IL TETTO CHE SCOTTA – NIENTE PAURA PER I MANAGER PUBBLICI: IL TETTO AGLI STIPENDI, AGGANCIATO A QUEL CHE PRENDE IL PRESIDENTE DELLA CASSAZIONE, E’ MOBILE. E IN SOLI SEI ANNI E’ GIA’ SALITO DI 37MILA EURO…

Sergio Rizzo per ‘Il Corriere della Sera'

Qualche annetto di pazienza. Soltanto qualche annetto, e poi i superburocrati e i manager di Stato potranno recuperare almeno in parte il taglio alle retribuzioni imposto a partire da un paio d'anni fa, quando era in carica il governo guidato da Mario Monti. Perché, anche
se nessuno se n'è accorto, il tetto è mobile. E si muove piuttosto velocemente, visto che in sei anni è già salito di 37 mila euro.

Ricordate quel drammatico autunno del 2011? Lo spread fra i Bund tedeschi e i titoli di Stato decennali italiani veleggiava oltre quota 500 e l'ex rettore della Bocconi, subentrato a Silvio Berlusconi, si preparava a somministrare al Paese l'ennesima cura da cavallo. Tagli alle pensioni, anticipo dell'Imu, massacro delle Province. E via di questo passo. Ma fra i vari provvedimenti c'era anche un'amara sorpresina per gli altissimi dirigenti dello Stato, che sarebbe stata poi estesa ai manager delle aziende controllate dai ministeri.

Ovvero, il controverso tetto a retribuzioni che però negli anni di vacche apparentemente grasse erano letteralmente impazzite. Da una rapida (e piuttosto complicata) ricognizione saltarono fuori cose piuttosto singolari. Per esempio, che il capo della polizia italiana portava a casa più del doppio del suo collega di Scotland Yard. O che un capo di gabinetto di ministero poteva guadagnare il triplo del presidente della Repubblica.

Si decise allora che nella Pubblica amministrazione nessuno avrebbe potuto guadagnare più del presidente della Corte di cassazione. Tutto compreso, ovviamente. E questo per evitare furbizie varie, come quella della moltiplicazione degli incarichi: tecnica ben nota e capace di spingere i compensi pubblici di alcuni manager ben oltre il milione di euro. Faceva scuola, a questo proposito, il caso del presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua, accreditato di introiti per 1,2 milioni.

Non era certo la prima volta che qualcuno provava a mettere un freno alle retribuzioni pubbliche. Ci aveva già provato l'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti, tentando di parametrare i compensi alla media europea: l'obiettivo in quel caso erano le paghe dei parlamentari, anche se poi quel parametro venne esteso a tutti i dirigenti pubblici. La cosa tuttavia non andò in porto.

Tanto evidente fu l'impossibilità, accertata da una commissione guidata dall'ex presidente dell'Istat (e successivamente ministro del Lavoro) Enrico Giovannini, di individuare nei principali Paesi dell'Unione Europea figure corrispondenti ai superburocrati nostrani al fine di calcolare la famosa media. Nell'occasione qualcuno ebbe il sospetto che si fosse allargato a dismisura il campo di applicazione di quel principio proprio per farlo saltare. E mai la famosa battuta attribuita a Giulio Andreotti («A pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si indovina») risultò più calzante a un caso concreto.

Ancor prima di Tremonti, però, avevano tentato il suo predecessore Tommaso Padoa-Schioppa e Romano Prodi. La seconda (e ultima) Finanziaria del secondo breve governo dell'ex presidente della Commissione europea aveva infatti già stabilito come limite per le retribuzioni dei mandarini di Stato lo stipendio del presidente della Cassazione. Ma anche questo si rivelò un buco nell'acqua.

Prodi andò ben presto a casa, e il governo Berlusconi che lo sostituì nello sgradito compito di applicare quel tetto con un decreto ministeriale, dopo aver cincischiato un paio d'anni arrivò alla conclusione che quel limite forse era valido, ma soltanto per gli incarichi accessori. Effetti pratici: zero virgola zero.

Monti riuscì dunque dove Prodi e Tremonti avevano fallito. Soltanto che mentre alla fine del 2007 il tetto massimo allineato allo stipendio del presidente di Cassazione risultava pari a 274 mila euro, quando il decreto salva Italia entrò in vigore era già salito a 293.658 euro e 95 centesimi. Per superare di slancio, nel 2012, i 300 mila euro. Esattamente, 302.937 euro. Ed ecco che a febbraio di quest'anno il Dipartimento della funzione pubblica annunciava freddamente che «con nota del 23 gennaio 2014, il ministero della Giustizia ha comunicato che nell'anno 2013 il trattamento economico annuale del primo presidente della Corte di cassazione, comprensivo di tutti gli emolumenti spettanti in virtù della carica ricoperta, ammonta a euro 311.658,53».

La ragione è che mentre le buste paga del pubblico impiego sono state sostanzialmente bloccate per cinque anni, quelle della suprema magistratura continuano a lievitare, recuperando largamente il costo della vita grazie a una scala mobile che risulta piuttosto generosa. Nel solo ultimo anno, stando alle tabelle Istat di rivalutazione monetaria, sono cresciute di oltre 5 mila euro più dell'inflazione. Trasformandosi così anche in una specie di ascensore per i compensi dei superburocrati, che vengono di conseguenza trascinati lentamente verso l'alto. Cin cin.

 

STRETTA DI MANO TRA MONTI E BERLUSCONI Berlusconi e Mario Monti cda dcf bfcde f ea c ANTONIO MASTRAPASQUA CON LA MOGLIE MARIA GIOVANNA BASILE Sergio Iasi e Giulio Tremonti ROMANO PRODI TOMMASO PADOA SCHIOPPA DARIO DA VICO - Copyright Pizzi

Ultimi Dagoreport

stefano benigni marina berlusconi antonio tajani

LA “SFI-DUCETTA” ALLA LEGGE ELETTORALE HA APERTO IL VASO DI PANDORA: IN FORZA ITALIA SIAMO ALLA NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI! SI VOCIFERA CHE IL SEGRETARIO, ANTONIO TAJANI E STEFANO BENIGNI PASSASSERO FRA I BANCHI A DIRE AI DEPUTATI COME VOTARE. MA HANNO FALLITO: IL LORO OBIETTIVO ERA INFATTI FAR PASSARE L’EMENDAMENTO SULLE PREFERENZE, IN PARTICOLARE IL SUPERAMENTO DELLA REGOLA DEL 60/40 (L’ALTERNANZA DI GENERE) - L’EX MONARCHICO VORREBBE LIBERARSI DEI PARLAMENTARI STORICAMENTE LEGATI A SILVIO BERLUSCONI, E OGGI A MARINA – IL SEGRETARIO È CONVINTO CHE LA “CAVALIERA” NON METTERÀ BOCCA SULLE LISTE PERCHE' SI SAREBBE GIÀ STANCATA DEL "GIOCATTOLO” FORZA ITALIA...

naike rivelli

DAGOREPORT – ORA SÌ CHE TI RICONOSCIAMO, NAIKE! LA RIVELLI DEDICA UN ALTRO VIDEO COATTO A DAGOSPIA E FINALMENTE TORNA LA BURINELLA CHE ABBIAMO SEMPRE AMATO – DALLE LEZIONI SULL’INGOIO DELLE BANANE ALLA FOTO CON LA TESTA NEL CESSO FINO ALLA “VULVA ART” E ALLA MEGA-HIT “DEFAILLANCE”, ABBIAMO SEMPRE ADORATO LA NAIKE FUORI CONTROLLO, TRA AVVENTURE LESBO, FOTO IGNUDA E APPELLI PRO-GNOCCA – CARISSIMA NAIKE, ABBIAMO UN CONSIGLIO: LASCIA PERDERE I DISSING, GLI SCONTRI VERBALI, LE POLEMICHE. NON SONO PER TE. NON AFFATICARE LE SINAPSI, LASCIALE LIBERE DI SINTONIZZARSI CON L’UNIVERSO. SPALANCA I CHAKRA, CHISSÀ CHE L’ENERGIA COSMICA NON ENTRI A FARE UN SALUTO. NON PRENDERTI TROPPO SUL SERIO. NOI NON L’ABBIAMO MAI FATTO...

giorgia meloni salvini tajani legge elettorale

DAGOREPORT – GIORGIA MELONI ERA CONVINTA DI AVER TROVATO UN ACCORDO CON SALVINI E TAJANI: PER AMMANSIRE I SUOI DUE ALLEATI, CONTRARISSIMI ALLE PREFERENZE, LI AVEVA ACCONTENTATI CON LE NOMINE DI STRISCIUGLIO A FERROVIE E STAZI ALLA CONSOB. OTTENUTO TUTTO QUESTO, NON SI METTERANNO MICA A ROMPERE I COJONI, PENSAVA LA DUCETTA. E INVECE… - IL GUAIO È CHE IL “FU TRUCE DEL PAPEETE” E L’EX MONARCHICO DI FERENTINO NON GOVERNANO PIÙ I LORO PARTITI, ORMAI SFARINATI – DENTRO FRATELLI D’ITALIA, MICA VA TANTO MEGLIO: QUANDO FRANCESCO LOLLOBRIGIDA PARLA DI “VIGLIACCHINI” CHE HANNO VOTATO NO, CE L’HA ANCHE CON I SUOI CAMERATI DI VIA DELLA SCROFA (IL PARTITO GRANITICO E COMPATTO DIETRO “IO SO’ GIORGIA’ NON ESISTE PIÙ

giorgia meloni roberto vannacci

DAGOREPORT- MENTRE LA RIFORMA ELETTORALE APPRODA IN PARLAMENTO, GIORGIA MELONI È TORMENTATA DA DUBBI E PERPLESSITÀ - ALL’EPOCA DELLA STESURA DEL NUOVO SISTEMA DI VOTO, NESSUNO DELLA FIAMMA MAGICA AVEVA PRESO IN SERIA CONSIDERAZIONE IL GENERALISSIMO VANNACCI E L'INARRESTABILE ASCESA DEL SUO PARTITO FUTURO NAZIONALE - E ADESSO SI CORRE IL FORTE RISCHIO CHE NESSUNA DELLE DUE CONTRAPPOSTE ALLEANZE RIESCA A INCAMERARE QUEL 42% CHE PORTEREBBE A UN PREMIO DI MAGGIORANZA DI 70 DEPUTATI E 35 SENATORI - UN BONUS TALMENTE ESAGERATO CHE LA CORTE COSTITUZIONALE NON AVREBBE IL MINIMO DUBBIO NEL BOCCIARLO - NON SOLO: A FINIRE SOTTO GLI ARTIGLI DELLA CORTE SPICCA ANCHE L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER NEL PROGRAMMA, UNA SORTA DI PREMIERATO IN VERSIONE DIETOR CHE VA A CONFLIGGERE CON LA COSTITUZIONE CHE VUOLE CHE SIA IL CAPO DELLO STATO A INDICARE IL PREMIER…

baroni universitari

DAGOREPORT - TRUFFE, FAVORI, ABUSI DI POTERE: MA COME SI FA A DIRE AI RAGAZZI DI STUDIARE E A CREDERE NELL’UNIVERSITÀ ITALIANA? - IL PRIMO ATENEO IN CLASSIFICA, IL POLITECNICO DI MILANO, TIENE PER TRENT’ANNI UN PROFESSORE PRECARIO A MILLE EURO CIRCA ALL’ANNO, MENO DI UN PAKISTANO CHE RACCOGLIE POMODORI! - CONTRO GLI ESITI, PILOTATI, DEI CONCORSI UNIVERSITARI, GIACCIONO CENTINAIA DI CAUSE DI RICORSO, POICHÉ L’ITALIA È L’UNICO PAESE DOVE PRIMA SI SCEGLIE IL CANDIDATO, POI SI RITAGLIA IL CONCORSO - IL CELEBRATO ERASMUS E' TANTO DIVERTENTE PER GLI STUDENTI (ANCHE PER ACCOPPIARSI) QUANTO INUTILISSIMO PER LO STUDIO: LO SANNO TUTTI CHE LO STUDENTE ERASMUS LO SI FA PASSARE PERCHÉ TANTO POI SE NE TORNA NELLA SUA UNIVERSITÀ - IN PARLAMENTO HANNO FATTO SALTARE L’ABILITAZIONE NAZIONALE (CHE FU INTRODOTTA DALLA GELMINI): I CONCORSI PER NUOVI DOCENTI SARANNO LOCALI, CIOE’ CONSEGNATI, COMPLETAMENTE, NELLE MANI DEI ‘’BARONI’’: TANTO LA MAGISTRATURA DORME (OPPURE LI ASSOLVE) - E PER FORTUNA CHE È IL GOVERNO DELLA MERITOCRAZIA, PRESIEDUTO DA UN “UNDERDOG”…

tommaso cerno lirio abbate sigfrido ranucci giuliano ferrara valter lavitola

DAGOREPORT - SE C'È UN FILO DI CONTINUITÀ NELLA STORIA DELL’ITALIETTA, UN ELEMENTO CHE RIMBALZA DA UN SECOLO ALL'ALTRO, È IL TRASFORMISMO - SE ALL’EPOCA SULLA VOLATILITÀ DI GIULIANO FERRARA SCESE UNA SORTA DI CONDANNA MORALE, OGGI SI VEDONO COSE CHE DIECI ANNI FA SI POTEVANO IMMAGINARE SOLO IN UN FANTAFUMETTO - L'"AMICIZIA FRATERNA" CHE LEGA L’EX GALEOTTO LAVITOLA CON IL GIORNALISTA DI PUNTA DELL’ANTI-POTERE, SIGFRIDO RANUCCI - L’EX DIRETTORE DELL’''ESPRESSO” LIRIO ABBATE CHE È IN ATTESA DI ASSUMERE LA VICE-DIREZIONE DEL ‘’GIORNALE’’, DOVE L’ATTENDE IL ‘’CERNO-BYL’’ DEL TRASFORMISMO: IL GAIO TOMMASINO, NEL BREVE GIRO DI UN LUSTRO, È STATO DIRETTORE DELL’’’ESPRESSO’’, VICEDIRETTORE DI ‘’REPUBBLICA’’, SENATORE PD SOTTO L’ALA DI RENZI, FINO A QUANDO, TRAFITTO DAL RAGGIO DI GIORGIA MELONI, E' PLANATO NELLA STAMPA DI DESTRA - TI BUTTI NELLA VITA DI MARIO ORFEO E SALTA FUORI DI TUTTO: DA CALTAGIRONE ALLA RAI, DA “REPUBBLICA” A LEONARDINO DEL VECCHIO…