NEL NOME DEL FIGLIO - GIÀ ALTRE DUE VOLTE LE FORZE DELL’ORDINE AVEVANO PROVATO A ESEGUIRE LA SENTENZA CHE ORDINAVA CHE LEONARDO FOSSE AFFIDATO AL PADRE, MA VISTE LE RESISTENZE DEL BAMBINO SI PREFERÌ LASCIAR STARE – FRA I GENITORI, UNA MONTAGNA DI QUERELE - SPESSO E VOLENTIERI, NELLE CONTESE FRA DUE CONIUGI CHE DIVORZIANO, I FIGLI FINISCONO PER DIVENTARE MERCE DI SCAMBIO O OGGETTO DI RIPICCHE PERSONALI…

1 - QUELLA GUERRA DA EVITARE TRA I CLAN DELLE FAMIGLIE...
Fulvio Scaparro per il "Corriere della Sera"

Ad evitare ogni equivoco, coinvolgere bambine e bambini in scene come quella filmata l'altro ieri davanti a una scuola elementare, anche se motivate dall'esecuzione di un ordine dell'autorità giudiziaria, è inaccettabile. Tanto più in quanto gli adulti si sono affrontati in nome del non meglio precisato «superiore interesse del bambino».

Al di là delle disquisizioni legali, l'interesse dei figli, quale che sia la loro età, è la pace, cioè affetti e legami stabili e sicuri, legami con un ambiente che è fatto di oggetti, esseri umani e animali, sensazioni e immagini familiari. Guerra è invece perdita, o rischio di perdita, di tutto questo.

In un'altra occasione ho ammesso di non conoscere angoscia più grande per un bambino di quella che ha origine dalle accanite battaglie quotidiane tra genitori e non mi riferivo di certo ai conflitti di normale amministrazione in ogni famiglia che è, da sempre, un'unione di diversi per età, sesso e tanto altro ancora. L'opinione pubblica deve sapere quanto siano numerosi i casi di figlie e figli esposti ogni giorno agli effetti devastanti di guerre tra genitori, spesso con l'intervento dei relativi clan familiari.

Guerre combattute senza esclusione di colpi, in cui i rancori, le delusioni, la rabbia, il dolore per un progetto di convivenza fallito accecano i genitori fino a colpirsi reciprocamente attraverso la contesa del possesso dei figli, neanche questi fossero una proprietà dell'uno o dell'altra. Non si tratta di mandare giù ingiustizie o di perdonare l'imperdonabile né di concordare un'ipocrita messinscena di famigliola felice per illudere i bambini, ma di qualcosa di più accettabile, giusto, efficace e soprattutto realizzabile.

Mi riferisco a quello che il cardinale Martini chiamava il «patto di stabilità» che prevede, tra l'altro, l'impegno comune di padre e madre, anche se separati, a tenere distinto ciò che ci divide come adulti da ciò che ci accomuna come genitori. È ora di rivedere radicalmente tutta la materia del percorso separativo per pacificarlo ed evitare che i figli e gli stessi genitori siano lasciati a se stessi o in mano a chi per incompetenza o malafede getta benzina sul fuoco e non si sforza invece di indicare vie alternative alla guerra.

Legislatori, magistrati, avvocati, servizi pubblici, forze dell'ordine devono trovare il modo di comunicare e collaborare tra loro e fissare linee guida per il raggiungimento di una separazione equa tra genitori. Ripeto ancora una volta che i genitori, conviventi o separati, hanno un compito che da solo basta a dare senso a una vita: dimostrare con l'esempio che anche se non si va d'accordo, anche se la convivenza tra gli adulti non è più possibile, è possibile mantenere un impegno comune per aiutare i figli a entrare nel mondo contando sul sostegno, sulla guida e sull'affetto di padre e madre.

Quello che è avvenuto davanti alla scuola elementare del padovano serva almeno a ricordarci cosa deve cambiare con urgenza nel modo in cui i conflitti familiari gravi sono oggi trattati in Italia. Lo dobbiamo a migliaia di bambini che ogni giorno soffrono perché le persone che più dovrebbero essere al loro fianco non riescono a farlo o non trovano chi li aiuti a ritrovare insieme alla ragione anche l'amore per i figli.


2 - LE FUGHE SOTTO IL LETTO, POI LA LINEA DURA...
Giusi Fasano per il "Corriere della Sera"

Leonardo ha dieci anni ma ne ha già viste tante. È cresciuto fra liti giudiziarie in una contesa diventata mostruosa per numero di ricorsi e controricorsi e querele. Dieci anni e tante, tantissime tensioni. Con due famiglie che se lo sono conteso fino a due giorni fa litigando, con accuse e controaccuse finite che peggio di così non si può, anche davanti alle raccomandazioni dei giudici: «Fate in modo che il provvedimento si esegua nelle forme più discrete e adeguate al caso». È andata diversamente.

Leonardo è diventato il simbolo di tutto quello che c'è di sbagliato in una coppia dopo una separazione. E ha vissuto in questi ultimi due mesi e mezzo tutto il dramma sulla sua pelle. Per tre volte - tre - hanno provato a strapparlo alla madre e alla casa dove lui ha ripetuto, urlato di voler vivere. La decisione che gli ordinava il contrario è del 2 agosto. E i carabinieri ci hanno provato la prima volta il 24 agosto. «Devi venire con noi, vedrai che starai bene» hanno provato a spiegargli in presenza degli assistenti sociali e di uno psicologo. Niente da fare. Leonardo è scappato nell'altra stanza, si è rintanato in un angolo, poi sotto il letto. Finché quelli non hanno capito e hanno chiamato il tribunale: «Così non si può fare».

Secondo tentativo, stavolta la polizia. Siamo al 4 di settembre. Ancora bussano alla porta uomini che a Leonardo non piacciono per niente. Capire è un attimo, nascondersi ancora meno. Leonardo si caccia sotto il letto per la seconda volta. Gli è riuscita una prima, forse andrà bene anche adesso. Gli agenti cercano di convincerlo, di parlargli con la dolcezza e la delicatezza che ci vuole. Ma lui è ostinato.

Loro arrivano a sollevare il letto per tirarlo fuori da lì ma poi capiscono e concludono: trascinarlo via da sotto il letto e portarlo fuori a forza non è cosa che un bambino può sopportare. Rinviato tutto di nuovo. Si vedrà. Il padre però è sempre più impaziente. Il tribunale l'ha affidato a lui, tocca a lui tenerlo e viverci assieme, così non è giusto. Protesta con chi deve eseguire l'ordine e aspetta il tentativo numero tre, quello di due giorni fa.

La sezione minori della questura conosce la storia di Leonardo ormai benissimo. È complicata, si dovrà agire in un campo neutro come la scuola perché a casa non se ne verrà mai a capo. Sanno, i poliziotti, che ci sono i parenti della madre agguerriti e più che mai decisi a non lasciarselo portare via, ma forse non sanno che i nonni sorvegliano la scuola del piccolo proprio per evitare blitz e che il preside aveva chiamato i carabinieri giorni fa preoccupato dalla presenza di un uomo anziano vicino all'ingresso.

Era, appunto, il nonno. Gli agenti entrano e vanno in presidenza. Prevedendo che Leonardo farà opposizione decidono di far uscire i suoi compagni di classe e cercare di convincerlo. Il maestro porta tutti in palestra con una scusa mentre il bambino intuisce all'istante che le cose si mettono male.

E non c'è preside, psicologo o poliziotto che tenga. Lui non vuole andare. «Si è aggrappato ai banchi» racconta sua madre, mentre il questore dice che è rimasto tranquillo finché non sono intervenuti i nonni e la zia (poi denunciati). Il resto è il racconto delle immagini: un bambino che resiste e tanti adulti, fra loro anche il padre, che non si sono fermati davanti alle suppliche: «Lasciatemi andare», «aiuto zia», «non respiro».

È l'ultima scena di un film cominciato con una storia d'amore come mille altre. Il matrimonio nel 2001 e un anno dopo la nascita di Leonardo. Lei farmacista, lui avvocato. La vita felice in provincia è durata quattro anni, poi il tracollo.

È il 2005 quando la coppia capisce che non c'è più niente che li tenga uniti, salvo il bambino. Sono due persone civili, cercano di chiudere la relazione senza strappi dolorosi per il piccolo e avviano le pratiche per una separazione consensuale. La separazione stabilisce che il bambino viva con la madre e detta i tempi e le modalità per le visite del padre. Sembra che tutto fili liscio per più di un anno.

Poi arrivano i primi problemi. Leonardo, giura la madre, fa sempre più fatica a passare del tempo con suo padre. Comunque sia, gli incontri si fanno sempre più complicati e difficoltosi, e ogni volta si portano appresso una scia di accuse dell'uno contro l'altra (o viceversa). Il padre di Leonardo decide di passare all'attacco e firma una raffica di querele contro l'ex moglie perché, scrive, «mi impedisce» continuamente di vedere il bambino.

Oggi di quelle querele ce ne sono agli atti più di venti, quasi tutte per «mancata esecuzione» delle disposizioni date dai giudici. E quasi tutte archiviate, ad esclusione di tre (una delle quali per maltrattamenti) che sono arrivate alla richiesta di rinvio a giudizio per la donna. E a complicare la faccenda c'è nelle carte anche una denuncia di lui contro i servizi sociali che si sono occupati del caso all'inizio dei dissidi. Perfino una ricusazione, sempre firmata dall'avvocato, contro alcuni degli operatori che a suo dire avrebbero scritto particolari non veri nelle relazioni.

Il padre ricorre al tribunale chiedendo che venga tolta alla madre la patria potestà. È il 2008. Dalla sua parte l'uomo ha «diversi pareri medici», come dice lui, che parlano del «rischio che il bimbo sviluppi problemi relazionali e psicologici». «Solo fandonie» replica lei, «Leonardo sta benissimo e le consulenze di quei medici fanno riferimento a scienza spazzatura». Fatto sta che nel 2009 arriva la sentenza che conferma: va tolta alla madre la patria potestà.

Ma c'è un'anomalia: i giudici decidono di lasciare che comunque il bambino viva con lei. Ovviamente la donna ricorre contro la decisione ma a dicembre del 2010 perde il ricorso. 2011. Il padre di Leonardo vuole che suo figlio non viva più con la madre. Ricorre ancora una volta al giudice. E qui si arriva al 2 agosto 2012. La Corte d'Appello di Venezia accoglie la richiesta. Leonardo, dicono i giudici, dev'essere allontanato dalla madre e vivere in un luogo neutro, una comunità protetta. Quella dov'è adesso.

 

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