OMICIDIO TRAYVON: IL CASO PASSA AL LIVELLO FEDERALE - PROTESTE A NEW YORK - OBAMA: “LA GIURIA SI È PRONUNCIATA”

1- USA: DIPARTIMENTO GIUSTIZIA RIESAMINERA' CASO ZIMMERMAN PER VERIFICARE VIOLAZIONI DIRITTI CIVILI - OBAMA, LA GIURIA SI E' PRONUNCIATA
(Adnkronos) - Il Dipartimento alla Giustizia americano ha annunciato un riesame del caso George Zimmerman per verificare eventuali violazioni dei diritti civili e stabilire se e' perseguibile a livello federale, dopo l'assoluzione della guardia che nel febbraio 2012 ha ucciso a colpi di arma da fuoco il 17enne afroamericano Trayvon Martin, che girava disarmato.

Sulla vicenda, molto seguita in America e la cui conclusione ha sollevato un'ondata di indignazione e causato proteste e manifestazioni, si e' pronunciato ieri anche il presidente Barack Obama, esortando tutti alla calma e ricordando che "la giuria ha parlato". "La sezione penale della Divisione Diritti Civili del Dipartimento alla Giustizia, l'ufficio per la Florida del procuratore federale e l'FBI continuano a vagliare le prove prodotte nel corso dell'inchiesta federale nonche' gli elementi e le testimonianze emersi durante il processo", e' stato reso noto dal Dipartimento, citato da FoxNews.

"Procuratori federali stabiliranno ora se le prove fanno emergere una violazione perseguibile dei soli statuti dei diritti civili che rientrano nella nostra giurisdizione e se il caso sia perseguibile a livello federale".

2- USA: CASO TRAYVON; NY CHIEDE GIUSTIZIA,OCCUPATA TIMES SQUARE
(ANSA) - Decine di migliaia di persone sono scese in piazza a New York - come in moltissime altre città d'America - per chiedere giustizia per Trayvon Martin, il giovane di colore ucciso nel febbraio del 2012 a Sanford, in Florida, da una guardia volontaria. Per le strade della Grande Mela hanno gridato tutta la loro rabbia per l'assoluzione di George Zimmerman, urlando slogan come "No justice, no peace", oppure 'Who is guilty? All system is guilty'' (Chi è colpevole? Tutto il sistema è colpevole).

Un corteo pacifico è partito da Union Square per dirigersi verso Times Square: un corteo pieno di persone di tutte le età - molti i bambini - e multirazziale, composto non solo da afroamericani, ma da ispanici, asiatici, indiani. Arrivati nella piazza simbolo di Manhattan, i manifestanti l'hanno occupata sedendosi in terra e inscenando un sit in. Un cartello mostrava le immagini di un Trayvon bianco e di uno Zimmerman di colore. Sotto la scritta: 'Il verdetto sarebbe stato lo stesso?''.

Tutto intorno il traffico paralizzato, anche se molti degli automobilisti hanno solidarizzato con la protesta, unendosi agli slogan e suonando i clacson. Parecchi gli agenti di polizia dislocati lungo il percorso della manifestazione, ma loro presenza è stata discreta, nonostante la folla enorme che alla fine si è ritrovata radunata sotto le luci di Times Square.


3- SE UN NERO CON IL CAPPUCCIO È UNA MINACCIA LA SENTENZA CHE FERISCE L'AMERICA DI OBAMA
Vittorio Zucconi per "la Repubblica"

Uccidere "Cappuccetto Nero" non è reato in Florida, se a sparare è un vigilante bianco. La ingiusta "giustizia razziale" colpisce ancora con l'assoluzione del giovane vigilante bianco che in Florida ammazzò un ragazzo nero di 17 anni colpevole di avergli fatto paura per il cappuccio della felpa sul capo.

Anche se Obama ha invitato tutti «alla calma», finora soltanto qualche vetrina spaccata, un'auto della polizia rovesciata a Oakland, una tempesta di tweet sdegnati nel futile frullare dei cinguettii elettronici. Ma l'assoluzione di George Zimmerman che scaricò la sua pistola contro Trayvon Martin, armato soltanto di una confezione di caramelle non ha davvero sorpreso nessuno.

Più che collera è malinconia quella che ha accesso fuochi lungo i binari di treni qua e là. «Sono devastata dalla tristezza - ha twittato Sybrina Fulton, la madre di Trayvon - e mi affido all'amore di Gesù. In quest'ora buia so che il Signore è ancora in controllo».

Ma il Signore non ha ascoltato le preghiere di Sybrina quando, alle nove e trenta della sera di sabato nel tribunale di Sanford in Florida, le sei donne che componevano la giuria tutta femminile hanno proclamato l'uccisore di suo figlio not guilty, non colpevole di omicidio in secondo grado, dunque non volontario o intenzionale. Lo hanno potuto fare grazie a una legge dello Stato della Florida che ha esteso i confini della legittima difesa alla «percezione della minaccia», non soltanto a una minaccia diretta.

Per loro, l'aspetto di quel ragazzo nero con il cappuccio della felpa sul capo, i suoi spostamenti in un quartiere prevalentamente abitato da bianchi in un sobborgo di Orlando dove una serie di furti in casa avevano acceso la paura, il confronto con Trayvon, che l'avrebbe spinto a terra dopo avergli chiesto perché mai lo avesse seguito a lungo in macchina, furono minacciosi abbastanza per giustificare i colpi di pistola esplosi da Zimmerman, pattugliatore, aspirante Robin Hood, vigilante.

La pistola era registrata e portare un'arma nascosta, come lui aveva nella fondina sulla schiena, in Florida è legale. In un'investigazione, e poi nel processo che ha occupato le network televisive per ore di diretta, più dei fatti, delle testimonianze, degli indizi, è stato lo scorrere sul filo rovente della «giustizia diversa per razze diverse» che ha attanagliato l'attenzione di milioni.

Tutti i protagonisti, gli attori, gli spettatori, i media, il mondo della politica a partire da Obama sapevano benissimo quale fosse la domanda alla quale il processo avrebbe dovuto rispondere: Trayvon Martin, che non aveva fatto nulla di illecito, era una minaccia perché era un giovanotto nero in un quartiere bianco? La risposta è: sì.

Questo si chiama racial profiling: caratterizzare una persona in base al suo «profilo razziale», il latino lazzarone e pigro, l'italiano mafioso, l'uomo nero violento e criminale. E' il meccanismo che spinge le pattuglie sulle strade a fermare e controllare identità e documenti di guidatori afro al volante di auto di lusso. E' l'atteggiamento che aveva inquietato prima e terrorizzato poi George Zimmerman, nelle sue ronde volontarie, seguendo il ragazzo incappucciato e poi trovandoselo davanti, esasperato
per quel pedinamento.

«Trayvon Martin potrebbe essere mio figlio», era intervenuto anche il presidente Obama, quando, nei giorni successivi all'uccisione del 26 febbraio 2012, era intervenuto per smuovere la polizia e la Procura. La sera della morte di Trayvon - il suo uccisore era stato rilasciato dalla polizia dopo le medicazioni per i piccoli tagli alla nuca e il ricorso alla legittima difesa - la comunità di colore della Florida, come i leader afroamericani e i media, erano insorti.

Dopo 44 giorni, la Procura aveva finalmente aperto il procedimento che avrebbe portato al processo. Per la destra americana, e le sue voci nei media, era un processo politico, creato per soddisfare l'elettorato di Obama e le lobby di colore. Per gli altri era l'esatto opposto, confermato dalla domanda che il reverendo Al Sharpton e i vecchi attivisti come Jesse Jackson ripetevano: se fosse stato un ragazzo nero a sparare e uccidere un giovane bianco di 29 anni come Zimmerman, se la sarebbe cavata con qualche domanda alla stazione di polizia e poi il rilascio?

Anche se sono trascorsi 50 anni dalle rivolte dei ghetti per l'omicidio di Martin Luther King, e più di 20 dalle sommosse di Los Angeles dopo l'assoluzione dei poliziotti che avevano
pestato Rodney King ed erano stati ripresi senza saperlo, la crosta del vulcano razziale sopra la lava rovente è sempre troppo sottile per essere disturbata. L'inchiesta e il processo, costruito su indizi fragili, sono stati fatti.

E la ferrea verità dei tribunali è scattata: giustizia è quel sistema che deve decidere se sono più bravi gli avvocati della difesa o dell'accusa. Ieri, domenica, le chiese delle comunità nere sono rimaste aperte tutto il giorno, anche oltre le funzioni liturgiche, per accogliere, sfogare e incanalare pacificamente la malinconia, la frustrazione, l'amarezza di tanti.

Soltanto a Oakland, la città che vide, e ancora vede, le esplosioni più dure di guerriglia razziale, sono volati sassi, manganelli e urla, più di rito che di sostanza. La famiglia di Trayvon ora promette di chiedere un processo per la «violazione dei diritti civili» del loro ragazzo ucciso, la stessa formula che permise di condannare gli agenti assolti a Los Angeles. Come George Zimmerman, un uomo libero, assolto perché ha avuto paura della nuova fiaba terribile di "Cappuccetto Nero".

 

 

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