UN PARTITO IN ATTESA DEL GIUDIZIO SUL CAV (E NON È IL PDL!) – LA CONDANNA DEL CAV SAREBBE UNA CONDANNA ANCHE PER IL PD

Claudio Cerasa per "Rivista Studio"

A poche ore ormai dal giudizio che la cassazione darà in merito alla famosa e attesa sentenza su Silvio Berlusconi, e su quel processo (Mediaset) all'interno del quale il Cavaliere è stato già condannato in primo e secondo grado a quattro anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, esiste un elemento di riflessione legato alla possibile condanna del leader del Pdl che per molti versi è paradossale e che giorno dopo sta però emergendo sempre con maggiore chiarezza.

La questione è semplice, ed è un punto sul quale in queste ore si stanno interrogando in molti all'interno del primo partito d'Italia: ma perché una sentenza di condanna per Berlusconi rischia di spaccare più il partito alternativo a Berlusconi (il Pd) che il partito dello stesso Berlusconi (il Pdl)? E perché, in questi ultimi giorni, tutte le luci dei riflettori sono puntate più su cosa farà il Pd in caso di condanna del Cavaliere che su cosa farà il Pdl? E perché, infine, quasi tutti i ministri del governo Letta riconoscono che una condanna di Berlusconi potrebbe "costringere" il Pd a far saltare l'esecutivo?

Sul perché il Pdl promette di non far cadere il governo anche in caso di condanna di Berlusconi la risposta è semplice: da un lato c'è una pura questione di tattica, un tentativo di nascondere sotto il cuscino i numerosi falchi del partito, sperando magari che questo possa aiutare a creare un clima positivo attorno alla Cassazione;

dall'altro lato c'è però una pura questione di sopravvivenza, perché il Pdl sa perfettamente che Napolitano, nel caso in cui il centrodestra si dovesse azzardare a togliere la fiducia a questo governo, ha già diverse opzioni sul tavolo per evitare che il paese torni al voto, e dunque al Pdl, comunque sia, conviene rimanere aggrappato con gli artigli a questo governo (al massimo potrebbe dividersi in due, tra chi continuerebbe a sostenere il governo e chi no, ma sempre stando bene attenti a offrire a Letta i numeri giusti per continuare ad andare avanti).

Per quanto riguarda il Pd, invece, lo spirito con cui si attende la sentenza Mediaset (a prescindere se questa arriverà domani o verrà rinviata) riflette in modo plastico le fragilità identitarie del Partito democratico, e in qualche modo si può dire, senza voler esagerare con i paradossi, che una condanna di Berlusconi rischia di essere una condanna per il Pd. È naturale che, in questo scenario, il problema principale sarebbe quello di spiegare ai propri elettori come si può governare con un partito guidato da un leader che oltre che essere imputato in molti processi è stato, in un altro processo, persino condannato in via definitiva. D'accordo, c'è anche questo.

Ma se vi fermate un attimo a riflettere vi renderete conto che c'è qualcosa che non quadra, e che il vero punto semmai è un altro: che il Partito democratico, come è evidente, non è sufficientemente forte per vivere e agire e ragionare a prescindere dal destino di Silvio Berlusconi e che dopo tre mesi di passione all'interno del governo delle larghe intese non è ancora riuscito a spiegare ai propri elettori che la sua alleanza di governo con il centrodestra non è frutto di inciucio con i nemici di una vita ma è semplicemente il frutto di un risultato elettorale che ha messo insieme, come capita spesso in quasi tutte le più mature democrazie europee, le prime due forze del paese.

Detto in altre parole, se il Partito democratico fosse quel partito moderno, riformista e post novecentesco che sostiene di essere (e che invece purtroppo non è) osserverebbe la sentenza della Cassazione in modo sereno, neutrale, non angosciato, e dovrebbe dire in tutte le salse che la sua momentanea alleanza con il Pdl andrà avanti a prescindere dalle sentenze che riguardano il suo capo, visto e considerando che la grande coalizione oggi non è solo un'alleanza tra Cicchitto e Fassina ma è un'alleanza, che sommando i voti dei primi due partiti d'Italia, è dettata dal voto di quasi 20 milioni di persone. È così difficile da capire?

È in questo senso, dunque, che sarebbe un boomerang per un partito come il Pd togliere la spina al governo per una condanna di Berlusconi: magari galvanizzerebbe i democratici a cinque stelle e porterebbe molti elettori a schiacciare il pulsante like sulle pagine dei democratici, ma significherebbe allo stesso tempo mettere in cima all'agenda del paese i problemi del proprio partito e non quelli del paese, che in una fase storica e delicata come questa, con la recessione che ci ritroviamo, la non crescita che ci ritroviamo, la disoccupazione che ci ritroviamo e il debito pubblico che ci ritroviamo in fondo chiede solo una cosa: essere governato.

Questo dunque è il grande paradosso che si indovina dietro le fibrillazioni legate al destino giudiziario del Cav. E chissà allora se il Pd riuscirà a evitare che una condanna di Berlusconi condanni il paese a non avere una sinistra all'altezza della situazione.

 

 

 

epifani-cadutaBerlusconi e Ghedini FRANCO COPPI i giudici riuniti in cassazione cassazionebersani renzi berlusconi-bersani

Ultimi Dagoreport

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: LA MINORANZA INTERNA E LA STESSA MARINA BERLUSCONI VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO LETIZIA MORATTI O MASSIMILIANO SALINI - E TAJANI? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI. L'EX MONARCHICO CIOCIARO SI SBATTE PER UN POSTO PER LA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI…

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...

giorgia meloni trump viviana mazza netanyahu

DAGOREPORT – PERCHÈ È PIÙ FACILE PARLARE CON L’UOMO PIÙ POTENTE (E DEMENTE) DEL MONDO CHE CON GIORGIA MELONI? - PORRE UNA DOMANDINA ALLA "PONTIERA IMMAGINARIA" DEI DUE MONDI È PRATICAMENTE IMPOSSIBILE, MENTRE CON TRUMP BASTA UNO SQUILLO O UN WHATSAPP E QUELLO…RISPONDE – L'INTERVISTA-SCOOP AL DEMENTE-IN-CAPO, CHE LIQUIDA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA LA PREMIER DELLA GARBATELLA, REA DI AVER RESPINTO L'INAUDITO ATTACCO A PAPA LEONE, NON E' FRUTTO DI CHISSA' QUALE STRATEGIA DI COMUNICAZIONE DELLA CASA BIANCA, MA SOLO DELLA DETERMINAZIONE GIORNALISTICA DELL'INVIATA DEL "CORRIERE", VIVIANA MAZZA, CHE L'HA TAMPINATO E SOLLECITATO AD APRIRE LE VALVOLE – E' PASSATO INVECE QUASI INOSSERVATO IL SILENZIO SPREZZANTE DI NETANYAHU VERSO MELONI CHE HA FINALMENTE TROVATO IL CORAGGIO DI SOSPENDERE IL PATTO DI DIFESA ITALIA-ISRAELE - TRA UN BOMBARDAMENTO E L'ALTRO DEL LIBANO, IL GOVERNO DI TEL AVIV HA DELEGATO UN FUNZIONARIO DI TERZO LIVELLO PER AVVERTIRE CHE “L’ITALIA HA MOLTO PIÙ BISOGNO DI NOI DI QUANTO NOI ABBIAMO BISOGNO DI LORO''...

marina berlusconi antonio tajani giorgia meloni pier silvio nicola porro paolo del debbio tommaso cerno

DAGOREPORT - MARINA BERLUSCONI NON È MICA SODDISFATTA: AVREBBE VOLUTO I SUOI FEDELISSIMI BERGAMINI E ROSSELLO COME CAPOGRUPPO, MA HA DOVUTO ACCETTARE UNA MEDIAZIONE CON IL LEADER DI FORZA ITALIA, NONCHE' MINISTRO DEGLI ESTERI E VICE PREMIER, ANTONIO TAJANI - LA CACCIATA DEL CONSUOCERO BARELLI, L'AMEBA CIOCIARO NON L'HA PRESA PER NIENTE BENE: AVREBBE INFATTI MINACCIATO ADDIRITTURA LE DIMISSIONI E CONSEGUENTE CADUTA DEL GOVERNO MELONI – AL CENTRO DELLA PARTITA TRA LA FAMIGLIA BERLUSCONI E QUELLO CHE RESTA DI TAJANI, C’È IL SACRO POTERE DI METTERE MANO ALLE LISTE DEI CANDIDATI ALLE POLITICHE 2027 – PIER SILVIO SUPPORTA LA SORELLA E CERCA DI “BONIFICARE” LA RETE(4) DEI MELONIANI DI MEDIASET GUIDATA DA MAURO CRIPPA (IN VIA DI USCITA), CHE HA IN PRIMA FILA PAOLO DEL DEBBIO E SOPRATTUTTO NICOLA PORRO (SALLUSTI SI E' INVECE RIAVVICINATO ALLA "FAMIGLIA") – RACCONTANO CHE IL VOLUBILE TOMMASINO CERNO-BYL SI E' COSI' BEN ACCLIMATATO A MILANO, ALLA DIREZIONE DE "IL GIORNALE", CHE PREFERISCA PIU' INTRATTENERSI CON I “DIAVOLETTI” DELLA BOLLENTE NIGHTLIFE ''A MISURA DUOMO'' CHE CON GLI EDITORI ANGELUCCI…

xi jinping donald trump iran cina

DAGOREPORT – LA CINA ENTRA IN GUERRA? L’ORDINE DI TRUMP DI BLOCCARE "QUALSIASI NAVE CHE TENTI DI ENTRARE O USCIRE DALLO STRETTO DI HORMUZ E DAI PORTI IRANIANI" NON POTEVA NON FAR INCAZZARE IL DRAGONE, PRINCIPALE ACQUIRENTE DI GREGGIO IRANIANO – SE NON VIENE REVOCATO IL BLOCCO, PECHINO MINACCIA DI FAR SALTARE L’ATTESO INCONTRO AL VERTICE CON XI JINPING, IN AGENDA A MAGGIO A PECHINO - DI PIU': IL DRAGONE SI SENTIRÀ AUTORIZZATO A RIBATTERE CON RAPPRESAGLIE POLITICHE CHE POTREBBERO TRASFORMARSI IN RITORSIONI MILITARI - L'ARABIA SAUDITA IMPLORA TRUMP DI FINIRLA DI FARE IL VASSALLO DI ISRAELE E DI TORNARE AL TAVOLO DEI NEGOZIATI CON L'IRAN. RIAD TEME CHE TEHERAN POSSA SCHIERARE I SUOI ALLEATI HOUTHI IN YEMEN PER BLOCCARE LO STRETTO DI BAB AL-MANDEB, UN'ARTERIA VITALE CHE TRASPORTA IL 10% DEL COMMERCIO GLOBALE TRA L'ASIA E I MERCATI EUROPEI ATTRAVERSO IL CANALE DI SUEZ, DETTA "PORTA DELLE LACRIME"…