NUOVA ACCUSA-MACIGNO PER NICK MANCINO: “MENTI’ PER OCCULTARE LA TRATTATIVA STATO-MAFIA”

Riccardo Arena per La Stampa

Nicola Mancino avrebbe mentito per occultare l'esistenza della trattativa Statomafia: la sua posizione è dunque strettamente e intimamente connessa a quella degli altri imputati e l'ipotesi dello stralcio della posizione dal processo, chiesto dallo stesso ex ministro dell'Interno, si allontana.

La Procura di Palermo, dopo una schermaglia con i legali dell'imputato, specifica la nuova contestazione («Ma è solo una precisazione», chiosano i pm) nei confronti dell'ex presidente del Senato, accusato a Palermo di falsa testimonianza, reato che ora gli viene addebitato non solo «per assicurare l'impunità agli altri esponenti delle istituzioni» coinvolti nello stesso dibattimento, ma anche per non far venire fuori gli accordi inconfessabili che avrebbero portato lo Stato a cedere a Cosa nostra, a revocare il carcere duro e a concedere o promettere altri benefici ai boss, in cambio della cessazione delle stragi.

Mancino, ieri assente alla seconda udienza del processo, non ha potuto assistere né alla nuova contestazione (che ora dovrà essergli notificata, e da qui un rinvio "lungo", al 27 giugno) né all'autentica decimazione delle parti civili, decisa dalla seconda sezione della Corte d'assise, presieduta da Alfredo Montalto. Fuori dal processo, ma solo per ieri, sia Massimo Ciancimino, in carcere per evasione fiscale e associazione per delinquere, e Totò Riina, vittima di un malore che ha costretto il boss a lasciare la postazione in videoconferenza dal carcere milanese di Opera.

Mentre le parti civili che rimarranno fuori, per tutto il giudizio, sono 21: in alcuni casi si tratta di associazioni costituite dopo i fatti oggetto del processo (è la situazione delle "Agende rosse", ispirate dal diario sparito di Paolo Borsellino), in altri casi perché da quei fatti non hanno subito un danno emergente e dimostrabile. Salvatore Borsellino, che presiede le Agende rosse, aveva chiesto di partecipare al processo anche personalmente, come fratello del giudice ucciso in via D'Amelio: è rimasto fuori in entrambi i casi, si è detto amareggiato ma ha assicurato che il suo impegno proseguirà come sempre.

Lo stesso pool coordinato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e composto dai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, non si era detto favorevole a Borsellino, colpito dalla strage in cui fu ucciso il fratello, perché non c'è un legame diretto con la trattativa.

La Procura "vede" cioè il rischio concreto di un possibile spostamento del processo a Caltanissetta o a Firenze (cosa che le difese cercheranno di far valere alla prossima udienza) ed ecco perché non è del tutto scontenta dell'esclusione di Comune e Provincia di Firenze e della Regione Toscana, danneggiate dalla strage di via de' Georgofili, e dei Comuni di Capaci (teatro della strage Falcone) e di Campofelice di Roccella, dove fu deciso l'attentato, poi fallito, dello stadio Olimpico.

Fuori anche Rifondazione comunista, ammessa invece dal Gup Piergiorgio Morosini all'udienza preliminare, altre associazioni e i familiari di Salvo Lima, ucciso nel 1992. Ammessi invece l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, "persona offesa" dal reato di calunnia, attribuito a Ciancimino, la Presidenza del consiglio dei ministri e altre associazioni, tra cui Libera, il Centro Pio La Torre e i familiari delle vittime di via de' Georgofili.

 

 

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