1. PETRAEUS SI SCUSA CON IL CONGRESSO: ‘LE MIE DIMISSIONI NON LEGATE AL CASO BENGASI' 2. SUI RAPPORTI E RAPPORTINI CON PAULA BROADWELL: "MI SONO MACCHIATO DI UN COMPORTAMENTO DISONOREVOLE, MA NON HO MAI PASSATO INFORMAZIONI SEGRETE A NESSUNO" 3. L’EX KING DAVID SI è TOLTO QUALCHE SASSO DALL’ANFIBIO PUNTANDO IL DITO SUI VERTICI DELLE ALTRE AGENZIE DI INTELLIGENCE FEDERALI, ACCUSANDOLE DI AVER MODIFICATO IL PRIMO RAPPORTO CIA SUI FATTI DI BENGASI IN CUI GIÀ SI PARLAVA DI ATTACCO TERRORISTICO 4. IL MINISTRO DELLA DIFESA LEON PANETTA HA AVANZATO AL CAPO DI STATO MAGGIORE DELLE FORZE ARMATE, IL GENERALE DEMPSEY, UNA RICHIESTA SENZA PRECEDENTI: UN TEST DI MORALITÀ A CUI DOVRANNO ESSERE SOTTOPOSTI TUTTI GLI UFFICIALI DELL'ESERCITO 6. DOPO L’FBI, SULLA CONDOTTA DI PETRAEUS LA CIA HA APERTO UN'INDAGINE CONOSCITIVA

1. PETRAEUS SI SCUSA CON IL CONGRESSO: 'MA LE MIE DIMISSIONI NON LEGATE A GESTIONE CASO BENGASI'
L'ex direttore della Cia, David Petraeus, si è scusato con il Congresso per lo scandalo che lo ha travolto e costretto alle dimissioni, negando che queste ultime siano collegate alla gestione del caso Bengasi. Lo ha fatto nel corso di una dichiarazione in Commissione Servizi della Camera durata una ventina di minuti.

David Petraeus ha anche puntato il dito sui vertici delle altre agenzie di intelligence federali, accusandole di aver modificato il primo rapporto Cia sui fatti di Bengasi in cui già si parlava di attacco terroristico. Lo ha riferito un parlamentare che ha assistito all'audizione dell'ex direttore della Cia in Congresso.

PETRAEUS, NON HO PASSATO INFORMAZIONI SEGRETE - "Mi sono macchiato di un comportamento disonorevole, ma non ho mai passato informazioni segrete a nessuno". Sono le prime parole di David Petraeus da quando è esploso lo scandalo che lo ha travolto per le sue relazioni con la sua biografa Paula Broadwell e la misteriosa intermediaria di Tampa Jill Kelley.

Sulla condotta di Petraeus la Cia ha aperto un'indagine conoscitiva: "Rivediamo costantemente le nostre azioni, se ci sono delle conclusioni da tirare in questa vicenda lo faremo" spiega un portavoce della Cia. Il generale - secondo quanto riportato dai media Usa - si sarebbe sfogato con una giornalista televisiva che è riuscita a contattarlo e che più volte in passato lo aveva intervistato.

Dal colloquio - raccontato dalla donna - viene fuori un uomo distrutto, ma determinato a spiegare come sono andate realmente le cose; e a difendersi da chi lo accusa di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale. E' consapevole di averla combinata grossa - afferma Kyra Phillips di Hln Tv - e che questa vicenda rappresenta "un suo personale fallimento".

Ha però confessato - prosegue Phillips - "di sentirsi fortunato di avere una moglie molto migliore di lui". Petraus però reagisce anche alle voci che parlano di dissapori negli ultimi giorni in cui è stato a capo della Cia. Uno scontro con i vertici del Pentagono e dei Servizi - scrive il Wall Street Journal - sulla versione da dare sui fatti di Bengasi, sull'attacco al consolato Usa costato la vita all'ambasciatore Chris Stevens e ad altri tre cittadini americani.

Lui avrebbe voluto venire subito allo scoperto per spiegare le cose e diradare i sospetti sulla Cia, replicando a chi ha accusato l'agenzia di essere dietro a quanto accaduto. Per esempio per aver catturato alcuni miliziani ed aver provocato l'attacco che ha causato la tragedia. I superiori, però, lo avrebbero stoppato.

Petraeus - stando al racconto della Phillips - negherebbe questa versione, sostenendo che le sue dimissioni nulla hanno a che fare col caso Bengasi. La sua verità comunque è attesa domani in Senato, dove il generale è atteso per una testimonianza sul caso. Le audizioni in Congresso per fare chiarezza sull'episodio di Bengasi sono già iniziate, e sono stati ascoltati il direttore ad interim della Cia, Michael Morell, il direttre aggiunto del Fbi, Sean Joyce, il segretario di Stato aggiunto, Patrick Kennedy, e il numero uno dell'antiterrorismo, Mattew Olsen.

Domani - oltre a Patraeus - sarà la volta del responsabile dei Servizi, James Clapper, mentre il segretario di Stato, Hillary Clinton, riferirà al Congresso il mese prossimo. Intanto il numero uno del Pentagono, Leon Panetta, ha avanzato al capo di stato maggiore delle forze armate, il generale Marin Dempsey, una richiesta senza precedenti: un test di moralità a cui dovranno essere sottoposti tutti gli ufficiali dell'esercito, dopo lo scandalo che ha travolto non solo il generale Petraeus ma anche il capo delle forze alleate in Afghanistan, il generale John Allen, la cui nomina a capo supremo delle forze della Nato è stata sospesa dal 'Commander in Chief', il presidente americano Barack Obama.

Le vicende che hanno travolto l'esercito in questi giorni - ha affermato Panetta - "hanno il potere di minare la fiducia dell'opinione pubblica nei confronti del nostro sistema". Ecco dunque che con il test si cerca di ridare credibilità ad una istituzione un po' appannata.

2. ESERCITO DELLA SCHIFEZZA - ECCO COME CROLLANO LE INTOCCABILI TRUPPE AMERICANE, ADULATE DALL'OPINIONE PUBBLICA

Vittorio Zucconi per "la Repubblica"

C'è del marcio sotto le stelle dei generali americani. Il caso del "Pentagono Amoroso", riedizione aggiornata del vecchio e superato triangolo, lo sta scavando. Non è soltanto la storia della ascesa e caduta di "King David", come sottovoce, molto sottovoce, era stato soprannominato da colleghi e subordinati David Petraeus, quello che affiora dallo scandalo.

È la chiamata in giudizio di una casta militare che era diventata intoccabile, che dopo l'11 settembre era divenuta oggetto di culto e venerazione acritica da parte di un pubblico terrorizzato al pensiero di essere indifeso davanti alle bombe della jihad estremista e di ripetere "la pugnalata alle spalle" dei propri soldati nel decennio del Vietnam. Ma deciso a lasciare ad altri la responsabilità di morire e di uccidere.

«La cultura della mediocrità, del carrierismo e del "primo coprirsi il sedere" sta corrodendo gli alti comandi dell'Esercito americano» aveva scritto nel suo spietato saggio denuncia The Generals lo studioso di affari militari Tom Ricks. «Soltanto uno si salva - aveva precisato l'autore pagando il tributo al Cesare americano venerato dalla presidenza Bush e dai suoi consiglieri neocon - il generale Petraeus». Pochi mesi dopo l'uscita, sarebbe già necessaria una revisione. Petraeus l'"eccezione" ha confermato la regola.

Come sempre accade, il sollevarsi del coperchio sulla pentola più grossa nella enorme cucina del Pentagono con il suo milione e mezzo di impiegati in uniforme, ha permesso di vedere quanto ammaccata fosse tutta la batteria di tegami e tegamini. Si scopre che soltanto nelle due settimane di ottobre che hanno preceduto il caso di Paula e del suo peach, la sua "pesca", come lei aveva incongruamente, ma intimamente, ribattezzato il generalissimo, altri quattro generali con una o più stelle, erano stati inguaiati per "comportamenti inappropriati", il lenzuolo genericamente eufemistico che copre tutto senza dire niente.

A William Ward, generale incaricato del Comando Africa, forse in omaggio al suo essere uno dei pochi alti ufficiali afroamericani, è stata tolta una stella dalle spalline e 82mila dollari dalla paga, per rimborsare l'Esercito di spese non giustificabili per viaggi, feste, banchetti. Di John Allen, successore di Petraeus in Afghanistan e Supremo Comandante designato della Nato, sappiamo. È l'amico forse troppo intimo di quella Jill Khawam Kelley che riceveva da Paula le lettere minatorie che hanno aperto il vaso di Pandora. La sua nomina alla guida militare della Nato è oggi congelata.

L'ammiraglio James Stavridis, anche lui ai vertici della Nato, si è preso un "cartellino giallo" da Washington con l'ammonimento a sorvegliare meglio il proprio staff, le loro spese, i loro comportamenti, al termine di una inchiesta interna. Rosso invece, con serio rischio di Corte Marziale e di carcere se le accuse saranno confermate, per il Brigadier Generale Jeffrey Sinclair, imputato di "sodomia forzata" su cinque donne ufficiali che facevano parte del suo staff.

Prima ancora, a gettare fango sull'esercito era stata la generalessa Janis Karpinski, responsabile della Polizia militare nel carcere iracheno degli scandali, Abu Ghraib: aveva chiuso gli occhi di fronte alla tortura dei prigionieri. Eppure proprio la scorsa estate, parlando a truppe schierate, il segretario della Difesa Leon Panetta, che ieri ha lanciato l'idea di un nuovo "codice etico" per gli alti gradi così confermandone la necessità, aveva ammonito i giovani in uniforme «a esercitare la massima attenzione sul proprio comportamento».

«Nell'epoca della comunicazione elettronica tutto quello che fate, ovunque lo facciate, può essere registrato e diffuso», aveva detto, un monito dal quale i signori delle stelle, i generali e gli ammiragli, dovevano considerarsi esentati. Ieri ha proposto che tutti i generali siano sottoposti a un test di moralità. «Corre più rischi di conseguenze un soldato semplice che perda il fucile, di quanti ne corra un generale che perda una guerra» aveva scritto, amaramente, il tenente colonnello in servizio attivo, Paul Yingling nel 2007, giocandosi ovviamente ogni promozione.

«Restano al comando per sei mesi e la loro missione è quella di non correre rischi per la carriera e di tenersi buoni i boss politici a Washington, salvandosi le stelle sulle spalle», notava il colonnello. Missione non marginale, se è vero che una stellina in meno strappata dall'uniforme costa, contro la futura pensione del generale degradato, un milione di dollari, secondo le tabelle del Pentagono, calcolando 30 anni dopo il ritorno alla vita civile. E questo senza valutare i grassi contratti di consulenza per aziende private del complesso militare-industriale che ora esiteranno molto a ingaggiare Petraeus come lobbista. Primo comandamento del buon generale: non fare onde.

Se oggi è la curiosità attorno a quell'aria da proconsoli romani sotto le loro tende in lontane province a far scandalo, sono l'incompetenza, la mediocrità, il "fare clan" delle alte sfere militari a inquietare nel tempo delle nuove guerre anomale, dentro la più colossale burocrazia militare che il mondo conosca.

Non che in passato fosse diverso. Durante la Seconda Guerra mondiale, quando contabili, medici, dentisti, avvocati, bottegai, furono sparati verso alti comandi senza grande preparazione, l'alibi per errori, inettitudini ed esitazioni era quella del «cittadino soldato». Una divisione americana inchiodata e immobile in Normandia ebbe tre comandanti destituiti sul posto e rimpiazzati in una settimana, fino a quando si trovò un leader energico.

Ma dal Vietnam, dove i disastri del super generale Westmoreland sono stati ben documentati in poi, la casta militare prodotta soprattutto da West Point si è chiusa nella fortezza dei propri odi interni, della propria carriera, garantendosi coperture politiche. Franks, il generale che conquistò Baghdad nel 2003 e si affrettò ad andare in pensione consegnando il bambino ad altri, scrisse che sapeva di «avere le spalle coperte da Rumsfled (ministro della Difesa) e da Bush, qualsiasi scelta avessi fatto».

Petraeus era il cocco della scriteriata banda dei neo-con che avevano pilotato l'ignaro Bush verso le due campagne in Asia, e sul loro sostegno si arrampicò verso la posizione di "Number One" nella gerarchia di fatto nella opinione pubblica, che lui coltivava. Anche il «grave errore di giudizio», come ora dice, commesso prendendosi la biografa in branda nasceva, insieme con la voglia pazza, anche con l'intenzione di avere da lei una agiografia laudatoria. Lei puntuale la consegnò con l'ormai famoso titolo freudiano di "All In", Tutto dentro, delizia degli show satirici serali da una settimana.

Dovevano pur sapere, lui, il successore Allen, il presunto violentatore Sinclair, che il Codice Militare, l'Ucmi, esplicitamente proibisce "relazioni extraconiugali". Ma non gli importava. Il generale nella propria stellata solitudine, circondato soltanto da sicofanti, staff, attendenti scelti uno per uno e a lui totalmente devoti, soprattutto in una zona di guerra come l'Iraq e l'Afghanistan dove si muore e si uccide ogni giorno, è Dio in tuta da fatica.

E dove non arriva a proteggerli la complicità dei sottoposti e dei patronati politici, arriva la ripetizione ossessiva del culto delle "nostre truppe", osannate nel continuo mantra ipocrita di una popolazione civile che non sarà mai chiamata a combattere, attraverso la leva. Anche Petraeus, a modo suo è un caduto al fronte. Colpito non da Marte, ma da Venere.

 

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