ARCHEO – PECI, IL BRIGATISTA PENTITO: “NON SONO UN INFAME, HO FATTO ARRESTARE I MIEI EX COMPAGNI PER EVITARE ALTRE UCCISIONI INUTILI: NON POTEVAMO VINCERE”

1. UNA CARRIERA TRA VIOLENZE E PEDINAMENTI
Da "Il Fatto Quotidiano"

Patrizio Peci nasce a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, il 9 luglio 1953. Dopo la militanza nei PAIL (proletari armati in lotta), entra nelle Brigate Rosse nel 1976. Nome di battaglia: Mauro. Si affilia alla colonna "Mara Cagol" di Torino, della quale con il passare degli anni diventa uno dei leader. È stato accusato di otto omicidi e ha ammesso di aver partecipato direttamente a quattro di essi. Ha raccontato di aver pedinato anche Ezio Mauro, nel 1977, quando l'attuale direttore di Repubblica era ancora un giovane cronista de La Gazzetta del Popolo.

Il giornalista alla fine non fu colpito. Patrizio Peci fu arrestato il 19 febbraio 1980 assieme all'ex compagno Rocco Micaletto. Fu il primo brigatista a collaborare con la giustizia. Le sue rivelazioni al generale Carlo Alberto dalla Chiesa hanno portato all'arresto di una settantina di terroristi dell'organizzazione e alla scoperta di decine di covi. Nella sua autobiografia, Io, l'infame, Patrizio Peci ha scritto: "Io ho detto tutto, assolutamente tutto quello che sapevo, nomi, cognomi, soprannomi, indirizzi, armi. I miei verbali hanno provocato [...] una mazzata dalla quale l'Organizzazione non si riprenderà mai più"


2. PATRIZIO PECI: "COSÌ DIVENTAI UN ASSASSINO"
Intervista di Enzo Biagi a Patrizio Peci ripubblicata da "Il Fatto Quotidiano"

Signor Peci, come nasce un brigatista rosso?
Tra il '74 e il '75 avevo aderito a Lotta continua. Erano gli anni in cui cominciò a sentirsi il peso della repressione. Nel mio paese, San Benedetto del Tronto, vi erano stati arresti durante le manifestazioni antifasciste, quasi tutti i compagni di Lotta continua finirono in galera o erano latitanti. Proprio in quel periodo arrivarono le prime notizie sulle Br. C'era stato il sequestro del giudice Mario Sossi, questa azione ci aveva molto colpito.

Quanti anni aveva?

Diciotto o diciannove.

Aveva terminato gli studi?
No, ero iscritto all'istituto tecnico industriale.

Da Lotta Continua com'è avvenuto il passaggio alle Br?
A causa della repressione abbiamo cominciato a muoverci clandestinamente: le riunioni le facevamo nelle case dei compagni, poi è maturata l'idea di entrare in azione: abbiamo rubato un ciclostile, bruciato le macchine dei fascisti, i primi pestaggi, ricordo quello di un professore di estrema destra.

Chi l'ha convinta a trasformarsi in un ribelle della società che spara?
Onestamente devo dire nessuno. La maturazione è stata mia. Io ho scelto la mia strada.

Chi è stato il primo brigatista che lei ha incontrato?
Fausto Jacopini, lavorava alla Sit-Siemens di Milano e contemporaneamente faceva parte dell'organizzazione. Tramite lui incontrai Giorgio Semeria e Nadia Mantovani.

Chi era il suo capo?
Ho iniziato a lavorare a Milano nella brigata logistica con Angelo Basone, poi direttamente con la Mantovani.

Senta Peci, a quanti omicidi ha partecipato?
Ho otto imputazioni di omicidio, non ho partecipato a tutti gli omicidi, ma ho preso la decisione di eseguirli, a quattro invece ho partecipato direttamente.

Ha partecipato agli omicidi di chi?

All'omicidio del maresciallo di polizia Rosario Bernardi, del giornalista Carlo Casalegno e altri ancora.

Perché avete deciso di uccidere il vicedirettore de "La Stampa"?
Casalegno si occupava di terrorismo e aveva scritto articoli piuttosto duri su di noi. La mia colonna, che a quel tempo era a Torino, decise che era un obiettivo da colpire.

Lei partecipò alla scelta di Casalegno?
Sì, inizialmente avevamo deciso di azzopparlo soltanto. Poi morì in carcere, in Germania, Andreas Baader insieme ad altri compagni e Casalegno scrisse giudizi molto pesanti, così decidemmo per la sua morte.

Che cosa accadde?
Facemmo un primo tentativo che fallì, poi formammo un altro nucleo militarmente non adeguato: per uccidere una persona ci vuole la giusta determinazione, bisogna crederci. Uccidere è una cosa tremenda.

GLI OMICIDI, I SOLDI, LE DONNE LA CARRIERA NELLE BR E IL PENTIMENTO.

Lei ha ucciso?
Ho partecipato alle azioni attivamente, ma non ho mai sparato per uccidere.

Avrebbe avuto la forza di farlo?
Allora penso proprio di sì.

Lei che parte ebbe nell'omicidio di Casalegno?
Eravamo in quattro. Avevamo deciso di colpirlo dentro il portone di casa. Due di noi stavano dalla parte opposta della strada. Come lo videro arrivare, attraversarono il viale ed entrarono insieme a Casalegno. Ero armato di mitra, avevo il compito di controllare la zona esterna al portone. Dei due che erano entrati, uno doveva sparare e l'altro aveva il compito di proteggerlo dal portinaio o da qualsiasi altro imprevisto. Spararono con una pistola munita di silenziatore. La seconda volta non ci furono sorprese.

Come facevate con i soldi?
Avevamo uno stipendio di 250.000 lire al mese equiparato a quello di un operaio metalmeccanico con la differenza che non pagavamo l'affitto, la luce pagata, ecc.

Come ha fatto a diventare un capo?
Grazie all'esperienza e all'impegno, sapevo dirigere l'organizzazione abbastanza bene e avevo imparato un po' tutto dal punto di vista militare.

Amicizia, amore, solidarietà: che senso hanno per un brigatista?
Tantissimo.

Chi erano le donne che venivano con voi e dividevano la vostra sorte?
Un uomo che viveva in clandestinità poteva mettersi solo con una compagna brigatista, non poteva aver rapporti sentimentali al di fuori dell'organizzazione, tutto era subordinato al lavoro. Cambiavamo spesso di zona e quando venivi spostato perdevi anche la ragazza.

Ci si vedeva solo per ragioni di lavoro e quando c'era del tenero si cercava di abbinare le due cose. Il rapporto era prima di tutto politico e poi sentimentale. C'erano delle regole da rispettare, anche se ognuno di noi faceva le proprie scorrettezze. Ho avuto una ragazza, Maria Rosaria Roppoli, e per incontrarla ho corso dei rischi.

Com 'è stato il vostro rapporto?
Inizialmente era solo un fatto di stima e di condivisione della stessa vita, poi forse il fatto di rischiare insieme di morire, pian piano mi sono affezionato, tant'è che dopo che avevo deciso di collaborare chiesi a mio fratello Roberto di parlarle e di spiegarle il perché della mia scelta e che da me non avrebbe mai avuto nulla da temere.

La ragazza che cosa fece?
La Roppoli scelse di consegnarsi. Prima andò a trovare mio fratello, mangiò, si lavò, si tagliò i capelli, e poi Roberto l'accompagnò alla stazione. Quando arrivò a Torino si consegnò dicendo che io ero un traditore. Denunciò mio fratello, dicendo che l'aveva minacciata: "Sei pedinata. Ti posso fare arrestare, ecc.". Sicuramente ha avuto un ruolo importante nel suo sequestro.

La ragazza l'ha accusata di essere un infame.
Infame è un termine che si deve usare all'interno della malavita, oppure quando si tradisce un amico. Io non mi sento di aver tradito, io ho fatto una scelta, una scelta politica.

Non crede di aver tradito i suoi vecchi compagni?
Assolutamente no.

Lei li ha fatti andare in galera, sì o no?
Sì, li ho fatti andare in galera. Io sono entrato nelle Brigate rosse perché credevo che, attraverso una certa linea politica si arrivasse a una società migliore. Man mano che salivo all'interno dell'organizzazione, conoscendo sempre più come stavano le cose, ho cominciato a cambiare idea, a chiedermi se era giusto continuare ad ammazzare altre persone. Quando ho ucciso l'ho fatto perché ci credevo, altrimenti non l'avrei fatto.
Denunciare gli altri ha voluto dire far smettere di uccidere.

D'accordo, ma lei deve rendersi conto che dal punto di vista di un brigatista finire in galera per la denuncia di un compagno può provocare un giudizio diverso.
Ero convinto che la lotta armata fosse finita, non avevamo più possibilità di vittoria. Se non avessi fatto quello che ho fatto, non sarebbe finito tutto così in fretta.

C'era un grande vecchio, una mente che pensava più degli altri?
No, come era stato ipotizzato dai giornali no. C'erano dei compagni più esperti, che avevano una militanza più lunga nell'organizzazione.

Chi era il più esperto di tutti, quello che aveva maggior credito?
Mario Moretti, il capo indiscusso.

Come comunicavate tra voi?
Fissavamo degli appuntamenti, generalmente in una piazza. Non ci si presentava col proprio nome, se ne usava uno inventato.

Lei come si chiamava?
Io ho avuto due nomi di battaglia: il primo Rodolfo, poi quando andai a Torino, Mauro.

Provava odio per quelli che considerava nemici? O era come sbrigare una pratica burocratica?
Odio è una brutta parola, però forse lo era.

Ha mai avuto paura?
Certo, a volte la paura si confondeva con la paranoia, soprattutto quando accadevano degli imprevisti. Il problema era di bloccarla per rimanere lucidi. Anche quando si aspetta sotto casa qualcuno, per ore, travestiti con barba e baffi finti, la tensione è altissima. A volte mi è successo che, prima di entrare in azione, ho vomitato.

I RIMORSI DI UN ASSASSINO E LA DIGNITÀ DI ALDO MORO

Lei ha dei rimorsi?
Ne ho tanti, soprattutto per la gente che ho ucciso e per quello che è accaduto a mio fratello Roberto.

Le dispiace se parliamo di suo fratello?
No.

Si è letto nei verbali delle Br che suo fratello ha dato di lei giudizi terribili e l'ha accusata di essere colpevole della sua morte.
Quel filmato dove lui dice tutto questo è stato una messa in scena perché gli avevano promesso che poi lo avrebbero liberato, invece lo hanno ammazzato.

Lei come fa ad avere questa sicurezza?
Come l'ho saputo non lo dico.

Lei è il salvatore del professor Negri almeno per quanto riguarda la responsabilità sul sequestro Moro: cosa ne sa della vicenda?
Negri non c'entrava con Moro. Il piano fu deciso prima dal fronte logistico delle Br, poi dall'esecutivo.

Aveva saputo qualcosa sul comportamento di Moro durante la prigionia?
Sì, ho sentito dire che ha avuto un comportamento molto dignitoso, non ha ceduto su niente, è rimasto lucido fino in fondo.

Pensa che si sarebbe potuto salvare?
Indubbiamente.

Facendo che cosa?
Lui si sarebbe potuto salvare se avesse parlato, risposto alle domande, se avesse creato delle contraddizioni all'interno dello Stato e della Democrazia cristiana, in particolare.

Dall'esterno Moro poteva essere salvato?
Sì, se ci fosse stato il riconoscimento delle Br, sarebbe bastata anche la liberazione di un detenuto malato.

Per molti lei è stato il principale sterminatore delle Br: è vero o no?
Secondo me le Brigate rosse si sono scardinate da sole; forse io ho dato la prima spallata, penso anche che se non ci fossi stato io, ci sarebbe stato qualcun altro. Le Br non esistevano più politicamente.

Dopo tutte queste esperienze, che idea ha della morte?
Tremenda.

E della vita?
Bellissima. Secondo me vale la pena viverla fino in fondo.

 

biagi02PATRIZIO PECISENZANIROBERTO PECI ROBERTO PECI Mario MorettiPatrizio PeciBRIGATE ROSSE MARIO MORETTI ROBERTO PECI Roberto Peci in mano alle BRmoretti mario brigate galera

Ultimi Dagoreport

gian marco chiocci giorgia meloni palazzo chigi

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA NON SERVE A UN CAZZO –  LE MODIFICHE ALLA GOVERNANCE DELLA RAI, IMPOSTE DALL’UE, AVREBBERO DOVUTO ESSERE OPERATIVE ENTRO GIUGNO. E INVECE, IL GOVERNO SE NE FOTTE – SE IERI PALAZZO CHIGI SOGNAVA UNA RIFORMA “AGGRESSIVA”, CON L’OBIETTIVO DI “MILITARIZZARE” VIALE MAZZINI IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 2027, L’ESITO DISASTROSO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA HA COSTRETTO LA “FIAMMA TRAGICA” DI MELONI A RICONSIDERARE L’EFFICACIA DI RAI E MEDIASET – SOLO IL TG1 DI CHIOCCI FUNZIONA COME STRUMENTO DI PROPAGANDA: GLI ALTRI NON SONO DETERMINANTI, O PERCHÉ NON LI VEDE NESSUNO (RAINEWS) O PERCHÉ NON CONTROLLABILI (IL TG5-AFTER-MARINA, MA ANCHE TG2 E TG3) - INOLTRE, È IL “MODELLO” STESSO DEL TELEGIORNALE A ESSERE ORMAI OBSOLETO, QUANDO SI HA IN TASCA UN TELEFONINO SPARA-SOCIAL O UN COMPUTER SUL TAVOLO CHE INFORMA IN TEMPO REALE...

giorgia meloni riforma legge elettorale stabilicum

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA ELETTORALE, DITEMI A CHI CAZZO CONVIENE? – LA MELONA AZZOPPATA DAL REFERENDUM SAREBBE PRONTA A RITOCCARE IN BASSO L'ABNORME PREMIO DI MAGGIORANZA DELLO “STABILICUM” PUR DI FAR CONVERGERE IL SI' DELL’OPPOSIZIONE – MA LA FU DUCETTA HA DAVANTI DUE OSTACOLI: NON È SICURA DEI VOTI, A SCRUTINIO SEGRETO, DI LEGA E DI FORZA ITALIA CHE TEMONO UN TRAPPOLONE SUI SEGGI - IL SECONDO PROBLEMA SERPEGGIA IN FDI: IN CASO DI SCONFITTA, MOLTI DI LORO RISCHIANO DI FINIRE TROMBATI PROPRIO A CAUSA DEL PREMIO DI MAGGIORANZA – A SINISTRA, SE IL M5S E' ABBASTANZA FAVOREVOLE ALLA RIFORMA, IL DUPLEX PD-AVS E' DI AVVISO CONTRARIO (IL SOLITO ''DIVIDI E PERDI'', NON CONOSCENDO LA REGOLA DI OGNI COALIZIONE DI SUCCESSO: “PRIMA SI PORTA A CASA IL POTERE, POI SI REGOLANO I CONTI”)

beatrice venezi

DAGOREPORT! UNA NOTTE CON "BEATROCE" VENEZI: LA "FU BACCHETTA NERA" RICICCIA NEL RUOLO DI PRESENTATRICE DEL PROGRAMMA DI ''SKY ARTE", “RINASCIMENTI SEGRETI” - NON STIAMO SCHERZANDO, MEGLIO DI UNA DILETTA LEOTTA, LA VENEZI, CHIODO DI PELLE NERA E PANTA ADERENTI, RIPRESA PIÙ DA DIETRO CHE DA DAVANTI, HA VOCE SUADENTE, LEGGE IL GOBBO CON CAPACITÀ E GUARDA IL TELESPETTATORE CON UNA CERTA INNATA MALIZIA - ALLA VENEZI ANDREBBE AFFIDATO UN PROGRAMMA PER LA DIVULGAZIONE DELLA MUSICA CLASSICA, NON LA FENICE! SAREBBE DI AIUTO PER LA SOLITA TIRITERA DI “AVVICINARE I GIOVANI ALLA MUSICA CLASSICA”. L’AMICHETTISMO FA SCHIFO, MA SE INOLTRE GLI AMICI LI METTI FUORI POSTO, DALLA BACCHETTA AL PENNELLO… - VIDEO

buttafuoco giuli arianna giorgia meloni emanuele merlino elena proietti fazzolari

DAGOREPORT - UTERINO COM'È, GIULI NON HA RETTO ALL'ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO A NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LIBERALE E DELLA DESTRA RADICALE: VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO – IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLINA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, GHIGLIA,  SANGIULIANO, CACCIAMANI, DI FOGGIA, MESSINA, ETC) - FINIRÀ COSI': L'ALESSANDRO MIGNON DELL'EGEMONIA CULTURALE SCRIVERÀ UN ALTRO LIBRO: DOPO “IL PASSO DELLE OCHE”, ‘’IL PASSO DEI CAPPONI’’ (UN POLLAIO DI CUI FA PARTE...)

nigel farage keir starmer elly schlein giuseppe conte

DAGOREPORT – “TAFAZZISMO” BRITISH”! A LONDRA, COME A ROMA, LA SINISTRA È CAPACE SOLO DI DARSI LE MARTELLATE SULLE PALLE: A FAR PROSPERARE QUEL DISTURBATO MENTALE DI FARAGE  È LA SPACCATURA DELLE FORZE “DI SISTEMA”, CHE NON RIESCONO A FARE ASSE E FERMARE I SOVRANISTI “FISH AND CHIPS” - È MORTO E SEPOLTO IL BIPARTITISMO DI IERI E LA FRAMMENTAZIONE È TOTALE, TRA VERDI, LIB-LAB, LABOUR, TORY E CORNUTI DI NUOVO E VECCHIO CONIO – IL CASO MELONI INSEGNA: NEL 2022, LA DUCETTA VINSE SOLO PERCHÉ IL CENTROSINISTRA SI PRESENTÒ DIVISO, PER MERITO DI QUEI GENI DI ENRICO LETTA E DI GIUSEPPE CONTE – APPUNTI PER FRANCIA E GERMANIA, DOVE SI SCALDANO LE PEN E AFD (E L’EUROPA TREMA…)