L'ATTO DI GUERRA DELLA BUROCRAZIA VERSO IL GOVERNO L'HA FIRMATO CARLO DEODATO, EX CAPO DEL DIPARTIMENTO AFFARI LEGISLATIVI, SFANCULATO PER FAR POSTO ALLA "VIGILESSA" MANZIONE - “SENZA LE ÉLITE NON SI GOVERNA. BISOGNA INTENDERSI CON LA PARTE MIGLIORE DELLA CLASSE DIRIGENTE. E NON FARLE LA GUERRA…”

Carlo Deodato per “il Foglio”

*Consigliere di stato, ex capo del Dipartimento degli affari legislativi (Dagl) durante la presidenza del Consiglio guidata da Enrico Letta

 

Carlo Deodato Carlo Deodato

Già Platone e Aristotele, seppur con accenti diversi (“socialista” ante litteram il primo e “liberale”, sempre ante litteram, il secondo), avevano identificato la migliore forma di governo nell’aristocrazia (non degenerata nella forma deteriore dell’oligarchia), intesa, in senso etimologico, come governo dei migliori (e non come classe sociale). I filosofi ateniesi avevano, in particolare, compreso come un’amministrazione giusta e virtuosa della pòlis esigesse la partecipazione al governo dei cittadini più saggi, retti e capaci.

 

La semplicità dell’organizzazione delle città greche favoriva la riflessione politica sulla bontà del governo aristocratico. Nelle società contemporanee la questione è complicata dalla complessità dell’architettura dello Stato moderno, dall’eterogeneità dei suoi compiti e dal tecnicismo delle funzioni affidate alle magistrature di governo. Nondimeno, la concezione filosofica e politica di Platone e Aristotele resta attuale ed è stata declinata dai sociologi e politici moderni secondo la dottrina dell’elitismo.

MATTEO RENZI E ANTONELLA MANZIONEMATTEO RENZI E ANTONELLA MANZIONE

 

Sulla base dell’osservazione empirica che l’amministrazione della res publica è naturalmente affidata a una minoranza (anche nei regimi democratici e senza alcuna contraddizione con il principio maggioritario che li regge), Pareto, Mosca e Michels, riprendendo alcune riflessioni di Max Weber sulla “superiorità del piccolo numero”, hanno teorizzato, agli inizi del secolo scorso, l’esistenza di élites, classificandone tipologie e ruoli, alle quali resta fisiologicamente riservato il governo della vita politica, sociale, culturale ed economica di uno Stato.

 

Carlo Deodato  Carlo Deodato

Si tratta di una concezione anti ideologica originata dalla semplice constatazione (Dahrendorf) che in tutte le organizzazioni complesse i ruoli direttivi vengono di fatto (e inevitabilmente) assunti da una minoranza di persone (spesso dotate di cultura e competenze superiori), che ne determinano l’amministrazione e lo sviluppo (anche se Dahl segnala il pericolo della degenerazione di tale modello, potenzialmente virtuoso, in una dannosa lotta di potere tra diverse élites). E ciò accade non solo nella politica, ma anche nella cultura e nell’economia.

 

Nelle società liberali e democratiche all’élite politica vera e propria, costituita dai maggiori responsabili della funzione di governo e di quella legislativa, si affianca, in posizione di collaborazione (più o meno coinvolta nei processi decisionali), un’élite amministrativa (alla quale appartiene la classe dirigente non eletta).

MATTEO RENZI E ANTONELLA MANZIONEMATTEO RENZI E ANTONELLA MANZIONE

 

Nelle organizzazioni contemporanee si sono strutturati, infatti, alcuni corpi scelti (coincidenti con l’alta amministrazione e con le giurisdizioni superiori) dove si sono radicate e sono cresciute competenze, conoscenze e professionalità delle quali l’élite politica si è sempre servita per elaborare, amministrare ed eseguire, con maggiore efficacia e utilità, le decisioni pubbliche affidate alla sua responsabilità.

 

Secondo la fisiologia dei rapporti tra classe politica e classe dirigente, la legittimazione elettiva della prima e quella tecnica della seconda si riconoscono a vicenda in un virtuoso circuito di lealtà istituzionale e cooperano alla ricerca del bene comune dei cittadini amministrati.

 

RENZI E LETTARENZI E LETTA

La partecipazione dell’élite amministrativa ai processi decisionali non contraddice il principio maggioritario su cui si fondano le democrazie (come hanno chiarito lucidamente Mannheim, Schumpeter, Lasswell e Sartori), nella misura in cui la classe dirigente viene reclutata e selezionata secondo criteri effettivamente meritocratici (e non secondo oscure dinamiche di cooptazione politica) e, soprattutto, presta la sua competenza tecnica ai decision o policy makers secondo una chiara e riconoscibile distinzione dei ruoli e delle responsabilità (senza che trasmodi, in altri termini, nel fenomeno deteriore della tecnocrazia oligarchica e deresponsabilizzata).

 

Questo modello di collaborazione viene ordinariamente utilizzato per il governo delle società più complesse, nelle quali tecnica e politica sono “costrette” a stipulare intese e a stringere alleanze di cooperazione. L’Esecutivo in carica ha, tuttavia, interrotto questa prassi, consegnandoci un’inedita situazione di scollamento tra classe politica e classe dirigente.

Carlo DeodatoCarlo Deodato

 

La classe politica governante (composta, per la prima volta, da pochissime persone) ha, infatti, manifestato chiaramente l’intendimento di trascurare la tradizionale collaborazione dell’élite amministrativa e di preferire un’assunzione diretta ed esclusiva delle responsabilità decisionali, nel sottinteso presupposto che la partecipazione della classe dirigente all’azione di governo potesse rallentare o (addirittura) ostacolare il processo di cambiamento fortemente voluto dall’Esecutivo in carica ed indirizzato (tra l’altro) proprio a una profonda revisione dell’ordinamento delle amministrazioni e delle giurisdizioni che tradizionalmente esprimono l’élite estromessa dalle decisioni.

 

Ma è possibile prescindere dall’ausilio o dalla collaborazione dell’élite amministrativa? O, addirittura, progettare riforme, non solo senza, ma contro di essa? No, non è possibile. O, meglio, sì, ma con la consapevolezza che in tal modo il processo di cambiamento (che, occorre riconoscerlo, si rivela necessario sotto più profili) rischia di risultare velleitario e inefficace. E ciò per almeno due ragioni.

RENZI E LETTARENZI E LETTA

 

Innanzitutto, perché solo l’élite amministrativa possiede la conoscenza e la competenza necessarie per progettare ed eseguire un’efficace ridefinizione della propria organizzazione e delle proprie funzioni, in quanto unicamente consapevole delle reali esigenze di revisione del proprio ordinamento e dei corrispondenti interventi necessari.

 

E, poi, perché l’imposizione di decisioni non condivise o, comunque, non governate d’intesa con i vertici (o con gli esponenti più influenti) delle strutture destinatarie del progetto di cambiamento e, in ogni caso, non generate da una visione strategica e partecipata della nuova missione assegnata alle stesse, finisce per suscitare inevitabili resistenze culturali e fisiologiche reazioni intellettuali all’accettazione del nuovo status (non condiviso) e, più in generale, per produrre difficoltà applicative che possono addirittura vanificare l’utilità delle riforme.

 

MATTEO RENZI IN CONFERENZA STAMPA A PALAZZO CHIGI FOTO LAPRESSE MATTEO RENZI IN CONFERENZA STAMPA A PALAZZO CHIGI FOTO LAPRESSE

Né varrebbe obiettare che il coinvolgimento della classe dirigente nei processi decisionali che riguardano proprio il suo status e i suoi compiti sarebbe (quello sì) del tutto inutile, se non dannoso. Avvertiva, in proposito, Pareto che ogni élite si compone naturalmente di due categorie di persone: quelle sensibili al cambiamento e quelle orientate alla conservazione.

 

E’ chiaro che un Esecutivo che intenda lucidamente innovare profondamente l’ordinamento dell’amministrazione pubblica dovrà stringere un’alleanza con la componente dell’élite amministrativa più illuminata e consapevole della necessità del cambiamento della società, ma anche delle proprie strutture e del proprio ruolo, e non potrà fare a meno di tale intesa.

 

Palazzo ChigiPalazzo Chigi

Solo quest’ultima, infatti, permetterà il concepimento e la produzione di riforme utili, efficaci e, soprattutto, assimilabili (senza crisi di rigetto) dal sistema. La pretesa, viceversa, della gestione esclusiva ed escludente del processo di cambiamento rischia, infatti, di produrre il devastante effetto di un vero e proprio sgretolamento istituzionale. La diffidenza (anche solo unilaterale) tra classe politica e classe dirigente frantuma l’edificio della res publica e genera le macerie della disgregazione.

 

La classe dirigente di un Paese è la sua linfa vitale, tanto che nei passaggi da regimi autoritari a regimi democratici è stata in grande misura mantenuta (come è accaduto alla Germania postnazista, all’Italia postfascista, al Giappone postbellico e alle repubbliche originate dal dissolvimento dell’Unione Sovietico), e la sua esclusione dalla partecipazione ai processi decisionali rischia di indebolire e di far fallire ogni tentativo, per quanto vigoroso, di cambiamento.

MACHIAVELLIimages MACHIAVELLIimages

 

Stiamo assistendo, in definitiva, a una rivoluzione monca, fragile, fallace, che si presta a svanire rapidamente nella più gattopardesca eterogenesi dei fini. Machiavelli diceva che i principi che si atteggiano come volpi (anziché come leoni) durano più a lungo, perché sono più scaltri. E aveva ragione. Sennonché la vera astuzia consiste nell’intendersi con la parte migliore della classe dirigente. E non nel mortificarla o nel farle la guerra. Che non sono affatto mosse astute.

 

Ultimi Dagoreport

meloni salvini tajani

DAGOREPORT – CON UN PARTITO IN DISCESA LIBERA E SEMPRE PIU' SPAPPOLATO DAI "LEGHISTI DEL NORD", NESSUNO, NEMMENO IL SUO "IDEOLOGO" E FUTURO SUOCERO DENIS VERDINI, RIESCE A FAR RAGIONARE MATTEO SALVINI - L’ULTIMA DELLE TANTE USCITE FUORI DI SINAPSI DEL "BOLLITO LOMBARDO'' SAREBBE AVVENUTA NEI GIORNI SCORSI, L'IPOTESI DI FDI DI VOTO CON BALLOTTAGGIO, L'AVREBBE TALMENTE "ALTERATO" DA CHIAMARE GIORGIA MELONI, SBRAITANDO: “TOLGO LA FIDUCIA AL GOVERNO!” - E DOMENICA 20 SETTEMBRE, A PONTIDA, POTREBBE SUCCEDERE DI TUTTO, SE SALVINI NON TROVA UN ACCORDO CON LA FRONDA CAPEGGIATA DA FONTANA E ROMEO – ALLA LEGA DEL CAOS, LA ''PREMIER DURACELL'' DEVE AGGIUNGERE LO STATO DI GUERRIGLIA IN FORZA ITALIA, DOVE IL “MAGGIORDOMO DI CASA MELONI", ANTONIO TAJANI , GIACE NEL TRITACARNE DEGLI OCCHIUTO, ZANGRILLO, MULÈ, ETC. – MA SE LA DUCETTA RICOMPATTA GLI ALLEATI E SFANGA LA LEGGE ELETTORALE, POTREBBE ARRIVARE LA DISCESA: L’ITALIA HA OTTIME PROBABILITÀ DI USCIRE DALLO STATO DI INFRAZIONE DEL 3%. E CON UNO SPOSTAMENTO DI BILANCIO NELLA FINANZIARIA, GIORGIA SI TRAVESTIRÀ DA BEFANA E CI INONDERÀ DI BALOCCHI E PROFUMI...

bettini ruffini gabrielli schlein renzi conte onorato

DAGOREPORT – CON SALVINI ALLE CORDE, TAJANI ALLO SBANDO, VANNACCI IN AGGUATO, BASTEREBBE UNA SPINTARELLA TUTTI INSIEME E, PLUF!, L'ARMATA BRANCA-MELONI NON CI SAREBBE PIU' - INVECE, IL CAMPO LARGO E' SEMPRE AL PUNTO ZERO DEL "VAFFA": PRIMARIE SÌ O NO? SCHLEIN O CONTE? E COME TENERE INSIEME I GRILLINI CON L'INFIDO RENZI? - QUALCOSA NEI PROSSIMI GIORNI POTREBBE MUOVERSI: ERNESTO MARIA RUFFINI DOVREBBE FORMALIZZARE LA TRASFORMAZIONE DEL SUO MOVIMENTO “PIÙ UNO”, FORMATO DA UNA RETE DI GRUPPI CATTOLICI, IN UN PARTITO - AD AFFIANCARE RUFFINI, SAREBBE PRONTO FRANCO GABRIELLI, GIOVANILE DEMOCRISTIANA, COMPAGNO DI SCUOLA DI ENRICO LETTA, EX CAPO DELLA POLIZIA E DEI SERVIZI, GIA' SOTTOSEGRETARIO DEL GOVERNO DRAGHI - L’OBIETTIVO? DIVENTARE I FRONTMAN “ISTITUZIONALI” DI CASA RIFORMISTA, CON RENZI DEFILATO E IL VOLTO AUTOREVOLE E SECURITARIO DI GABRIELLI A GUIDARE IL CENTRONE - COME LA PRENDERA' IL ''CONTE TRAVAGLIO'' LA PRESENZA DEL DRAGHIANO GABRIELLI? E COME REAGIRA' LA DUCETTA DEL NAZARENO ALL'ANNUNCIO DELL'"ONORATO BETTINI DI PRESENTARSI ALLE PRIMARIE? AH, SAPERLO...

conservative political action conference cpac donald trump giorgia meloni arianna francesco giubilei emanuele merlino sara kelany susanna ceccardi

AMERICÀ, FACCE TARZAN! – IL CONSERVATORISMO TRUMPIANO SBARCA A ROMA E DIVENTA SUBITO ROBA DA NANDO MERICONI INTERPRETATO DA SORDI – NEMMENO IL TEMPO DI APPARECCHIARE I TAVOLI DELLA CENA DELLA “CONSERVATIVE POLITICAL ACTION CONFERENCE” (CPAC), CHE SUBITO DEFLAGRANO GLI SCAZZI NELLA DESTRA CACIO E PEPE – CI SONO ARIANNA MELONI, SARA KELANY, LA LEGHISTA SUSANNA CECCARDI E IL PREZZEMOLINO FRANCESCO GIUBILEI. MA NON GLI ATTESI LUCA CIRIANI, ITALO BOCCHINO ED EMANUELE MERLINO – IL CLIMA È TESO SULLE TESTE DEI MAL-DESTRI DE' NOANTRI: TRUMP È CONSIDERATO POLITICAMENTE TOSSICO E IL CPAC “ITALIANO” DEL 2027 VIENE CONSIDERATO UN POTENZIALE INTRALCIO, FONTE DI POLEMICHE E IMBARAZZI NELL’ANNO DELLE ELEZIONI…

fagnani mentana corsini cairo

DAGOREPORT - DUE PERSONAGGI IN CERCA DI EDITORE. POTREBBERO ANCHE ESSERE SEI, PER CITARE PIRANDELLO, VISTO L'EGO TARANTOLATO DI CHICCO MENTANA, IL 71ENNE PENSIONATO MA CON NESSUNISSIMA VOGLIA DI RESTARE ‘’PRIGIONIERO DEI COMUNISTI DE LA7'', E DELLA 48ENNE “BELVA” FRANCESCA FAGNANI, IN ROTTA CON LA RAI – SE IL PROGETTO DEL MAGNATE GRECO KYRIAKOU A CUI LAVORAVA IL CHICCO MACINATO PER LA NASCITA DELLA "CNN ITALIANA" NON SI SA BENE DOVE SIA FINITO, HA PERSO QUOTA L'IPOTESI DI UN RITORNO A MEDIASET AL POSTO DEL CAPO SUPREMO DELL’INFORMAZIONE, MAURO CRIPPA. L’ULTIMA INDISCREZIONE È SKY ITALIA – SE MENTANA VUOL CHIUDERE CON CAIRO, LA FAGNANI VUOLE CHIUDERE "BELVE" PER MANCANZA DI “BELVE”: GLI OSPITI DI RICHIAMO SONO FINITI O PRETENDONO UNA MONTAGNA DI SOLDI - SI SONO ACCAVALLATE VOCI DI UNO SBARCO DELLA FAGNANI A MEDIASET, TIRANDO IN BALLO IL SUO BUON RAPPORTO CON MARIA DE FILIPPI. MA FINCHÉ LA DISCOLA DEL GOSSIP HA UN CONTRATTO CHE LA LEGA ALLA RAI FINO AL 2027, BUSSA ALLA PORTA LA MESSA IN ONDA DELLA NUOVA STAGIONE DI “BELVE”, IL 20 OTTOBRE - QUELLO CHE È CERTO È CHE SIA IL CHICCO CHE LA CHICCA SONO IN UN LIMBO, CON UN MERCATO SULLA CARTA ESISTENTE MA CON MILLE INCOGNITE REALI...

guerra russia ucraina vladimir putin volodymyr zelensky donald trump

DAGOREPORT – NON FATE LEGGERE A TRUMP L’ANALISI DELL’EX DIRETTORE DEI SERVIZI BRITANNICI, JOHN SAWERS, CHE SUL “FINANCIAL TIMES” SENTENZIA: “NON CI SARÀ NESSUNA TREGUA TRA MOSCA E KIEV FINO AL 2027”. IL TYCOON HA LE ORE CONTATE: DEVE TROVARE UN ACCORDO PURCHÉSSIA ENTRO NOVEMBRE, QUANDO I CITTADINI AMERICANI SARANNO CHIAMATI A VOTARE PER LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO - UNA SCONFITTA DEL “DERAGLIATO MENTALE” DELLA CASA BIANCA È PRATICAMENTE CERTA. A MENO CHE NON RIESCA A CHIUDERE LA GUERRA IN EUROPA E FAR DIMENTICARE IL DISASTRO MILITARE AMERICANO IN IRAN – PUTIN NON CEDE AD ALCUN COMPROMESSO, E ZELENSKY LA VEDE “NERA” PER IL FUTURO…

attentato sigfrido ranucci bomba valter lavitola clesio gomes tavares pellegrino d’avino davino antonio passariello saverio mutone

DAGOREPORT- PECCATO CHE SIANO SCOMPARSI I POLIZIOTTESCHI DEGLI ANNI ’70, TIPO: “LA CAMORRA SFIDA, NAPOLI RISPONDE’’. DAVANTI AI COLPI DI SCENA DEL GASTRO-CRIMINAL-SHOW, STARRING LAVITOLA E RANUCCI, AVREBBERO SCODELLATO UN BEL FILMONE, INTITOLATO: “LA CAMORRA INDAGA, LA LEGGE RINGRAZIA” – QUANDO RANUCCI INDIRIZZA LE INDAGINI SULLA PISTA DELLA CAMORRA, IL CLAN CAVA, STORICA ORGANIZZAZIONE IRPINA DI QUINDICI, NON HA PRESO PER NIENTE BENE DI FINIRE SOTTO PRESSIONE PER IL LAVORO INVESTIGATIVO DEI CARABINIERI – INDAGANO E SCOPRONO CHE ANTONIO PASSARIELLO, L’UNICO LORO AFFILIATO DEL QUARTETTO BOMBAROLO (GLI ALTRI TRE NON ERANO ORGANICI AL CLAN), NON SI ERA PREOCCUPATO DI INFORMARE IL VERTICE DEL CLAN, NÉ DI RICEVERE IL VIA LIBERA PER COMPIERE L’ATTENTATO - I CAMORRISTI DECIDONO ALLORA DI INDIRIZZARE GLI INQUIRENTI SULLA PISTA GIUSTA, INVIANDO UNA MAIL AL PM: “SE CE LO AVREBBE DETTO NON GLIELO AVREMMO MAI PERMESSO PERCHÉ RANUCCI A NOI NON CI HA FATTO NIENTE E QUESTO SONO GUAI CHE NON VOGLIAMO, ALLORA PRIMA CHE SI MISCHIANO LE CARTE, LE COSE STANNO COSI…”. E GIÙ UN NUMERO DI TELEFONO INTESTATO A UN’ALTRA PERSONA MA UTILIZZATO DA PASSARIELLO, CHE GLI INVESTIGATORI NON AVEVANO ANCORA SCOPERTO. DA LÌ, INTERCETTANDO INTERCETTANDO, SI È FINITI A TAVARES E LAVITOLA… - VIDEO