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NÉ I GRILLINI NÉ IL CORONAVIRUS HANNO CAMBIATO L'ANTICO MERCATO DELLE VACCHE DELLE NOMINE PUBBLICHE - MIELI: ''CI AVEVANO DETTO CHE NIENTE SAREBBE STATO PIÙ COME PRIMA. POI, PERÒ, ABBIAMO ASSISTITO ALLA MOLTIPLICAZIONE DELLE TASK FORCE E S'È AVVERTITO NELL' ARIA UN SENTORE DEI TEMPI ANDATI. CON LA LOTTA TRA I PARTITI PER LE DESIGNAZIONI NELLE PARTECIPATE, MENTRE ANCORA CONTIAMO I MORTI, ABBIAMO AVUTO LA CONFERMA CHE LE COSE RESTERANNO SEMPRE UGUALI''

Paolo Mieli per il “Corriere della Sera

 

Ci avevano detto che niente sarebbe stato più come prima. Poi, però, abbiamo assistito alla moltiplicazione delle task force e s' è avvertito nell' aria un sentore dei tempi andati. Adesso che è giunta l' ora delle nomine, si è avuta conferma di quel sentore e ci si può render conto che un pezzo della tradizione italica è sopravvissuto alla prima ondata Covid.

GIUSEPPE CONTE LUIGI DI MAIO

 

Prudenza e decenza avrebbero dovuto imporre che i prescelti della volta scorsa restassero, in proroga, ai posti di comando fino al momento in cui tutto tornerà tranquillo. Tre, quattro mesi, il tempo di non offrire agli italiani il poco edificante spettacolo di un mercanteggiamento di cariche mentre sono ancora alti il numero dei contagi e quello dei morti. Giusto per dare l' idea che nessuno ai posti di comando del sistema Italia in questi giorni ha avuto altra preoccupazione che la messa in sicurezza del sistema stesso. Come si è fatto del resto saggiamente e senza tentennamenti rinviando a data da definire referendum ed elezioni.

 

Invece la fase due, la stagione della ripartenza, inizia con le designazioni di partito per gli enti pubblici: presidenti, amministratori delegati, consiglieri di amministrazione. Dopodiché, visto che, come rimedio alla crisi, qualcuno propone un buon numero di nazionalizzazioni, possiamo fin d' ora immaginare che la prossima volta i nominati saranno il doppio di quelli di oggi. Forse il triplo. Offrendo un ottimo rifugio ai parlamentari «tagliati» dopo la definitiva approvazione della riforma per via referendaria.

NICOLA ZINGARETTI LUIGI DI MAIO

 

Va subito detto che nella spartizione si sono impegnati tutti, proprio tutti, i partiti della maggioranza. E anche l' opposizione ha a suo modo partecipato. Nessuno del resto aveva promesso di fare voto di astinenza. Nessuno? Qualcuno, a dire il vero... All' epoca del successo elettorale che due anni fa lo portò a conquistare un terzo dei parlamentari, il M5S aveva preso l' impegno di rifiutare la designazione per incarichi pubblici di manager lottizzati dai partiti.

 

Tanto meno quelli che avevano conti aperti con la giustizia. Poi però - per motivi sui quali neanche uno di loro ha ritenuto di dover offrire pubblici chiarimenti - il Movimento ha ritenuto opportuno cambiare idea. Come per altri versi fu con la Tav. Come sarà, probabilmente, adesso che verrà al pettine il nodo del Mes.

 

Ai tempi della Torino-Lione, quantomeno, il partito di Beppe Grillo trovò un modo, a dire il vero un po' goffo, per ribadire in Parlamento la propria contrarietà. In occasione delle nomine, invece, ha scelto di ammainare le proprie bandiere senza sentirsi in dovere di dare spiegazioni. Anzi. Stavolta - come già quando si discusse dei vertici della Rai - Vito Crimi, Riccardo Fraccaro, Stefano Buffagni hanno ritenuto conveniente accomodarsi ostentatamente al tavolo delle decisioni.

travaglio conte

 

L' unica differenza è che, quando si decise per l' ente radiotelevisivo di Stato, i Cinque Stelle riuscirono almeno ad ottenere qualche importante incarico ai posti di comando. Adesso invece dovranno con ogni probabilità accontentarsi di alcune presidenze destinate quasi esclusivamente a far felici i familiari dei prescelti.

 

Nel compiere questa operazione, i leader del M5S hanno però dimenticato di avvertire Alessandro Di Battista e una trentina di parlamentari (tra i quali Barbara Lezzi, Massimo Bugani, Nicola Morra, Giulia Grillo, Ignazio Corrao) che, a fatto compiuto, protestano - oltreché per la conferma all' Eni di Claudio Descalzi imputato in alcuni processi - per l' assenza complessiva di «discontinuità nel merito e nel metodo delle scelte», assenza di discontinuità che a loro avviso provocherebbe il «perdurare di un potere sempre nelle stesse mani». Discorso che, si sentono in dovere di precisare, «vale per tutte le nomine in discussione». Tutte? Proprio tutte?

 

ALESSANDRO DI BATTISTA IN IRAN

Tra le designazioni di nomi di presidenti, amministratori delegati, membri di consiglio di amministrazione, ce ne sono un bel po' che verranno fatte su suggerimento dei pentastellati. Secondo il «Fatto Quotidiano», giornale che non può essere definito ostile al movimento grillino, Descalzi non sarebbe mai stato neanche «in bilico» e i vertici Cinque Stelle si sarebbero esibiti in una «pantomima» sulla sua riconferma così da ottenere, «a titolo di risarcimento per aver ingoiato quel nome», un «bel po' di presidenze con funzioni poco più che decorative».

 

Tra le quali quella della stessa Eni, assegnata a Lucia Calvosa proveniente dai cda di Mps, Tim e da quello di Seif, la società che edita il «Fatto». Per trovare i candidati - racconta il quotidiano - «si è deciso di pescare nell' unica fucina di manager considerati degni di fiducia, le municipalizzate romane». Tra i «pescati» Stefano Donnarumma, scoperto nel 2017 da Virginia Raggi, «indagato e poi archiviato nell' inchiesta sullo stadio della Roma», che da Acea dovrebbe spostarsi in Terna.

 

Lucia Calvosa

Adesso, annuncia il giornale di Marco Travaglio, tra i Cinque Stelle «è partito il giochino a scaricare le colpe e poi a cancellare le impronte» dell' intera operazione di ricambio ai vertici delle partecipate. Soltanto «dopo», però. Dopo che saranno completati i consigli di amministrazione dove - sempre secondo il «Fatto» - sono destinati a trovare posto tale Carmine America, un compagno di scuola di Luigi Di Maio (già reclutato alla Farnesina), ed Elisabetta Trenta, costretta tempo fa a lasciare, oltre al ministero della Difesa, un' abitazione a canone d' affitto assai conveniente alla quale si era molto affezionata.

 

A Di Maio viene riconosciuta l' abilità di essersi saputo «eclissare tatticamente su Eni per non rimanere impigliato nelle polemiche» così da poter poi «scaricare le colpe» su altri. La stessa tattica sarebbe stata adottata dal viceministro Stefano Buffagni che pure si è assunto l' incombenza di indicare la Calvosa. A immediato ridosso di tale indicazione, Buffagni si è prontamente «defilato» dall' ingarbugliato affaire Eni di cui il sottosegretario Fraccaro «è diventato, suo malgrado, protagonista». Cronache che riportano alla memoria quelle di altri tempi. Non tra i più fausti.

buffagni alessandro profumo

 

Da questo super game, in ogni caso, escono trionfatori i partiti che hanno architettato il rinnovo delle cariche: Pd e Italia Viva di Matteo Renzi (che pure non si è sentito appagato in tutti i propri desideri e di ciò si lamenta). È un ulteriore segnale dello spostamento del baricentro di governo a vantaggio del partito di Nicola Zingaretti. E di rafforzamento di Giuseppe Conte, riuscito nella non facile impresa di imbrigliare i Cinque Stelle coinvolgendoli in trattative che li rendono per così dire più malleabili in vista del delicato appuntamento del Mes.

 

A proposito del quale c' è da aggiungere che si spera a nessuno, in Olanda e in Germania, venga in mente di approfondire la conoscenza del modo assai poco trasparente con cui qui in Italia ancor oggi si procede alle nomine pubbliche. Ne verrebbero aggravati i ben noti, antipatici pregiudizi nei nostri confronti.

DAVIDE CASALEGGIO ALFONSO BONAFEDE RICCARDO FRACCARO

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