“GIORGIA MELONI STA CORRENDO UN GRANDE AZZARDO” – ANCHE “POLITICO.EU”, LA “BIBBIA” DEGLI EUROPOTERI, HA MOLTI DUBBI SULL’ESITO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: “RAPPRESENTA UNA MANOVRA AD ALTISSIMO RISCHIO. UNA VITTORIA CONSOLIDEREBBE LA SUA PRESA SUL POTERE E RAFFORZEREBBE LA SUA IMMAGINE DI LEADER POLITICAMENTE INVULNERABILE, MA IL VOTO POTREBBE ANCHE RITORCERSI CONTRO DI LEI” – “IN ITALIA I REFERENDUM POSSONO TRASFORMARSI IN VOTI DI FIDUCIA SUL GOVERNO. MELONI SI AVVENTURA IN UNO DEGLI AMBITI PIÙ ESPLOSIVI DEL PAESE, ESPONENDOSI ALLE ACCUSE DI INTERFERIRE CON UNA MAGISTRATURA FIERAMENTE INDIPENDENTE…”
Traduzione dell’articolo di Hannah Roberts per www.politico.eu
La premier italiana di destra Giorgia Meloni sta correndo un grande azzardo convocando per il prossimo mese un referendum sulla riforma della giustizia che potrebbe incrinare la sua aura di invincibilità.
Per ora, Meloni appare come una forza inarrestabile a Roma e a Bruxelles, alla guida del governo più stabile che l’Italia abbia visto da anni.
Proprio per questo il referendum del 22-23 marzo rappresenta una manovra ad altissimo rischio. Una vittoria consoliderebbe la sua presa sul potere e rafforzerebbe la sua immagine di leader politicamente invulnerabile, ma il voto potrebbe anche ritorcersi contro di lei.
In Italia i referendum possono facilmente trasformarsi in voti di fiducia sul governo, e Meloni è ben consapevole che l’ex premier Matteo Renzi fu costretto a dimettersi dopo il fallimento del referendum sulla riforma costituzionale nel 2016.
Cercando di rivedere il sistema giudiziario, Meloni si avventura in uno degli ambiti più esplosivi del Paese, esponendosi alle accuse di interferire con una magistratura fieramente indipendente, che la destra ha spesso attaccato accusandola di parzialità di sinistra.
Francesco Paolo Sisto suona la chitarra
È un dibattito amaro con una lunga eredità politica. La destra italiana non ha mai superato del tutto i grandi processi per corruzione che negli anni Novanta spazzarono via l’establishment democristiano, e l’ombra di Silvio Berlusconi — l’ex premier playboy e magnate dei media morto nel 2023 — incombe sul voto. Berlusconi sosteneva che i 35 procedimenti penali a suo carico fossero motivati da giudici e magistrati di sinistra, da lui definiti un «cancro della democrazia».
Per decenni, tuttavia, la maggior parte dei governi è stata cauta nell’affrontare una ristrutturazione profonda del sistema giudiziario. Ora Meloni è pronta a farlo.
I suoi sostenitori affermano che le riforme proposte nel referendum di marzo modernizzeranno un sistema giudiziario spesso criticato come lento, politicizzato e poco responsabile, avvicinandolo maggiormente ai modelli europei.
In pratica, le modifiche sono molto tecniche. Riguardano le modalità di governo, reclutamento e disciplina di giudici e pubblici ministeri, separandone le carriere e ristrutturando gli organi di autogoverno della magistratura.
Elevando queste questioni a causa simbolo e portandole alle urne, Meloni ha trasformato un intervento tecnico in un test diretto della sua autorità.
Modernizzazione o vendetta?
Per il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, la riforma è attesa da tempo. Separare giudici e pubblici ministeri, sostiene, rafforzerebbe l’equità e la fiducia pubblica nei tribunali.
«Un imputato che entra in aula sapendo che il suo giudice non ha legami con il pubblico ministero sarà rassicurato», ha dichiarato Sisto a POLITICO. «Non ho mai visto un arbitro provenire dalla stessa città di una delle squadre».
articolo di politico.eu sul referendum sulla giustizia
I critici, però, vedono qualcosa di più insidioso. Ritengono che la riforma assomigli meno a una spinta neutrale verso la modernizzazione e più a un tentativo di indebolire l’indipendenza della magistratura e aumentare il controllo politico sui pubblici ministeri.
Questa percezione è rafforzata dalla retorica sempre più conflittuale del governo nei confronti dei tribunali.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha accusato parti della magistratura di agire come «opposizione» politica al governo, mentre il vicepremier Matteo Salvini, più volte finito sotto processo per le sue politiche migratorie intransigenti, descrive abitualmente i giudici come politicamente motivati e distanti dal sentimento popolare.
comitato si' referendum gruppi parlamentari fdi
La stessa Meloni ha spesso presentato le decisioni giudiziarie come ostacoli alla sua agenda. In una conferenza stampa di gennaio ha attribuito alle sentenze dei tribunali il fatto di aver minato i suoi tentativi di introdurre misure più severe in materia di ordine pubblico, chiedendo: «Come si può difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa pensata per farlo viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?».
Per i suoi oppositori, questo è proprio il tipo di linguaggio che alimenta l’impressione che la riforma serva più a imporre una supremazia in una lotta di potere pluridecennale che a migliorare l’efficienza dei tribunali.
piercamillo davigo a muschio selvaggio 2
La tensione tra magistratura e politica in Italia risale all’inchiesta Mani Pulite dei primi anni Novanta, quando i pubblici ministeri portarono alla luce una vasta rete di corruzione che cancellò un’intera generazione di politici. A destra, quella stagione si è trasformata in un risentimento duraturo: la convinzione che la magistratura sia un attore politico non eletto, investito di un’autorità morale indebita.
Questa percezione si è ulteriormente rafforzata con le interminabili vicende giudiziarie di Berlusconi.
L’ex magistrato Piercamillo Davigo, membro del pool di Mani Pulite, non ha dubbi che la riforma sia un tentativo politico di addomesticare la magistratura. «È un tentativo di controllare la magistratura, che in Italia è forte e davvero indipendente, non governata dai politici», ha dichiarato a POLITICO. «Questa riforma danneggerà l’indipendenza e indebolirà il potere dei tribunali, dando più potere al governo, che controlla l’organo disciplinare».
Davigo ha respinto l’accusa del governo secondo cui i giudici ostacolerebbero le politiche per fini politici, sostenendo invece che i tribunali si limitano a far rispettare i vincoli di legge, compreso il diritto europeo, su iniziative governative come il piano di trasferire migranti in centri di trattenimento in Albania.
manifesti del comitato del no al referendum sulla riforma della giustizia
I leader dell’opposizione fanno eco a questa critica. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha affermato che la riforma non affronta i ritardi cronici della giustizia e rappresenta invece parte di una più ampia concentrazione di potere istituzionale.
«Il vero obiettivo è dividere per comandare», ha dichiarato Conte a POLITICO, accusando il governo di voler costruire un sistema giudiziario «che non disturbi più chi è al comando».
Invincibile o vulnerabile?
Il rischio per Meloni non è giuridico o procedurale, ma politico. La riforma della giustizia la mette contro una categoria vocale e ben organizzata, con radici profonde nello Stato. Proposte simili avanzate durante il primo governo Berlusconi a metà degli anni Novanta provocarono proteste e contribuirono alla caduta della sua coalizione. I successori ne trassero una lezione: evitare lo scontro.
La decisione di Meloni, non imposta da Bruxelles, dai mercati o da una crisi, può essere spiegata in parte dal suo percorso personale. È entrata in politica durante le turbolenze degli anni Novanta e non porta con sé il bagaglio personale di quell’epoca. Oggi opera da una posizione di forza, alla guida di un governo stabile e con buoni consensi nei sondaggi.
I sondaggi suggeriscono che la scommessa sia in bilico. Rilevazioni recenti mostrano gli oppositori della riforma leggermente in vantaggio, anche se la conoscenza dei dettagli resta bassa. Un sondaggio YouTrend prevede una vittoria dei contrari in caso di bassa affluenza, con il 51 per cento di voti contro, mentre con un’alta partecipazione vincerebbero i sostenitori, con il 52,6 per cento contro il 47,4. Un sondaggio SWG indica il 38 per cento dell’elettorato favorevole alla riforma, il 37 per cento contrario e il 25 per cento indeciso.
manifesti del comitato del no al referendum sulla riforma della giustizia
Lorenzo Pregliasco, dell’istituto YouTrend, ha definito il voto una «sfida senza precedenti» per Meloni. Mobilitare l’opposizione, ha osservato, è spesso più facile che costruire consenso per una riforma complessa, e gli elettori di centrosinistra storicamente partecipano con maggiore affidabilità ai referendum.
Meloni potrebbe tentare di politicizzare il voto, trasformandolo in un plebiscito sulla sua leadership. Ma questa strategia comporta rischi propri. Ha invece cercato di prendere le distanze dall’esito, sottolineando che non si dimetterebbe in caso di sconfitta.
Ciononostante, dovrà assumersi la responsabilità del risultato. «Se sei presidente del Consiglio e porti una riforma a referendum, inevitabilmente è anche un voto sul tuo governo», ha detto Pregliasco.
Se dovesse vincere, il governo potrebbe capitalizzare lo slancio e persino tentare di forzare elezioni anticipate, secondo analisti politici ed esperti di sondaggi come Pregliasco. Meloni ha dichiarato a gennaio che le elezioni anticipate «non sono nel suo radar».
Ma allo stesso modo, una sconfitta potrebbe ridare fiato all’opposizione, riaprendo la partita in vista delle elezioni previste per il 2027. Se Meloni dovesse perdere, non sarebbe più percepita come «invincibile», ha osservato Pregliasco.
«La sua immagine di leader efficace e vincente ne uscirebbe danneggiata, e il clima politico cambierebbe».
comitato per il no al referendum sulla giustizia - enrico grosso e antonio diella
sigfrido ranucci - comitato del no al referendum sulla giustizia








