprese innovative.

 

In Europa abbiamo davanti a noi migliaia di miliardi in investimenti (anche) pubblici, se non vogliamo retrocedere al rango di potenza minore soggetta a periodici ricatti di qualche predatore internazionale. Alcuni degli americani della vecchia generazione stanno persino iniziando a dircelo: se non per altruismo, perché temono di vederci finire prede delle aspirazioni di potenza cinesi.

 

eric schmidt 6

A Davos ha incontrato un gruppo di giornalisti europei Eric Schmidt, 70 anni, ex amministratore delegato di Google, nel 2008 grande finanziatore e consigliere di Barack Obama (di recente di lui ho raccontato la cooperazione tecnologica con Kiev). Schimdt voleva essere citato solo su poche frasi: «È veramente importante che l’Europa esca con un proprio modello di intelligenza artificiale open source. Oggi gli americani si stanno concentrando su modelli closed source, mentre i cinesi lavorano sull’open source», ha detto.

 

data center per intelligenza artificiale in cina

E ha continuato: «A meno che l’Europa non faccia qualcosa, finirà per adottare i modelli cinesi. Perché l’Europa oggi non ha una strategia sull’intelligenza artificiale».

 

Cosa vuole dire Eric Schmidt? Closed source è un modello digitale su licenza dietro un pagamento ai titolari per ottenere un accesso a tempo. Esso consente l’uso di una certa intelligenza artificiale, ma non di studiarla, modificarla, condividerla o analizzarla per ricostruirlo magari un po’ diversa.

 

Paghiamo OpenAI per usare Chat-GPT (o GPT-5), ma dobbiamo prenderlo com’è: non possiamo addestrarlo da soli su nostri dati per renderlo magari più utile a un nostro ospedale, un laboratorio di ricerca, una banca o una fabbrica di sistemi antimissile piena di robot. Dobbiamo semmai chiedere al fornitore dell’intelligenza artificiale per questo servizio, a pagamento.

 

DONALD TRUMP A DAVOS - FOTO LAPRESSE

Il modello open source cinese è invece accessibile senza costi ed è ricostruibile o modificabile in autonomia dall’utilizzatore: DeepSeek in questo non è rigido come OpenAI di Sam Altman o Anthropic di Dario Amodei.

 

Il timore di uomini di Silicon Valley come Eric Schimdt adesso è che i modelli americani siano spiazzati, ma soprattutto che i dati e i segreti di milioni di imprese europee – specie medio-piccole – finiscano in mani cinesi. I quali poi imporrano servizi a pagamento quando ormai dipenderemo dai loro sistemi. In gioco ci sono flussi di centinaia di miliardi di euro all’anno e il rischio che l’Europa si ritrovi come un vegetariano in un mondo di carnivori.

 

jamie dimon al world economic forum di davos 2026 1

Da circa un anno scrivo in questa newsletter che la coercizione economica è la cifra del nostro tempo, ma adesso ai più deboli sta accadendo veramente. Il grafico sopra, tratto dalla divisione di S&P che studia i 12 mila data center del mondo, mostra l’enorme ritardo dell’Unione europea e dell’Italia.

 

Tutta l’Europa non raggiunge metà della capacità computazione presente nella sola area di Pechino (un data center è un impianto da mille fino a oltre un milione di server, che assicurano capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale, archivio «cloud» e gestione o trasmissione di dati digitali).

 

antonio costa - xi jinping - ursula von der leyen

Benché rappresenti il 17% dell’economia globale, l’Unione europea controlla a stento il 4% del potere di fuoco dei data center del mondo; la Cina invece sfiora un quarto di tutta la capacità di calcolo, pur rappresentando il 16% dell’economia internazionale. Siamo indietro sulla tecnologia che segna il nostro tempo. [...]

 

Questo stato di cose fa sì che oggi le grandi imprese europee versino fra 200 e 300 miliardi di euro all’anno alle Big Tech americane per licenze sulle funzioni digitali (a giudicare dai dati Eurostat sui pagamenti agli Stati Uniti per diritti di proprietà intellettuale).

 

DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - MEME BY EDOARDO BARALDI

Dipendiamo così dalle imprese di un Paese che ormai può rivelarsi ostile in ogni momento. Il problema è talmente sentito che l’ultimo appalto del colosso franco-tedesco dell’aerospazio Airbus per servizi digitali è stato aperto solo a imprese europee.

 

L’Europa dovrà dunque spendere per sviluppare modelli di intelligenza artificiale e potere di calcolo propri, sul proprio territorio. Già, ma spendere quanto? Da questa risposta dipende il futuro dell’economia americana e delle elevatissime quotazioni di borsa di Wall Street.

 

Nella settimana di Davos, i principali protagonisti del Big Tech hanno spesso ripetuto che l’anno scorso gli investimenti in intelligenza artificiale negli Stati Uniti – data center, semiconduttori, energia per alimentarli – sono arrivati al record di 500 miliardi di dollari. Tra metà e due terzi della crescita americana del 2025 si spiega con la costruzione di queste infrastrutture; senza, l’economia degli Stati Uniti sarebbe stata stagnante come quella europea.

 

data center per intelligenza artificiale in cina

Questa spesa, in parte a debito, ha anche alimentato le valutazioni di borsa del colosso dei chip Nvidia fino a oltre 4.500 miliardi di valore di mercato e quelle delle altre Big Tech.

 

Niente garantisce che questa febbre di costruzione a caro prezzo di infrastrutture per l’intelligenza artificiale continui uguale a se stessa. McKinsey, la società di consulenza, prevede che gli investimenti in data center nel mondo raggiungano i 6.700 miliardi di dollari in totale entro il 2030.

 

Ma un altro analista autorevole, Bain, stima invece che la spesa nei prossimi cinque anni sarà dodici volte più piccola, perché ormai lo sviluppo tecnologico permette di fare sempre di più con sempre meno soldi: circa 100 miliardi di dollari all’anno nel mondo, non 500 all’anno nei soli Stati Uniti. Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, ha detto a Davos che il costo di costruire capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale «si sta dimezzando ogni tre mesi».

donald trump al world economic forum di davos 2026 foto lapresse 6

 

Se è così, la trumponomics rischia una recessione e l’Europa avrà una chance di recuperare il proprio ritardo tecnologico senza affondare nei debiti. Ma quello che essa non può più fare, è dimenticarsi di preparare il proprio futuro post-americano.

larry finkla delegazione usa ascolta donald trump al world economic forum di davos 2026 foto lapresse 2DONALD TRUMP PRESENTA IL BOARD OF PEACE A DAVOS - FOTO LAPRESSE

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