GLI IMPUBBLICABILI - PERCHÉ NÉ ‘REPUBBLICA’ NÈ ‘L’UNITÀ’ HANNO MESSO IN PAGINA LE OPINIONI DEI ‘DISSIDENTI’ RENZI E ZINGARETTI? - PER TROVARE SPAZIO I DUE SONO ANDATI A BUSSARE AL ‘FOGLIO’ - FORSE PERCHÉ I DUE CONTESTANO L’ORTODOSSIA ECONOMICA DEL TANDEM LANDINI-FASSINA? CHI PRENDE LE DISTANZE DALLA SEGRETERIA DEL PARTITO È CESTINATO?…

Fabrizio Rondolino per "il Giornale"

«Dove vuole andare a parare Giuliano Ferrara?», si chiede sospettosa l'Unità. Quale disegno starà coltivando il mefistofelico direttore del Foglio, nonché amico, fan e consigliere del Caimano in persona? Quale devastante strategia sta mettendo a punto il dispettoso Elefantino contro il nobile quanto ingenuo Pd - quel partito che, se non perdesse le elezioni, di sicuro le vincerebbe?

Già, perché Ferrara, fra una risata in faccia a Sarkozy e un'esegesi papale, ha commesso l'imperdonabile leggerezza - citiamo ancora dall'Unità - di «ospitare le opinioni di alcuni rappresentanti (chi più titolato, chi meno) del Partito democratico». A parte la parentesi sul «titolato», che sta allo stalinismo più o meno come Sarkozy sta a De Gaulle, il sospetto dell'Unità ha un timbro vagamente surreale, visto che stiamo parlando di giornali politici, e i giornali politici, come persino i custodi dell'ortodossia dovrebbero sapere, ospitano prevalentemente interventi politici - chi più titolato, chi meno.

La domanda dunque va rovesciata: perché mai un dirigente del Pd in dissenso con la linea Landini-Fassina che oramai governa le sorti di quel partito deve rivolgersi al Foglio per poter veder pubblicata la sua opinione? Il Pd - caso più unico che raro al mondo - ha addirittura due quotidiani di riferimento (cioè finanziati col denaro pubblico che lo Stato riserva ai giornali di partito), l'Unità ed Europa; a sinistra si pubblicano anche il Riformista, diretto da un leader storico del Pci come Emanuele Macaluso, e il manifesto, che nasce proprio come giornale del dissenso comunista. C'è poi il Fatto e, naturalmente, c'è Repubblica, di cui il Pd, in un curioso rovesciamento delle parti, sembra a volte l'agit-prop e la muta cinghia di trasmissione.

È mai possibile che nessuna di queste sei autorevolissime testate abbia trovato la curiosità, l'interesse e lo spazio per pubblicare le opinioni di alcuni trentenni che preferiscono la Bce alla Fiom, sono pronti a discutere di riforma delle pensioni e credono che la flessibilità faccia bene all'occupazione? Come mai soltanto il Foglio ha giudicato degno di pubblicazione l'intervento con cui Nicola Zingaretti prende garbatamente ma fermamente le distanze dalla politica economica della segreteria del partito?

Il vero dramma della sinistra italiana, dopo il dilagare del giustizialismo, è il prevalere di un pensiero unico anche nelle politiche economiche e sociali: è un pensiero unico che ribalta tutte le acquisizioni della «Terza via» di Tony Blair e archivia le scelte liberali e liberalizzatrici del governo Prodi-Ciampi, per ripiegare invece sulla difesa testarda e miope del sistema di garanzie che ha portato alla bancarotta dello Stato e all'esclusione dal mercato del lavoro di milioni di «non garantiti». Se dunque «chi inneggia a proposte liberiste» (la prosa dell'Unità è da antologia) trova spazio sul Foglio e non sui sei quotidiani che la sinistra ogni giorno manda in edicola, è perché la sinistra ha smesso di pensare.

La scorsa settimana i «T-Party» (dove «T» sta per trentenni) avevano pubblicato sul giornale di Ferrara un manifesto che in parte rimpiange Prodi e la stagione nascente dell'Ulivo, e in parte solleva questioni di stringente attualità (ancor più dopo la lettera d'intenti del governo italiano all'Unione europea): pensioni, mercato del lavoro, liberalizzazioni, flessibilità. I giornali della sinistra benpensante e ben allineata si sono limitati a una breve citazione, o al silenzio.

Ieri è stata la volta di Zingaretti, il presidente della Provincia di Roma che molti considerano l'anti-Renzi, e che con il sindaco di Firenze tuttavia condivide l'abitudine a pensare con la propria testa. Anche il manifesto di Zingaretti, certo più moderato di quello dei trentenni, apre il dibattito su pensioni e flessibilità, invitando la sinistra a non considerarli più un tabù. E anche Zingaretti ha dovuto bussare alla redazione del Foglio. Ma la censura, anche involontaria e casuale, non è mai una buona scelta. Se per ogni cinque interviste a Pisanu e dieci panegirici di Fini i giornali di sinistra pubblicassero di tanto in tanto anche un intervento riformista, non allineato e vagamente liberale, di certo il sistema neuronale del Pd ne trarrebbe grandi vantaggi.

 

GIULIANO FERRARA NICOLA ZINGARETTI RENZIMAURIZIO LANDINI stefano fassina

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